Gli spazi geografici della Storia Romana: l'Italia

Regio II: Apulia et Calabria



Figura 1 - La Regio II: Apulia et Calabria

La regio II dell'Italia augustea



I confini

La seconda regione dell'Italia augustea, quasi seguendo il percorso della via Appia, era l'Apulia et Calabria, i cui confini erano rappresentati a nord dal fiume Tifernus (oggi Biferno), ad ovest dal Bradano e dall'Appennino.

Anche la regio II, come la prima, era una regione composita, in cui si individuano almeno tre distinte subregioni: la penisola del Salento, chiamata in età romana Calabria (sarà solo in età bizantina che il nome passerà a designare l'antico Bruzio, assumendo il significato che tuttora conserva), l'Apulia propriamente detta, che corrisponde all'odierna Puglia centro-settentrionale (e ad un lembo del Molise meridionale), infine la regione interna, abitata da genti di stirpe sannitica, corrispondente grosso modo all'attuale provincia di Benevento e a parte di quella di Avellino.

La designazione di Apulia et Calabria per la seconda regione dell'Italia augustea, entrato nella consuetudine degli studi moderni (ove si potrà trovare anche il semplice nome di Apulia), si fonda sul nome della corrispondente provincia di età dioclezianea, ma non pare trovare positivo riscontro nelle fonti di età alto imperiale.




Le popolazioni

La conoscenza del popolamento dell'antica Apulia et Calabria è complicata da un succedersi e uno stratificarsi dei nomi delle diverse etnie, dal momento della colonizzazione greca all'età tardorepubblicana. Il quadro doveva risultare piuttosto confuso già agli autori della prima età imperiale. Leggiamo infatti quello che scrivono Strabone e Plinio il Vecchio:

Testo 1 - Strabone, Geografia, VI, 3, 1: le popolazioni della Puglia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: Dopo aver descritto l'Italia antica fino a Metaponto, dobbiamo parlare delle regioni che la seguono. La prima è la Iapigia: i Greci la chiamano Messapia, gli indigeni la distinguono in Salento (la parte intorno al promontorio Iapigio) e Calabria. A nord di queste si trovano le popolazioni chiamate in greco Peucezi e Dauni, ma gli indigeni chiamano Apulia tutta le regione dopo la Calabria e Apuli la popolazione. Alcuni, in particolare i Peucezi, sono chiamati anche Pedicli.

[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]




Testo 2 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, III, 99: le popolazioni della Puglia

Conectitur secunda regio amplexa Hirpinos, Calabriam, Apuliam, Sallentinos ... Graeci Messapiam a duce appellavere et ante Peucetiam a Peucetio Oenotri fratre in Sallentino agro.

[Testo tratto dall'edizione di di H. Zehnacker, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre III, Paris 1998]

Traduzione: Confina con questi luoghi [la Lucania] la seconda regione, che comprende gli Irpini, la Calabria, la Puglia e i Salentini ... I Greci chiamarono la Calabria Messapia dal nome del loro comandante, e prima ancora Peucezia, da Peucezio, fratello di Enotro, che risiedeva nel territorio del Salento.

[Traduzione di G. Ranucci in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia Naturale I. Cosmologia e geografia. Libri 1-6, Torino 1982]




Tentiamo di mettere ordine in questo quadro piuttosto confuso. In primo luogo prendiamo in esame la parte occidentale, più montuosa, della regione, che era occupata da due delle quattro tribù che componevano la lega sannitica: i Caudini e gli Irpini.

I primi avevano il loro centro principale a Caudium, nel sito della moderna Montesarchio. Il territorio dei Caudini confinava con quello della Campania alle famose Forche Caudine, teatro di un grave smacco per gli eserciti romani. Nel 321 a.C. i Romani in effetti cercarono di portare aiuto ai loro alleati dell'Apulia, premuti dai Sanniti. Leggiamo in Livio cosa successe:

Testo 3 - Livio, IX, 2, 6-10: i Caudini e le Forche Caudine

Duae ad Luceriam ferebant uiae, altera praeter oram superi maris, patens apertaque sed quanto tutior tanto fere longior, altera per Furculas Caudinas, breuior; (7) sed ita natus locus est: saltus duo alti angusti siluosique sunt montibus circa perpetuis inter se iuncti. Iacet inter eos satis patens clausus in medio campus herbidus aquosusque, per quem medium iter est; (8) sed antequam uenias ad eum, intrandae primae angustiae sunt et aut eadem qua te insinuaueris retro uia repetenda aut, si ire porro pergas, per alium saltum artiorem impeditioremque euadendum. (9) In eum campum uia alia per cauam rupem Romani demisso agmine cum ad alias angustias protinus pergerent, saeptas deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole deiectu arborum saxorumque ingentium obiacente mole inuenere. Cum fraus hostilis apparuisset, praesidium etiam in summo saltu conspicitur. (10) Citati inde retro, qua uenerant, pergunt repetere uiam; eam quoque clausam sua obice armisque inueniunt.

[Testo tratto dall'edizione a cura di C.F. Walters - R. S. Conway, Titi Livi ab urbe condita. Tomus II, Libri VI-X, Oxonii 1919]

Traduzione: Due vie conducevano a Luceria, una lungo il litorale del mare superiore, ampia ed aperta, ma, quanto più sicura, tanto forse più lunga, l'altra attraverso le Forche Caudine, più breve; (7) la conformazione del luogo però è la seguente: vi sono due passi alti, stretti e selvosi, congiunti tra di loro tutt'intorno da una serie ininterrotta di monti. Tra di essi è racchiusa una pianura, abbastanza ampia, erbosa e ricca d'acqua, nel mezzo della quale passa la strada; (8) ma avanti che tu giunga a quella pianura, bisogna entrare nella prima gola, e poi o rifare all'indietro la stessa via per la quale sei entrato oppure, se vuoi proseguire oltre, uscire per l'altro passo, più stretto e malagevole. (9) I Romani, fatto scendere l'esercito per la prima di tali vie, scavata nella roccia, proseguendo direttamente verso l'altra gola, la trovarono sbarrata da alberi abbattuti e da un cumulo ingombrante di grossi macigni. Era ormai apparso evidente l'inganno dei nemici, quando si scorge un presidio anche sulla sommità del passo. (10) Cercano quindi di tornare indietro, rifacendo in fretta la via per la quale erano venuti; ma trovano anche questa bloccata da uno sbarramento e da uomini armati.

[Traduzione di M. Scandola in M. Scandola - C. Moreschini (a cura di), Tito Livio. Storia di Roma dalla sua fondazione. Volume quarto (Libri VIII-X), Milano 1982]




Ad Oriente dei Caudini era stanziata un'altra tribù sannitica, quella degli Irpini, il cui nome ci riporta alla consuetudine delle genti di ceppo osco di seguire nelle loro migrazioni un animale totemico. Scrive infatti Strabone:

Testo 4 - Strabone, Geografia, V, 4, 12: l'origine del nome degli Irpini

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Viene poi il popolo degli Irpini, anch'essi di ceppo sannita. Ricevettero questo nome dal lupo che fece da guida alla loro migrazione: i Sanniti chiamano hirpos il lupo. Confinano con i Lucani dell'entroterra.

[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]




Nel 180 a.C. in Irpinia vennero deportati 47.000 Liguri, a somiglianza di quanto era stato fatto poco meno di un secolo prima per i Piceni, trasferiti nella parte meridionale della Campania.

A nord-est della regione occupata dalle due tribù sannitiche, vi era quella che i Romani chiamavano Apulia. Gli Apuli, in senso proprio, erano una popolazione di lingua osca, che secondo Strabone occupava la parte più settentrionale della regione (Geografia, VI, 3, 8): già ai suoi tempi tuttavia la denominazione si era estesa anche al territorio abitato da altre due tribù, i Dauni e i Peucezi, imponendosi sulla denominazione greca di Iapigia, ancora nota a Strabone.

I Dauni e i Peucezi, tuttavia, dal punto di vista etnico, erano popolazioni ben distinte dagli Apuli propriamente detti, che come abbiamo detto erano di lingua osca. In effetti le due tribù, insieme a quelle che abitavano nell'odierno Salento, parlavano un idioma tuttora malnoto, appartenente alla grande famiglia indoeuropea, ma assai diverso da tutte le altre lingue italiche. Per convenzione questa lingua è chiamata messapica, dal momento che la maggior parte delle testimonianze proviene dal territorio dei Messapi, nella parte meridionale della Puglia. Vediamone un esempio:

Figure 2 e 3 - Le lingue delle popolazioni della Puglia preromana

Capitello di pietra leccese, proveniente da Ceglie, con dedica in lingua messapica


Particolare del capitello, con dedica in lingua messapica


Testo 5 - C. De Simone, Gli studi recenti sulla lingua messapica, «Italia omnium terrarum parens», Milano 1989, p. 657: una dedica in lingua messapica da Ceglie (Brindisi).

Ana Aprodita Lahona Theoto/ridda Hipaka-thi Theotoriddath / [Th]aotoras Keosorrihi biliva

Traduzione: ad Afrodite Ana da parte di Lahona Theotoriddath e di Hipaka. Theotoriddath; figlia di Thaotor Keosorres.




Si tratta di una dedica ad una divinità che è interpretazione locale di Afrodite - Venere, con l'appellativo, non ben chiarito, di Ana, da parte di una donna di nome Lahona Theotoriddath: la formula onomastica è bimembre: il primo elemento, Lahona, era il nome personale della dedicante, il secondo sembra essere una sorta di patronimico, derivato da quello del padre di Lahona, Thaotor. Codedicante, insieme a Lahona, è una tal Hipaka (la particella -thi e una congiunzione enclitica, che assolve la medesima funzione che ha la particella -que, in latino). Hipaka è designata da un solo nome, per questo motivo si è pensato che fosse una donna di condizione inferiore, forse una schiava: in effetti per la sola Lahona Theotoriddath si precisa che era figlia (biliva) di Thaotor Keosorres. Anche quest'ultimo personaggio è designato da due nomi: un nome personale, Thaotor, e quello che sembra essere un gentilizio, Keosorres.

I Dauni erano insediati nella parte settentrionale della Puglia, in un territorio che andava all'incirca dal fiume Frento (oggi Fortóre) all'Aufidus (oggi Ofanto) e che corrisponde all'incirca all'odierna provincia di Foggia. I rapporti con Roma si rinsaldarono ai tempi della II guerra sannitica, per la comune ostilità nei confronti dei Sanniti (abbiamo in effetti visto come gli eserciti romani che caddero nell'imboscata delle Forche Caudine, nel 321 a.C., dovevano portare soccorso a Luceria, la principale città della Daunia.

Figura 4 - I Dauni

La civiltà dei Dauni è caratterizzata da una numerosa serie di stele antropomorfe, che ha il suo inizio in realizzazioni che risalgono alla fine del X sec. a.C., ma trova la sua più compiuta espressione fra il il VII e il VI sec. a.C. Si tratta di segnacoli funerari che riproducevano schematicamente un corpo umano, molto spesso di sesso femminile, come nell'esemplare qui raffigurato. Le teste erano abitualmente di forma conica per le donne, di forma ovoidale o sferica per gli uomini, e talvolta presentavano incisi i tratti somatici essenziali. La lastra, che rappresentava il corpo del defunto, era incisa con rappresentazioni di ornamenti e armi, ma anche con motivi geometrici, figure di animali e uomini, talvolta scene di battaglia, di caccia o di vita quotidiana; particolare rilievo hanno le raffigurazioni delle esequie funebri.
Una caratteristica stele antropomorfa daune
dal Museo di Manfredonia



Figura 5 - I Peucezi

A sud dei Dauni erano stanziati quelli che i Greci generalmente chiamano Peukétioi, ma che nelle fonti latine sono talvolta ricordati anche come Poediculi. L'area da loro occupata corrispondeva all'incirca all'odierna provincia di Bari, una città che in effetti nacque come insediamento dei Peucezi, così come anche Egnatia. I centri dei Peucezi meglio noti dal punto di vista archeologico sono tuttavia quelli dell'interno, come per esempio quello di Monte Sannace, nei pressi di Gioia del Colle, di cui si può vedere qui una fotografia.
L'insediamento di Monte Sannace, nel territorio del Peucezi



Anche nella penisola Salentina il quadro etnico è piuttosto confuso: la popolazione principale sembra comunque essere stata quella dei Messapi, già ricordati per aver prestato il proprio nome a designare la lingua illirica delle popolazione della Puglia preromana. Nell'etnografia greca anzi l'intera regione a sud della linea Taranto - Brindisi era abitata da Messapi e veniva chiamata Messapia. Le fonti romane, forse basandosi sull'uso delle popolazioni indigene, conoscevano anche le tribù dei Calabri, che diedero il nome all'intera regione, e dei Sallentini, dai quali deriverà l'attuale coronimo italiano di penisola Salentina o Salento. Secondo la testimonianza di Plinio il Vecchio i Sallentini erano stanziati lungo le coste che si affacciano sul golfo di Taranto, mentre i Messapi propriamente detti avrebbero abitato le rive dell'Adriatico. Incerta appare invece la localizzazione dei Calabri.

Figura 6 - I Messapi

La civiltà messapica appare soprattutto caratterizzata, come altre culture pugliesi, dalla sua produzione ceramica, in particolare da una singolare forma di vasi detti "trozzelle", dai dischi che ne decorano i manici ("trozze", appunto, nel dialetto pugliese); ne possiamo vedere un bell'esempio nell'immagine riportata.
Una trozzella messapica, dal Museo Archeologico di Brindisi



Le città

Centro principale della tribù degli Irpini era il sito di Malventum o Maleventum, alla confluenza del fiume Calore col Sabato. Nel 275 a.C. i Romani vi sconfissero definitivamente Pirro e qualche anno più tardi (268 a.C.) vi fondarono una colonia latina che assunse il nome, più benaugurante, di Beneventum. Il monumento meglio conservato dell'antica Benevento è l'arco di Traiano, fatto costruire nel 114 d.C. nel punto in cui la nuova strada fatta costruire dall'imperatore, la via Traiana, usciva dalla città; vi si trova raffigurata, tra l'altro, una scena relativa all'institutio alimentaria creata da Traiano.
Figura 7 - L'arco di Traiano a Benevento



Figura 8 - L'istituzione degli alimenta in un rilievo dell'arco di Traiano da Benevento



La città più importante della Daunia era Luceria, oggi Lucera. Alleata di Roma agli inizi della II guerra sannitica, Luceria defezionò nel corso del conflitto; riconquistata dai Romani, dovette accogliere nel 314 a.C. una colonia romana.

Figura 9 - Canosa

Nella Puglia centrale, al confine tra le antiche regioni della Daunia e della Peucezia, vi era Canusium, l'odierna Canosa di Puglia. La città si vantava di essere stata fondata addirittura da Diomede, l'eroe del ciclo troiano che molti miti riconducono all'area dell'Adriatico, ma era ricordata soprattutto per la vicinanza con Canne, luogo della tragica sconfitta che Annibale inflisse ai Romani nel 216 a.C.: a Canosa avrebbero trovato rifugio alcune migliaia di soldati scampati all'accerchiamento delle forze cartaginesi. In età imperiale Canusium era ricordata in particolare come prospero centro della manifattura tessile. Il monumento meglio conservato della città è la cosiddetta Porta Romana, un arco che si apre lungo la via Traiana, forse da interpretarsi come grandioso monumento funerario di qualche notabile cittadino.
L'arco di Canosa



Verso l'interno, lungo il percorso che da Canosa conduceva alla Lucania, si trovava l'antica Venusia, oggi Venosa. Nel 291 a.C. vi venne fondata una potente colonia latina, che avrebbe contato addirittura 20.000 coloni e che aveva il compito di sorvegliare, insieme alla più settentrionale Luceria, i Sanniti. In età imperiale la città era ricordata soprattutto come patria del poeta Orazio.

Figura 10 - Brindisi

Nella Calabria da ricordare almeno l'antico centro messapico di Brundisium, l'odierna Brindisi, ove nel 244 a.C. venne fondata una colonia di diritto latino. Brindisi nell'antichità era una delle principali porte dell'Italia: qui terminava in effetti la via Appia e le due colonne del I sec. d.C., alte 19 m., che segnavano la fine dell'importante strada sono uno dei pochi resti della città romana tuttora visibili; una delle due, caduta nel XVI secolo, venne portata nella vicina Lecce, dove tuttora supporta la statua del patrono locale, S. Oronzo. Dal porto di Brindisi partivano le rotte più importanti per la Grecia e il Mediterraneo orientale.
Le due colonne terminali della via Appia a Brindisi



Alla medesima altezza di Brindisi, ma sulla costa opposta, si trovava la famosa Taranto, fondata secondo la tradizione dagli Spartani alla fine dell'VIII secolo a.C. su una stretta penisola tra una baia protetta da due isolette, le isole Choerades, e una laguna che si allungava verso l'interno. Tra il VI e il IV sec. a.C. Taranto si impose come la più potente città della Magna Grecia, ma ciò nonostante la pressione delle popolazioni indigene della Puglia la costrinse, a partire dalla seconda metà del IV sec. a.C., a chiedere sempre più spesso il soccorso di condottieri dalla madrepatria: l'ultimo di questi, e certamente il più notevole, fu il re della popolazione epirota dei Molossi, Pirro, di cui i Tarantini chiesero l'aiuto nel 282 a.C. contro l'aggressione romana. Il fallimento dell'impresa di Pirro costrinse Taranto alla resa, nel 272 a.C.: fu l'inizio della decadenza per la grande Taranto greca, anche per la concorrenza del vicino porto di Brindisi.




Le vie di comunicazione

Tra i diversi corsi d'acqua della regione, sicuramente navigabile era l'Aufidus, (oggi Ofanto), che serviva l'importante città di Canosa; oggi l'Ofanto, a seguito delle numerose canalizzazioni per l'irrigazione di questa regione, tra le più aride d'Italia, è un corso d'acqua di modesta portata.

Più importanti e numerose le vie terrestri. Il principale collegamento con Roma in età repubblicana era costituito dalla già citata via Appia, che da Capua venne prolungata verso Benevento e Brindisi, in connessione con la creazione di colonie nelle due località, rispettivamente nel 268 a.C. e nel 244 a.C.: attraversate le Forche Caudine, la strada passava per Caudium e Beneventum, per poi piegare verso sud-est e raggiungere Venusia; da qui la via puntava verso la costa, raggiungendo Taranto e poi, attraversata la penisola Salentina, Brundisium.

Nel 109 d.C. l'imperatore Traiano fece costruire una via tra Benevento e Brindisi alternativa alla Appia, su un percorso più settentrionale, che toccava Aecae (l'odierna Troia), Herdonia (l'odierna Ordona) e Canusium; da qui la via Traiana, correndo all'incirca lungo la costa, raggiungeva Brindisi.

Meno noto il tracciato della via Herculia, che doveva il suo nome al suo costruttore Massimiano (286-305 d.C.) l'Augusto soprannominato Herculius per distinguerlo dal suo collega Diocleziano, che era l'Augustus Iovius. La via metteva in collegamento l'Irpinia con la Lucania, staccandosi dalla via Traiana nella località di Aequum Tuticum (nei pressi dell'odierna Ariano Irpino) e toccando certamente Venosa. Ancora più labili le tracce della via Litoranea, indicata come via Traiana nella carta riportata, che avrebbe collegato Brindisi al nord seguendo un percorso costiero.

Nella seconda regione dell'Italia augustea sono collocati due dei migliori porti naturali dell'intera Italia: Taranto e Brindisi, che nell'età antica si succedettero l'uno all'altro nella preminenza. Il primo in ordine di tempo fu quello di Taranto, la cui prosperità era legata anche all'egemonia politica che la città acquisì tra le poleis greche d'Italia, oltre naturalmente che alla sua straordinaria posizione naturale. Questa la descrizione di Strabone:

Testo 6 - Strabone, Geografia, VI, 3, 1: il porto di Taranto

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: Mentre la maggior parte del golfo di Taranto è importuosa, a Taranto c'è un porto molto bello e ampio del perimetro di 100 stadi [circa 18, 5 km.], chiuso da un grande ponte. Tra il fondo del porto e il mare aperto si forma un istmo, sicché la città sorge su una penisola e poiché il collo dell'istmo è poco elevato, le navi possono essere facilmente trainate da una parte all'altra.

[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]




Strabone concentra sull'attenzione sul cosiddetto Mare Piccolo, la laguna separata dalla baia sul golfo (il Mare Grande) dalla penisola su cui sorse la città greca di Taras. Nel corso del Medioevo nel tratto sud-orientale della penisola venne scavato un canale, cosicché oggi il centro storico di Taranto sorge su un isola.
Figura 11 - La topografia di Taranto



La sconfitta del 272 a.C. e il declino politico di Taranto assestarono un duro colpo anche alle sue attività portuali, in favore del nuovo scalo di Brindisi, che pure può godere di una eccellente posizione. Lasciamo ancora una volta la parola a Strabone:

Testo 7 - Strabone, Geografia, VI, 3, 6-7: il porto di Brindisi

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: Il territorio brindisino è più ricco di quello tarentino; è sì magro, ma molto produttivo, mentre il miele e la lana sono fra i più celebrati. Inoltre Brindisi ha il porto di gran lunga migliore; una sola imboccatura chiude molti bacini al riparo delle onde, suddivisi all'interno in calette, sì che la configurazione è simile alle corna di un cervo, donde anche il suo nome; insieme con il complesso urbano, il sito somiglia moltissimo alla testa di un cervo e in lingua messapica brentesion indica appunto la testa del cervo. Il porto di Taranto, invece, non è completamente riparato dalle onde per via della sua forma aperta; e poi il fondale, nella parte più interna, presenta delle secche. (7) Inoltre, per coloro che provengono dalla Grecia e dall'Asia, la linea di navigazione più breve è quella che termina a Brindisi; è appunto qui che sbarcano tutti coloro che vanno a Roma.

[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]




Figura 12 - La topografia di Brindisi



La fortuna di Brindisi, come rilevava anche Strabone, non era dovuta solo all'eccellente conformazione del suo porto naturale, ma anche alla sua posizione rispetto alle rotte per la Grecia e dalla Grecia (mentre per approdare a Taranto le imbarcazioni erano costrette alla lunga circumnavigazione della penisola Salentina).

Uno sguardo alla sezione dell'Itinerarium Maritimum relativo alle rotte transadriatiche ci conferma l'importanza di Brindisi e di altri minori porti della Puglia adriatica, come Hydruntum (Otranto) a sud, o Sipontum (Siponto) a nord.

Testo 8 - Itinerarium Maritimum, p. 497, ll. 1-8 Wesseling: le rotte dell'Adriatico

De Italia
ab Ancona Iader in Dalmatia stadia DCCCL
ab Aterno Salonas in Dalmatia stadia MD
a Brundisio de Calabria sive ab Hidrunti Aulona stadia M
a Brundisio Dirrachii in Macedonia stadia MCCCC
A Salonas Sipunte stadia MD
Traduzione: Sulle rotte dell'Italia
Da Ancona a Zara in Dalmazia 850 stadi (157 km. circa)
Dal fiume Aterno a Salona in Dalmazia 1.500 stadi (277 km. circa)
Da Brindisi in Calabria o da Otranto a Valona 1.000 stadi (185 km.)
Da Brindisi a Durazzo in Macedonia 1.400 stadi (259 km.)
Da Salona a Siponto 1.500 stadi (277 km. circa)
[Testo tratto dall'edizione di O. Cuntz, Itineraria Romana. Volumen prius. Itineraria Antonini Augusti et Burdigalense, Stuttgart 1990]
Delle 5 rotte menzionate dall'Itinerario marittimo (che tra l'altro presentano stringenti analogie con la situazione odierna), tre partivano dunque dalla Puglia, congiungendo Brindisi (o Otranto) al porto epirota di Aulon, l'odierna Valona, in uno dei punti più stretti dell'Adriatico, o la stessa Brindisi al porto più settentrionale di Dyrrachium (oggi Durazzo); una rotta ancora più settentrionale univa Siponto, cittadina immediatamente a sud del promontorio del Gargano, all'importante città dalmata di Salona, nei pressi dell'odierna Spalato.




Le risorse economiche

Nonostante nelle fonti letterarie si trovino accenni alla produzione agricola, in particolare alla coltura dell'olivo, ma anche della vite e del grano, e allo sfruttamento del patrimonio boschivo, in particolare nella regione del Gargano, l'Apulia era soprattutto nota nell'antichità per i suoi pascoli, che davano nutrimento a grandi mandrie di cavalli e soprattutto di pecore. Leggiamo cosa scriveva Strabone:

Testo 9 - Strabone, Geografia, VI, 3, 9: l'allevamento nella Daunia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: Tutta questa regione è assai fertile di prodotti di ogni genere, ottima per i cavalli e le pecore, la cui lana è più soffice di quella tarentina, ma meno lucida; e poi, dato l'avvallamento delle pianure, è ben riparata dai venti.

[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]




La lana forniva la materia prima per un importante industria tessile, che aveva i suoi centri maggiori a Canusium e a Taranto, come scrive Plinio il Vecchio:

Testo 10 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, VIII, 190: la lana di Canusium e Tarentum

Lana autem laudatissima Apula et quae in Italia Graeci pecoris appellatur, alibi Italica ... Apulae breves villo nec nisi paenulis celebres; circa Tarentum Canusiumque summam nobilitatem habent.

[Testo tratto dall'edizione a cura di A. Ernout, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre VIII, Paris 1952]

Traduzione: Lana molto famosa è quella della Puglia e il tipo che in Italia viene chiamato lana greca e altrove lana italica ... Le pecore dell'Apulia hanno il pelo corto e sono famose solo per la produzione di mantelli; quelle dei dintorni di Taranto e Canosa hanno la massima notorietà.

[Traduzione di E. Giannarelli in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia naturale. II. Antropologia e Zoologia. Libri 7-11, Torino 1983]

Approfondimenti

Tra gli studi di carattere generale si segnala D. Adamesteanu et alii, La Puglia dal paleolitico al tardoromano, Milano 1979 [ITALIA I Pugl/21], in cui si vedrà in particolare il contributo di F. D'Andria, La Puglia romana, pp. 273-360, con numerose e belle illustrazioni; cf. inoltre V.A. Sirago, Puglia romana, Bari 1993 [ITALIA I Pugl/11]; E. Lippolis, Fra Taranto e Roma. Società e cultura urbana in Puglia tra Annibale e l'età imperiale, Taranto 1997 [ITALIA II Taranto]. La Puglia trova posto nel volume della collana «Guide archeologiche Laterza» di E. Greco, Magna Grecia, Roma - Bari 19812 [PROV IX 10/12]; si veda anche F. D'Andria, Puglia, Roma 1980 [PROV IX. 12]; per la sezione appenninica della regio II si veda invece S. De Caro - A. Greco, Campania, Roma - Bari 1981 [PROV IX 10/10] e gli atti del convegno La romanisation du Samnium aux IIe et Ier siècles av. J.C., Naples 1991 [ITALIA I Samn/5]. La Soprintendenza archeologica della Puglia ha un apposito sito Internet, non sempre aggiornato con costanza (http://siba2.unile.it/sapuglia/).

Una raccolta di fonti dedicata ai Messapi in M. Lombardo (a cura di), I Messapi e la Messapia nelle fonti letterarie greche e latine, Galatina 1992 [F RACC 140]; per il Salento, G. Susini, Fonti per la storia greca e romana del Salento, Bologna 1962 [E IV. 3 Sale].

Per un utile indice della documentazione epigrafica dell'Apulia si veda C. Marangio, L'epigrafia latina della regio secunda. Apulia et Calabria. Rassegna degli studi e indici (1936-1985), Mesagne 1987 [E IV. 3. Apu/2]. Le iscrizioni della regio II vennero comprese nel volume IX del CIL [CONS Sala Roma]. Aggiornamenti sono apparsi nella collana dei Supplementa Italica [E IV.1 Ita/1]: M. Chelotti, Rubi, «Supplementa Italica», 5, Roma 1989, pp. 11-26; Ead., Barium, «Supplementa Italica», 8, Roma 1991, pp. 25-44; Ead., Gnathia, «Supplementa Italica», 11, Roma 1993, pp. 11-58. Un importante corpus locale concernente Canusium ci è dato da M. Chelotti - V. Morizio - M. Silvestrini, Le epigrafi romane di Canosa, Bari 1985-1990 [E IV. 3. Can/1]; su Teanum Apulum A. Russi, Teanum Apulum. Le iscrizioni e la storia del municipio, Roma 1976 [E IV.3 Tea]; su Larinum G. De Benedittis - A. Di Niro, L'anfiteatro di Larinum. Iscrizioni, monete, sepolture, Campobasso 1995 [E IV.3 Lar/2]. Un'esposizione chiara e belle illustrazioni si troveranno nella silloge curata da M. Silvestrini, Un itinerario epigrafico lungo la via Traiana. Aecae, Herdoniae, Canusium, Bari 1999 [E IV. 3. Apu/3].

Sui Dauni e la Daunia vedi F. Biancofiore - M.D. Marin - O. Parlangeli, Civiltà della Daunia. I. Dalle origini all'età romana, Napoli 1970 [ITALIA I Daun/1]; G. Volpe, La Daunia nell'età della romanizzazione, Bari 1990 [ITALIA I Pugl/8]. Alle stele della Daunia è stata dedicata una bella monografia a cura di M.L. Nava, Le stele dalla Daunia. Sculture antropomorfe della Puglia protostorica dalle scoperte di S. Ferri agli studi più recenti, Milano 1988 [ITALIA I Pugl/9].

Sull'area del Peucezi A. Ciancio et alii, Monte Sannace. Gli scavi dell'acropoli (1978-1983), Galatina 1989 [ITALIA II M. Sann].

Molti studi sono stati dedicati ai Messapi e al loro territorio: si vedano almeno R. Compatangelo, Un cadastre de pierre. Le Salento romain. Paysages et structures agraires, Paris 1989 [ITALIA I Sale/4]; F. D'Andria (a cura di), Archeologia dei Messapi, Bari 1990 [ITALIA II Lec/2]; I Messapi. Atti del trentesimo Convegno di Studi sulla Magna Grecia. Taranto-Lecce, 4-9 ottobre 1990, Taranto 1991 [Corridoio Periodici]; J.-L. Lamboley, Recherches sur les Messapiens, IVe - IIe siècle avant J.-C., Rome 1996 [SR III 89]; G.-J.L.M. Burgers, Constructing Messapian Landscapes. Settlement Dynamics, Social Organization and Culture Contact in the Margins of Graeco-Roman Italy, Amsterdam 1998 [ITALIA I Pugl/13].

Riguardo alle città della regio II, su Larino E. de Felice, Larinum, Firenze 1994 (Forma Italiae 36) [ITALIA IV 31]. Su Canosa, oltre alla raccolta di iscrizioni di Chelotti - Morizio - Silvestrini, già citata, si veda soprattutto F. Grelle, Canosa romana, Roma 1993 [ITALIA II Can/3]; un interessante pagina della Rete, a cura di un'associazione archeologica locale, è CanosArcheologica (http://www.canusium.it). Su Taranto P. Wuillemier, Tarente des origines à la conquête romaine, Paris 1939 [ITALIA II Tar]; E.M. De Juliis, Taranto, Bari 2000 [ITALIA II Taranto] A Venosa è dedicato un volume della collana Forma Italiae: M.L. Marchi - G. Sabbatini, Venusia, Firenze 1996 (Forma Italiae 37) [Non presente nel nostro Dipartimento]; vd. anche M.L. Marchi - M. Salvatore, Venosa, Roma 1997 [Archeologia TP I N 59]; N. Jacobone, Venusia. Storia della città dalle origini all'età romana, Venosa 1990 [ITALIA II Veno/2] (ristampa di una vecchia monografia del 1909).

Sulle vie di comunicazione in generale si veda G. Alvisi, La viabilità romana della Daunia, Bari 1970 [ITALIA I Pugl/1]; A. Cocchiaro et alii, La viabilità di età romana in Puglia, «Viae publicae romanae», Roma 1991, pp. 139-174 [ANT IX 2087]; A. Luisi, La viabilità nell'Apulia antica, «Idea e realtà del viaggio. Il viaggio nel mondo antico», a cura di G. Camassa - S. Fasce, Genova 1991, pp. 261-269 [ANT V 439]. In particolare sulla via Herculia R.J. Buck, The Via Herculia, «Papers of th British School at Rome» 39 (1971), pp. 66-87 [5.26]. Per la bibliografia specifica sulla via Appia si rimanda agli Approfondimenti dedicati alla regio I Latium et Campania.

Sulle risorse economiche, fondamentale per l'Apulia (e per le altre regioni dell'Italia centro-meridionale) E. Gabba - M. Pasquinucci, Strutture agrarie e allevamento transumante nell'Italia romana (III - I sec. a.C.), Pisa, 1979 [ECON I 128]. Specifici sulla regione P. Desy, Recherches sur l'économie apulienne au IIe et au Ier siècle avant notre ère, Bruxelles 1993 [ECON I. 405]; G. Volpe, Contadini, pastori e mercanti nell'Apulia tardoantica, Bari 1996 [ITALIA I Apu]. In particolare sulla produzione di anfore P. Desy, Les Timbres amphoriques de l'Apulie républicaine. Documents pour une histoire économique et sociale, Oxford 1989 [MISC III BAR/554]. Uno speciale sito Internet è dedicato ad un progetto di ricerca dell'Università di Uppsala sulla transumanza nell'Italia antica che è partito dal territorio degli Irpini, nella regio II: Per itinera callium - Along the Drovers Trails (http://www.arkeologi.uu.se/aks/projects/barbro/Default.htm).


Indice corso | Home Storia Romana | Commenti | Pagina seguente


L'URL di questa pagina è: http://www.telemaco.unibo.it/rom/italia/apulia.htm

© Alessandro Cristofori 2002