Gli spazi geografici della Storia Romana: l'Italia

Regio VII: Etruria



Figura 1 - La Regio VII: Etruria

La regio VII dell'Italia augustea



I confini

La regio VII dell'Italia romana a oriente e a meridione aveva un confine ben definito nel corso del fiume Tevere. A settentrione, sulla costa tirrenica, era un altro fiume, la Macra (oggi Magra) a costituire il limite con la Liguria; nell'interno il confine correva lungo lo spartiacque degli Appennini, almeno fino al settore orientale dove, come abbiamo visto, la regione del Casentino faceva parte della regio VI Umbria et ager Gallicus.




Le popolazioni

Anche la VII regione dell'Italia augustea era contraddistinta da una notevole uniformità dal punto di vista etnico, almeno nella sua sezione principale. Così scrive Plinio il Vecchio nel III libro della sua Naturalis historia:

Testo 1 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, III, 50: vicende del popolamento della VII regione

Adnectitur septima, in qua Etruria est ab amne Macra, ipsa mutatis saepe nominibus. Umbros inde exegere antiquitus Pelasgi, hos Lydi, a quorum rege Tyrrheni, mox a sacrifico ritu lingua Graecorum sunt cognominati.

[Testo tratto dall'edizione a cura di H. Zehnacker, Pline l'Ancien. Histoire naturelle, Livre III, Paris 1998]

Traduzione: Confina con la Liguria la settima regione, che comprende l'Etruria a partire dal fiume Magra; è una regione che spesso ha cambiato nome. In tempi antichi i Pelasgi cacciarono da essa gli Umbri, ma ne furono a loro volta cacciati dai Lidi. Dal nome del re di questi ultimi, gli abitanti dell'Etruria furono detti Tirreni.

[Traduzione di G. Ranucci in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia naturale. I. Cosmologia e Geografia. Libri 1-6, Torino 1982]




In età storica, dunque, il territorio compreso entro i limiti della VII regione era caratterizzato essenzialmente dalla presenza della popolazione degli Etruschi, che non a caso diede il nome stesso alla regio VII.

Non è certo questa la sede per tentare anche solo un cursorio approccio alla affascinante e complessa civiltà degli Etruschi, che chiamavano loro stessi Rasna o Rasenna, ma sono noti nelle fonti greche col nome di Tyrrhenoi o Tyrsenoi, nella documentazione latina come Tusci (da Plinio il Vecchio fantasiosamente connesso col verbo greco thyein, "sacrificare") o Etrusci. Ci limiteremo dunque a richiamare i due notissimi testi chiave che hanno dato origine alla querelle sull'origine di questa popolazione, che per lungo tempo tempo è rimasto il problema dei problemi della ricerca etruscologica. Il primo è un brano di Erodoto che illustra come gli Etruschi fossero ritenuti discendenti dei Lidi, una popolazione dell'Asia minore:

Testo 2 - Erodoto, Storie, I, 94, 3-7: l'origine lidia degli Etruschi

[Testo tratto dall'edizione a cura H.B. Rosén, Herodoti Historiae. Vol. I Libros I-IV continens, Leipzig 1987]

Traduzione: Al tempo di Atys, figlio del re Mane, ci fu in tutta la Lidia una tremenda carestia e i Lidi per qualche tempo continuavano a vivere sopportandola, ma poi, poiché non cessava cercarono rimedi e chi ne inventava uno, chi un altro. Allora furono inventati i giochi dei dadi e degli astragali e della palla e ogni altra specie di giochi, tranne quello degli scacchi; l'invenzione di questo infatti i Lidi non se la attribuiscono. (4) E, inventatili, agivano contro la fame nel modo seguente: un giorno giocavano per tutta la giornata, in modo da non cercar cibo, e l'altro mangiavano cessando i giochi. In tal modo trascorsero 18 anni. (5) Ma poiché la carestia non diminuiva, anzi infuriava ancor di più, il re, divisi in due gruppi tutti i Lidi, ne sorteggiò uno per rimanere, l'altro per emigrare dal paese e quello dei gruppi cui toccava di restare lì si mise a capo lui stesso come re, all'altro che se ne andava pose a capo suo figlio, che aveva nome Tirreno. (6) Quelli di loro che ebbero in sorte di partire dal paese scesero a Smirne e costruirono navi e, posti su di esse tutti gli oggetti che erano loro utili, si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora. (7) Ma in luogo di Lidi mutarono il nome, prendendolo da quello del figlio del re che li guidava, e si chiamarono Tirreni.

[Traduzione di A. Izzo d'Accinni in F. Cassola - A. Izzo d'Accinni - D. Fausti, Erodoto. Storie, I, Milano 1984]




Nel secondo brano Dionigi di Alicarnasso sosteneva piuttosto che gli Etruschi fossero di origine autoctona, opinione oggi condivisa da diversi studiosi.

Testo 3 - Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 30, 1-2: l'origine autoctona degli Etruschi

[Testo tratto dall'edizione a cura di V. Fromentin, Denys d'Halicarnasse. Antiquités romaines. Tome I. Introduction générale et Livre I, Paris 1998]

Traduzione: Proprio in base a questo criterio [scil. il criterio di affinità linguistica] io sono convinto della diversità etnica esistente tra Tirreni e Pelasgi e non penso neppure che i Tirreni siano coloni dei Lidi: non presentano infatti lo stesso linguaggio, né si può dire che, pur non essendo più di lingua affine, conservino almeno qualche ricordo della madrepatria. Non venerano neppure le stesse divinità dei Lidi, né osservano leggi e costumanze simili, sono anzi questi gli aspetti per i quali i Tirreni differiscono maggiormente dai Lidi che non dai Pelasgi. (2) Sono forse più vicini alla verità quelli che sostengono che i Tirreni non sono emigrati da nessun luogo, ma sono invece un popolo indigeno, poiché in ogni sua manifestazione presenta molti caratteri di arcaicità; sia per linguaggio che per modo di vivere non lo si ritrova affine ad alcun altro popolo.

[Traduzione di F. Cantarelli in F. Cantarelli (a cura di), Dionisio di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica (Le antichità romane), Milano 1984]




Per la verità gli Etruschi, anche se erano la popolazione di gran lunga prevalente in quella che sarà la settima regione dell'Italia augustea, non ne erano gli unici abitanti: in effetti Plinio il Vecchio, nel passo precedentemente citato, scrive della septima regio, in qua Etruria est, cioè della "settima regione, nella quale vi è l'Etruria", ma che dunque non si identifica con il solo territorio un tempo occupato dagli Etruschi.

Nella parte meridionale della regione, tra i monti Cimini e il Tevere, abitava una popolazione distinta dagli Etruschi, anche se profondamente legata con questi dal punto di vista culturale e politico: i Falisci. Questa popolazione, i cui centri principali erano Falerii (odierna Civita Castellana) e Capena, dal punto di vista etnico erano piuttosto affini ai latini e la stessa lingua falisca, sebbene fosse scritta in alfabeto etrusco, è strettamente imparentata col latino, anche se non può propriamente qualificarsi come un semplice dialetto latino.

Anche in questo caso la comunanza etnica non trovò riscontro nelle vicende politiche: vediamo infatti che i Falisci si schierarono regolarmente al fianco degli avversari etruschi di Roma, prima con Veio, poi con Tarquinia. La ribellione di Falerii contro l'egemonia di Roma nel 241 a.C. fu l'ultimo atto della città, come riferisce Polibio:

Testo 4 - Polibio, Storie, I, 65, 1-2: la distruzione di Falerii

[Testo tratto dall'edizione a cura di T. Buettner-Wobst, Polybii Historiae, I, Leipzig 1905]

Dopo questi accordi accadde che gli uni e gli altri [scil. i Romani e i Cartaginesi] sperimentassero qualcosa di particolare e di molto simile. (2) I Romani, infatti, erano attesi da una guerra intestina, quella contro coloro che sono chiamati Falisci, che essi portarono a termine rapidamente e in modo positivo, dopo essersi impadroniti in pochi giorni della città nemica.

[Traduzione di M. Mari in D. Musti (a cura di), Polibio. Storie (libri I-II), I, Milano 2001]




La laconica notizia polibiana non ricorda che la spedizione punitiva condotta dai Romani portò alla distruzione della vecchia Falerii, che sorgeva in una forte posizione sulle pendici dei monti Cimini. La città venne rifondata 5 km. più ad ovest, nella pianura, col nome di Falerii Novi (che si conserva nella denominazione della chiesa di S. Maria di Fàlleri). È interessante notare come nell'XI secolo Falerii Novi venne a sua volta abbandonata a favore della vecchia Falerii, che risorse col nome di Civita Castellana.

Figura 2 - I Liguri

Nella parte più settentrionale della VII regione, sulle pendici dell'Appennino tosco-emiliano, erano originariamente insediati i Liguri, in particolare la tribù degli Apuani: si trattava di una popolazione tra le meno acculturate dell'Italia antica, contro la quale Roma dovette condurre dure campagne tra la fine del III e la prima metà del II sec. a.C.

Rimandando per una più puntuale disamina della civiltà ligure al capitolo dedicato alla regio IX, mi limito qui a ricordare una singolare tipologia monumentale che trovò sviluppo in un'area ricompresa entro i confini di quella che sarà la regio VII, le cosiddette statue-stele della Lunigiana. Una delle più celebri è quella denominata Filetto II, qui raffigurata, rinvenuta a Villafranca, in provincia di Massa e Carrara. Il documento illustra una fase già evoluta delle statue-stele, caratterizzata in particolare dalla testa rotonda, staccata dal corpo; si notino anche l'ascia a lama quadrata e i due giavellotti a punta conica. L'iscrizione in caratteri etruschi che appare a destra dell'ascia consente di datare la stele al VI sec. a.C.

La statua-stele Filetto II,
da Villafranca (Massa e Carrara)



Le città

Tra le città dell' Etruria meridionale, la più prossima a Roma era Veio, che occupava una forte posizione difensiva, su una scoscesa collina a dominio del torrente Cremera, affluente del Tevere. I primi segni di un'occupazione umana risalgono al IX sec. a.C., ma la città è meglio nota a partire dagli inizi del V sec. a.C., quando inizia il lungo duello con Roma che si concluderà solamente nel 396 a.C., con la distruzione di Veio da parte di M. Furio Camillo e l'annessione del suo territorio.
Figura 3 - Veduta degli scavi di Veio
Nonostante un tentativo di rivitalizzazione del centro urbano da parte di Augusto, con la creazione del municipium Augustum Veiens, Veio non riacquisterà mai lo splendore dell'età etrusca, testimoniato anche da capolavori dell'arte, come la celebre statua di Apollo dal tempio di Portonaccio, qui raffigurata, attribuita al grande scultore Vulca. In età romana in effetti Veio era tagliata fuori dalle principali vie di comunicazione (la via Cassia passava ad ovest della città) e la nuova città occupava solo una minima parte dell'area urbana dell'antico centro etrusco. Rimasero invece sempre oggetto di intensa occupazione le fertili campagne dell'ager Veientanus.
Figura 4 - L'Apollo di Veio



Ad ovest di Veio, nei pressi della costa e dell'odierna Cerveteri, si trovava un'altra importante città etrusca, Caere, famosa per la sua necropoli, di cui si riporta qui una veduta aerea, e per la sua notevole importanza politica a partire dal VI sec. a.C., quando i Ceriti strinsero un'alleanza con Cartagine per fronteggiare l'espansione dei coloni greci di Focea: lo scontro tra le flotte dell'alleanza etrusco-cartaginese e dei Focei avvenne intorno al 545 a.C. nelle acque antistanti Alalia, la colonia che i Focei avevano fondato sulle coste della Corsica: la vittoria fu dei Greci, ma le loro perdite furono tali che essi dovettero sgombrare l'insediamento corso e trovare rifugio sulle coste lucane, ad Elea; la Corsica rimase dunque sotto l'egemonia etrusca.
Figura 5 - Veduta aerea della necropoli di Caere (Cerveteri)



Un'importante conferma archeologica degli stretti rapporti esistenti tra Cere e il mondo punico è venuta dal ritrovamento di un testo bilingue punico - etrusco a Pyrgi, il porto di Cere sul Tirreno: il testo punico, che è solo un riassunto di quello etrusco e dunque non può essere la chiave per l'interpretazione della lingua etrusca, come si era sperato, ricorda la fondazione da parte di Thefarie Velianas, detto "re su Cere", di un tempio dedicato alla divinità fenicia Astarte.
Figura 6 - Le laminette auree di Pyrgi,
nel territorio di Caere



Cere era profondamente legata anche a Roma da quando aveva prestato il proprio aiuto al momento dell'invasione gallica. Leggiamo quanto scrive Strabone:

Testo 5 - Strabone, Geografia, V, 2, 3: i rapporti fra Roma e Caere e la concessione della civitas sine suffragio

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Questo per quanto riguarda la fama dei Tirreni; ancora aggiungeremo qualcosa sulle imprese dei Ceretani: essi combatterono contro quei Galli che avevano preso Roma, attaccandoli nel territorio dei Sabini mentre si stavano allontanando e li privarono a viva forza del bottino che i Romani avevano consegnato spontaneamente. Oltre a ciò essi salvarono quelli che da Roma si erano rifugiati presso di loro e anche il fuoco perenne e le sacerdotesse di Vesta. I Romani, in effetti, a causa dei cattivi governanti che allora avevano in mano la città, non sembrano aver ricordato con sufficiente riconoscenza il favore reso dai Ceretani, perché, pur dando ad essi il diritto di cittadinanza, non li iscrissero fra i cittadini, ma anzi iscrissero sulle Tavole Ceretane anche tutti quelli che non avevano diritto all'isonomia.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi (a cura di), Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988]




È opportuno notare come l'interpretazione straboniana della concessione della civitas sine suffragio a Cere come una misura punitiva, segno dell'ingratitudine di Roma, è verosimilmente errata: in effetti, almeno in origine, la cittadinanza senza diritto di voto era piuttosto vantaggiosa, consentendo alla comunità che la riceveva di avere sostanzialmente i medesimi diritti dei cives Romani, pur conservando la propria piena autonomia. A partire dalla metà del IV sec. a.C. i rapporti fra Cere e Roma si guastano, fino a quando, nel 293 o nel 273 a.C. la città etrusca venne privata di circa metà del proprio vasto territorio, lungo la costa, dove vennero fondate ben 4 colonie: Fregenae, Alsium, Pyrgi e Castrum Novum. Inizia in questo periodo il lungo declino di Cere.

Più a nord, sempre a poca distanza dalla costa, si trovava Tarquinia, ritenuta la più antica e una delle più potenti città etrusche: da Tarquinia proveniva la dinastia che regnò su Roma per oltre un secolo, quella dei Tarquinii, e anche le insegne del potere dei magistrati romani: i fasci e la cosiddetta sella curulis. Nella prima metà del IV sec. a.C. Tarquinia rappresenta il principale avversario di Roma in Etruria: la prima fase dei combattimenti terminò nel 351 a.C., con la conclusione di una tregua quarantennale; scaduta la tregua, Tarquinia cercò di approfittare del fatto che Roma era duramente impegnata nella II guerra sannitica per riprendere le ostilità, insieme ad altre città etrusche, ma venne rapidamente costretta a concludere una pace separata nel 308 a.C.

Figura 7 - Tarquinia

Gradualmente la città scomparve dalla storia, lasciandoci tuttavia nella sua necropoli alcuni dei migliori esempi della pittura funeraria etrusca, come per esempio l'affresco qui presentato, proveniente dalla Tomba degli àuguri.
La tomba degli àuguri



Figura 8 - Vulci

A nord di Tarquinia si trovava un'altra importante città etrusca, Vulci, sottomessa da Roma solamente verso il 280 a.C., nel corso delle poco note campagne che portarono alla definitiva conquista dell'Etruria sino all'Arno. Nel territorio di Vulci si trova lo splendido ponte della Badia, del I sec. a.C., a tre arcate, alto 70 m. sul fiume Fiora.
Il ponte della Badia, nei pressi di Vulci



Nel territorio strappato a Vulci venne fondata nel 273 a.C. la colonia latina di Cosa (oggi Ansedonia), su un promontorio roccioso che sovrasta il Tirreno, a poca distanza dal monte Argentario e dalla laguna di Orbetello. La città, ben conosciuta grazie ad intense campagne di scavo, venne distrutta intorno alla metà del I sec. a.C., per cause non meglio note, ma fu parzialmente ricostruita in età augustea, pur non raggiungendo più la prosperità passata. Agli inizi del V sec. d.C. il poeta Rutilio Namaziano ricorda come fosse stata abbandonata a causa di un'invasione di topi.

Figura 9 - Cosa

Cosa aveva due porti, uno esterno, sul promontorio che si allungava nel Tirreno, e uno interno, nella laguna di Orbetello: una canale scavato nella roccia, la cosidetta Tagliata, di cui qui si riporta un'immagine, doveva favorire il ricambio delle acque nel porto interno e mantenere sgombro dai sedimenti sabbiosi il porto esterno.
La cosiddetta "Tagliata"



Figura 10 - Rusellae

Tra le città dell'Etruria marittima possiamo ricordare per ragioni di convenienza anche Rusellae (attuale Roselle), sebbene sorgesse ad una certa distanza dalla costa, in una forte posizione a controllo della valle dell'Ombrone. La città, che occupava una piccola collina, prese parte a diverse coalizioni antiromane e alla fine venne conquistata nel 294 a.C. Nella prima metà del I sec. a.C. divenne colonia romana, vivendo un periodo di prosperità nell'età giulio-claudia. Anch'essa appare abbandonata in età tardoantica.
Veduta invernale degli scavi di Rusellae



Direttamente sulla costa si trovava invece Populonia (nei pressi dell'attuale Piombino), che poteva contare su un buon porto naturale nell'attuale golfo di Baratti. La città è particolarmente nota per la lavorazione dei metalli, provenienti dalle vicine colline metallifere, ma anche dall'isola d'Elba, che si trova proprio davanti a Populonia. Caduta sotto l'egemonia romana agli inizi del III sec. a.C., Populonia lentamente decade: già Strabone scrive che la città era semiabbandonata e che le miniere erano state chiuse.

Nell'Etruria interna ricordiamo in primo luogo Clusium (l'odierna Chiusi), che sorgeva su una collina a dominio della val di Chiana. L'insediamento presenta una notevole continuità dall'età villanoviana sino ad oggi., dovuta anche alla fertilità del territorio, alla presenza di miniere di ferro e rame e di sorgenti termali ancora oggi assai note (Chianciano Terme). Chiusi è strettamente legata alla storia della Repubblica di Roma: il suo sovrano, Porsenna, tentò di riportare Tarquinio il Superbo sul trono di Roma; poco più di un secolo dopo il chiusino Arrunte fece conoscere ai Galli i prodotti agricoli del Mediterraneo, provocando la spedizione dei Sénoni nell'Italia centrale che si concluse col sacco di Roma. Chiusi cadde sotto il dominio di Roma verso il 295 a.C., e nell'età tardorepubblicana e imperiale appare come una tranquilla cittadina di provincia.

Figura 11 - Perusia

Perusia, originario centro umbro che sorgeva su di una collina affacciata sulla valle del Tevere, appare in età storica inserita nella lega delle dodici città dell'Etruria. Venne sottomessa da Roma nel 295 a.C. e nel 41-40 a.C. fu teatro di aspri scontri tra Ottaviano e L. Antonio, fratello di Marco, e Fulvia, moglie del triumviro. La città era chiusa da una cinta di mura, nelle quali si aprivano diverse porte: uno degli accessi più importanti alla città è costituito dal cosiddetto arco di Augusto, probabilmente anteriore all'età augustea, nonostante il suo nome, forse della seconda metà del II sec. a.C.
Il cosiddetto arco di Augusto



Arretium, l'odierna Arezzo, sorgeva in una favorevole posizione, nel punto di incontro di diverse vallate: il Casentino, la media valle dell'Arno, la val Tiberina e la val di Chiana. L'Arezzo etrusca mantenne generalmente una prudente linea politica filoromana, sotto la guida dell'influente famiglia dei Cilnii, tra i cui discendenti troviamo anche Caio Cilnio Mecenate, il grande collaboratore di Augusto.

Figura 12 - Arretium

La città era sede di importanti attività manifatturiere, in particolare la lavorazione dei metalli (il cui vertice venne raggiunto nella celebre Chimera del V sec. a.C., qui raffigurata) e, in età romana, soprattutto la produzione di una caratteristica ceramica di colore corallino, detta terra sigillata, dal momento che era ornata da piccole decorazioni a rilievo, dette sigilli, o anche ceramica aretina, dal luogo di produzione. L'età d'oro della manifattura della ceramica ad Arezzo è rappresentata dai regni di Augusto e Tiberio, quando le sue produzioni raggiungono tutte le regioni dell'impero e addirittura l'India. Ma già nell'età dei Flavi, Arezzo aveva perso molta della sua importanza a favore di altri centri di produzione dell'Italia e delle province, soprattutto della Gallia.
La chimera di Arezzo



Nell'Etruria settentrionale possiamo ricordare la città di Volaterrae, attuale Volterra, nella valle del fiume Cecina. Sottomessa da Roma agli inizi del III sec. a.C., Volaterrae conservò una certa importanza, anche grazie all'intermediazione della potente famiglia dei Cecina.

Figura 13 - Volaterrae

La produzione più caratteristica di Volterra è quella delle urne cinerarie in tufo e in alabastro, che prende avvio verso la metà del III sec. a.C. e prosegue fino al I sec. a.C. Qui raffigurata è l'urna di Cecina Selcia, un monumento di fattura non molto raffinata che è stato rinvenuto nella tomba della famiglia Cecina. Sul coperchio dell'urna appare un ragazzo con il capo velato e le orecchie prominenti, che l'iscrizione in latino incisa sul bordo del coperchio identifica come A. Cecina Selcia, vissuto 12 anni. Sulla cassa è rappresentata una scena di soggetto funebre: il viaggio verso gli Inferi di due coniugi su di un carro coperto, il carpentum.
Un'urna funeraria di Volterra



Sulla riva destra del medio corso dell'Arno vi era Florentia (odierna Firenze). Il sito era già abitato in età villanoviana, anche se per tutto il periodo etrusco e repubblicano non assurse all'importanza che ci attenderemmo: in effetti Firenze si trovava in un favorevole punto di passaggio dell'Arno, all'incontro tra la via Cassia, proveniente da Roma, e le vie transappenniniche che conducevano rispettivamente a Bononia (Bologna) e Faventia (Faenza). Florentia divenne colonia verso il 40-30 a.C. ma solo in età tardoantica acquista la preminenza regionale che tutt'oggi conserva, divenendo sede del governatore della nuova provincia di Tuscia.

Figura 14 - Faesulae

In età repubblicana più importante di Firenze era Faesulae (odierna Fiesole), che sorgeva su di una collina a dominio della valle dell'Arno e delle stessa Firenze. La città era di origine etrusca ma in età sillana vi venne fondata una colonia di veterani romani; qualche decennio più tardi fu teatro dell'ultima resistenza di Catilina e dei suoi sostenitori. Conserva in particolare un bel teatro, che risale verosimilmente all'età augustea, con rimaneggiamenti posteriori.
Il teatro romano di Fiesole



Quasi alle foci dell'Arno, nel punto il cui fiume riceveva le acque dell'Auser (odierno Serchio) si trovava Pisa, che controllava un vasto territorio. L'importanza e la notorietà raggiunte da Pisa già in età etrusca trovano riflesso nella nascita, in ambito greco, di leggende che ne facevano una fondazione dei compagni dell'eroe Nestore, un evidente mito eziologico, che cercava cioè di spiegare la coincidenza tra il nome della città tirrenica e quello di un centro della regione greca dell'Elide, a poca distanza da quella Pilo sulla quale aveva regnato Nestore. Una versione del mito si ritrova in Strabone:

Testo 6 - Strabone, Geografia, V, 2, 5: la risorse di Pisa

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Pisa è fondazione dei Pisati del Peloponneso che, avendo combattuto con Nestore ad Ilio, nel viaggio di ritorno andarono errando alcuni a Metaponto, altri nel territorio di Pisa, pur essendo chiamati tutti Pilii ... Sembra che una volta la città sia stata prospera e anche oggi non è priva di importanza per la sua fertilità, per le sue cave di pietra e per il legno che serve alla costruzione delle navi e che anticamente utilizzavano per difendersi dai pericoli del mare: infatti erano i più bellicosi dei Tirreni e li stimolarono a ciò i Liguri che, vivendo al loro fianco, furono cattivi vicini. Ora questo legno è per lo più usato per la costruzione di case a Roma e anche per l'edificazione di ville, costruite simili a vere regge persiane.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi (a cura di), Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988]




Pisa entra nell'egemonia romana verso la metà del III sec. a.C., divenendo un'importante base degli eserciti e delle flotte romane che operarono contro i Liguri e i Cartaginesi. Parte del suo ampio territorio venne tuttavia distaccato per fondare le colonie di Luca (Lucca), nel 180 a.C., e di Luna nel 177 a.C. La città conservò comunque una certa importanza, grazie anche alle notevoli risorse naturali ricordate da Strabone.

La città più settentrionale dell'Etruria era la già ricordata Luna (odierna Luni), colonia romana del 177 a.C., ma già in precedenza base militare romana delle operazioni contro i Liguri. La prosperità di Luni si doveva al suo eccellente porto, variamente identificato dagli studiosi alle foci del fiume Magra o più a nord, nel golfo di La Spezia, e alla presenza nel suo territorio delle famose cave di marmo di Carrara, detto appunto nell'antichità marmo lunense, ma anche di grandi quantità di legname. In età tardoantica la città decadde, a causa dell'insabbiamento del porto e del diffondersi della malaria.




Le vie di comunicazione

La vasta settima regione era attraversata da numerose e importanti arterie stradali. In primo luogo dobbiamo ricordare la via Aurelia, che congiungeva Roma ai centri costieri dell'Etruria. Il promotore della costruzione di questa via non è identificato con sicurezza: si pensa a C. Aurelio Cotta, censore del 241 a.C., o ad un omonimo personaggio che fu console nel 200 a.C., o ancora al console del 126 a.C. L. Aurelio Oreste. La via Aurelia percorreva l'itinerario tutt'oggi seguito dall'omonima strada statale, toccando le colonie fondate nel territorio strappato a Caere e Tarquinia, Alsium, Pyrgi e Castrum Novum, per poi toccare Cosa e Populonia e infine giungere a Pisa.

La strada proseguiva verso nord, verso Luni e poi Genua (l'attuale Genova), col nome di via Aemilia Scauri, certamente da ricondurre all'azione di M. Emilio Scauro, console del 115 a.C. e censore del 109 a.C.

Figura 15 - La via Cassia

I centri dell'Etruria interna erano collegati a Roma dalla via Cassia, che attraversava i monti Cimini, toccava Volsinii Novi (Bolsena), Chiusi, Arezzo e Firenze; alcuni elementi consentono di ipotizzare l'esistenza di un percorso alternativo tra Clusium e Florentia, che tagliava fuori Arretium, consentendo di risparmiare qualche miglio. Il punto terminale della strada è in genere fissato nelle carte a Firenze, ma è probabile che la strada si spingesse fino a Luca o addirittura a Luna. A quale dei tanti Cassii della storia romana sia da attribuire la costruzione delle via è incerto: pare comunque che la strada possa risalire alla prima metà del II sec. a.C.
Un tratto della via Cassia



Nella parte settentrionale della regione possiamo ricordare la cosiddetta via Flaminia minor del 187 a.C., che collegava Arretium a Bononia, passando probabilmente per la valle del Reno. Nel primo tratto, da Arezzo e Firenze, il percorso della Flaminia minor coincideva con quello della Cassia. Una seconda strada, la cosiddetta via Faventina, collegava Firenze all'Aemilia, in particolare a Faventia (Faenza).

Tra i porti, da nord a sud, possiamo ricordare Centumcellae, l'odierna Civitavecchia, ove Traiano fece costruire moli artificiali, a complemento dei lavori intrapresi ad Ostia. Più a nord abbiamo già accennato agli scali di Cosa e di Populonia.

Una certa importanza ebbe anche il porto di Pisa, che tuttavia si allontanò progressivamente dalla costa a causa dei numerosi sedimenti portati dall'Arno. In età romana Pisa era divenuta un porto fluviale, mentre il suo scalo marittimo, denominato portus Pisanus, si trovava forse nei pressi dell'attuale Livorno.

Figura 16 - Le navi romane di Pisa

Proprio a Pisa, tuttavia, è stato fatto la più clamorosa scoperta di archeologia navale degli ultimi anni: nel corso dei lavori per lo scavo ferroviario di Pisa San Rossore si sono infatti rinvenute ben 16 imbarcazioni, la cui datazione si distribuisce tra il I sec. a.C. e il VI sec. d.C. Le particolari condizioni climatiche hanno permesso che almeno 8 relitti, quelli finora recuperati, si siano conservati in eccellenti condizioni, insieme ai numerosi materiali che imbarcavano. L'immagine riportata si riferisce alla cosiddetta nave D, che originariamente doveva essere lunga circa 14 metri e larga 6; al momento non sono stati individuati elementi sicuri di datazione, anche se i due relitti che giacciono al di sotto, e che dunque affondarono prima della nave D, sembrano appartenere alla seconda metà del V sec. d.C.
Una delle navi romane recentemente scoperte a Pisa



Le risorse economiche

La vasta regione dell'Etruria presentava una notevole varietà di risorse naturali ed economiche.

L'agricoltura era favorita, principalmente nella parte meridionale della regione, dalla presenza di fertili terreni vulcanici. Favorevoli allo sfruttamento agricolo anche le vallate interne, come quella del Tevere e della val di Chiana. L'intera regione, dalla valle dell'Arno alla Tuscia, è peraltro caratterizzata da seri problemi di drenaggio delle acque (parzialmente tuttora irrisolti, si pensi alle caratteristiche della Maremma), alla cui cura già gli Etruschi si dedicarono attivamente, con la costruzione di canali e condotte sotterranee che servivano a far defluire le acque verso il Tirreno. L'abbandono di queste opere di bonifica, in età tardoantica, comportò la diffusione della malaria.

Nell'Etruria si concentravano inoltre le principali risorse minerarie dell'Italia romana: ricordiamo qui solamente le miniere di rame delle regioni di Populonia e Volaterrae e le miniere di ferro dell'isola d'Elba (l'antica Aithalìa), sulle quali ci informa anche Strabone:

Testo 7 - Strabone, Geografia, V, 2, 6: la lavorazione dei metalli nella zona di Populonia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: vidi io stesso queste isole [scil. la Sardegna, la Corsica e l'isola d'Elba], giungendo a Populonia e alcune miniere nella zona che erano state abbandonate. Vidi anche quelli che lavoravano il ferro portato dall'isola di Aithalìa: esso infatti non può essere portato a liquifezione e lavorato alla fornace sull'isola e viene perciò subito portato dalle miniere sul continente.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi (a cura di), Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988]




Luni era famosa per le vicine cave di marmo, oggetto di intenso sfruttamento a partire dall'età augustea, quando il marmo bianco, oggi detto di Carrara, diventa il materiale maggiormente impiegato nel grande programma di rinnovamento edilizio di Roma intrapreso dal primo imperatore; leggiamo cosa scrive a proposito Strabone:

Testo 8 - Strabone, Geografia, V, 2, 5: Luni e le sue cave di marmo

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: fra questi centri che abbiamo nominato Luna è una città e un porto: i greci la chiamano porto e città di Selene. La città non è grande, ma il porto è assai grande e assai bello, includendo più porti, tutti profondi, proprio quale dovrebbe essere naturalmente la base navale di un popolo che impose la talassocrazia su un così gran mare e per tanto tempo. Il porto è circondato tutt'intorno, da dove si vedono i diversi mari, la Sardegna e gran parte della costa dall'una e dall'altra parte. Vi sono cave di marmo bianco e con venature azzurre in tal numero e di qualità tale che forniscono lastre monolitiche e colonne, cosicché di là viene la fornitura per costruire la maggior parte delle opere insigni a Roma e nelle altre città: infatti la pietra è facile da trasportarsi, dal momento che le cave stanno vicino al mare e dal mare il Tevere riceve a sua volta il carico.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi (a cura di), Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988]




Non dobbiamo infine dimenticare le importanti attività manifatturiere di lavorazione dei metalli e soprattutto della ceramica che, come si è già accennato, aveva uno dei suoi centri principali ad Arezzo, grazie ai banchi di eccellente argilla che si trovavano nei pressi della città.




Approfondimenti

Per gli studi di carattere generale si veda il già citato volume di W.V. Harris, Rome in Etruria and Umbria, Cambridge 1971 [SR IV 112].

Per quanto concerne la documentazione archeologica, ottima sintesi, per la collana delle «Guide Archeologiche Laterza», a cura di M. Torelli, Etruria, Roma - Bari 1982 [PROV IX 10/3]; della stessa collana, per le località oggi comprese nelle regione dell'Umbria, si veda M. Gaggiotti - D. Manconi - L. Mercando - M. Verzar, Umbria. Marche, Roma - Bari 1980 [PROV IX 10/4]; di Veio si tratta in F. Coarelli, Dintorni di Roma, Roma - Bari 1981 [PROV IX 10/7]. Sempre a cura di M. Torelli, Atlante dei siti archeologici della Toscana, Roma 1992 [non presente nella nostra biblioteca, ma consultabile presso il Dipartimento di Archeologia, sotto la segnatura TP I F 59]. Sulla parte meridionale della regione T.W. Potter, The Changing Landscape of South Etruria, London 1979 [ITALIA I Etr/2], con la traduzione italiana Storia del paesaggio dell'Etruria meridionale. Archeologia e trasformazione del territorio, Roma 1985 [ITALIA I Etr/18]. La Soprintendenza archeologica per la Toscana ha un bel sito web all'indirizzo http://www.comune.firenze.it/soggetti/sat. Eccellente la pagina che il Dipartimento di Archeologia dell'Università di Siena ha dedicato a Torrita di Siena. Un villaggio romano e tardoantico (http://www.archeo.unisi.it/Web_Torrita/home_page.htm), incentrato sull'indagine archeologica di un piccolo insediamento nella val di Chiana.

La documentazione epigrafica della regio VII è compresa nell'XI volume del CIL [CONS Sala Roma]. Per la collana delle Inscriptiones Italiae è uscito il fascicolo a cura di A. Neppi Modona, Pisae, Roma 1953 [CONS Sala Roma]. Tra gli aggiornamenti editi nella collana dei Supplementa Italica [E IV.1 Ita/1] ricordiamo I. Di Stefano Manzella, Falerii Novi, «Supplementa Italica», 1, Roma 1981, pp. 101-176 e S. Conti, Rusellae, «Supplementa Italica», 16, Roma 1998, pp. 93-192.

Per quanto concerne gli Etruschi segnaliamo solamente le numerose pubblicazioni che hanno preso le mosse dalla grande mostra tenuta a metà degli anni '80, in particolare Civiltà degli Etruschi, a cura di M. Cristofani, Milano 1985 [ITALIA I Etr/13]; Santuari d'Etruria, a cura di G. Colonna, Milano 1985 [ITALIA I Etr/11]; Case e palazzi d'Etruria, a cura di S. Stopponi, Milano 1985 [ITALIA I Etr/10]; L'Etruria mineraria, a cura di G. Camporeale, Milano 1985 [ITALIA I Etr/8]. Belle immagini si troveranno nel volume miscellaneo Gli Etruschi. Una nuova immagine, Firenze 1984 [ITALIA I Etr/22].

Sui Falisci e il loro territorio M.A. De Lucia Brolli (a cura di), L'agro falisco, Roma 1991 [ITALIA II Falis/2].

Sulle statue-stele della Lunigiana da ricordare una mostra virtuale, curata dal Museo Archeologico di Pontremoli e dal Gruppo archeologico pisano e visitabile all'indirizzo http://marolaws.iet.unipi.it:31442/stele/sstele_i.htm.

Numerosi gli studi sulle città della VII regione. In particolare su Veio romana si legga P. Liverani, Municipium Augustum Veiens. Veio in età imperiale attraverso gli scavi Giorgi (1811-13), Roma 1987 [ITALIA II Veio/1].

Su Cere e la concessione della cittadinanza senza diritto di voto ancora fondamentale M. Sordi, I Rapporti romano-ceriti e l'origine della civitas sine suffragio, Roma 1960 [SR IV 6]; per il quadro archeologico G. Proietti, Cerveteri, Roma 1986 [ITALIA II Cer/4]; M. Cristofani - G. Nardi - M.A. Rizzo, Caere 1. Il parco archeologico, Roma 1988 [ITALIA II Cer/3]; A. Maffei - F. Nastasi, Caere e il suo territorio. Da Agylla a Centumcellae, Roma 1990 [ITALIA II Cer/5].

Su Tarquinia diversi contributi interessanti nella miscellanea di studi a cura di M. Bonghi Jovino - C. Charamonte Treré, Tarquinia: ricerche, scavi e prospettive, Milano 1987 [ITALIA II Tarq/3].

Su Cosa si veda il dettagliato studio di A. M. McCann et alii, The Roman Port and Fishery of Cosa. A Center of Ancient Trade, Princeton 1987 [ITALIA II Cosa/1]. Lo scavo della celebre villa di Settefinestre, nel territorio di Cosa, ha ricevuto una pubblicazione nei tre volumi a cura di A. Carandini, Settefinestre. Una villa schiavistica nell'Etruria romana, Modena 1984-1985 [ITALIA II Sett/2]; una sintesi in A. Carandini - S. Settis, Schiavi e padroni nell'Etruria romana. la villa di Settefinestre dalla scavo alla mostra, Bari 1979 [ITALIA II Sett].

A Vulci è stata dedicata una speciale sezione della grande mostra tenuta qualche anno fa sugli Etruschi; la documentazione si ritrova in La romanizzazione dell'Etruria: il territorio di Vulci, a cura di A. Carandini, Milano 1985 [ITALIA I Etr/9]; cf. inoltre A. Hus, Vulci étrusque et étrusco-romaine, Paris 1971 [ITALIA II Vulci].

Su Chiusi si veda in particolare G. Paolucci (a cura di), I Romani di Chiusi. Rivisitazione attraverso testmimonianze epigrafiche, topografiche, archeologiche, Roma 1988 [ITALIA II Chiu/3].

Riguardo a Populonia F. Fedeli, Populonia. Storia e territorio, Firenze 1983 [ITALIA II Popu/1].

Su Volterra si veda E. Fiumi, Volterra etrusca e romana, Pisa 1976 [ITALIA II Volt]. Un interessante pagina di Internet, frutto della collaborazione tra il Museo Archeologico "Guarnacci" e il Gruppo Archeologico Pisano, è dedicata alle urne di Volterra: I Volti e le Storie degli Etruschi (http://marolaws.iet.unipi.it:31442/urne/urne.htm).

Su Florentia E. Mensi, La fortezza di Firenze e il suo territorio in epoca romana, Firenze 1991 [non presente in Dipartimento]; incentrato sulla documentazione archeologica Alle origini di Firenze. Dalla Preistoria alla città romana, Firenze 1996 [ITALIA II Fir/2].

Su Pisa un volume della serie Forma Italiae: A. Neppi-Modona, Pisae, Roma 1953 [ITALIA IV 8]; M. Pasquinucci - S. Storti, Pisa antica. Scavi nel giardino dell'Arcivescovado, Pontedera 1989 [ITALIA II Pisa/2] contiene anche una breve introduzione storica. Da segnalare anche il sito Internet Le navi romane di Pisa, all'indirizzo http://www.navipisa.it/.

Le ricerche archeologiche a Luni sono documentate in A. Frova (a cura di), Scavi di Luni, Roma 1973 [ITALIA II Luni].

Sulle vie di comunicazione e in particolare riguardo alla via Aurelia si veda La via Aurelia da Roma a Forum Aurelii, Roma 1968 [ANT IX 2046.4]. Vie e porti dell'ager Cosanus sono trattati da G. Ciampoltrini, Vie ed insediamenti fra età repubblicana e la tarda antichità: l'agro cosano, «Viae publicae romanae», Roma 1991, pp. 187-191 [ANT IX 2087].

Riguardo alle risorse economiche e in particolare alle cave di marmo lunense si veda E. Dolci, Carrara cave antiche. Materiali archeologici, Carrara 1980 [ITALIA II Car].


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© Alessandro Cristofori 2002