Gli spazi geografici della Storia Romana: l'Italia

Le fonti per lo studio dell'Italia romana



Il nostro breve corso ci consentirà di accostarci alle principali fonti per la ricostruzione della geografia del mondo antico e alle metodologie della loro interpretazione. È fin da ora opportuno passare rapidamente in rassegna le diverse tipologie di questa documentazione, rimandando, per alcuni saggi di indagine su singoli documenti, alle lezioni che seguiranno.

Gli scritti degli autori greci e latini

In primo luogo è opportuno ricordare le opere della letteratura greca e latina, in primis naturalmente quelle dei geografi e periegeti, cioè degli autori di descrizioni di viaggio.

Per quanto concerne l'Italia romana sono da rammentare in particolare due autori. Il primo è il già ricordato Strabone di Amasea, nel Ponto. Nato intorno al 64 a.C. da una famiglia di notabili, Strabone ebbe, come di consueto ai suoi tempi, una formazione completa, che lo portò ad interessarsi di grammatica, filosofia e storia (una sua opera giovanile, per noi perduta, continuava in 47 libri le Storie di Polibio), ma è noto soprattutto per la sua grande Geografia, in 17 libri, giuntaci pressoché completa e contenente una descrizione del mondo allora conosciuto: i libri V e VI sono appunto dedicati all'Italia. L'opera risale ai tempi del principato di Augusto e ai primi anni del suo successore, Tiberio, non a caso, dunque, ad un periodo nel quale la grande espansione dell'Impero romano assicurava migliori possibilità di conoscenza dell'ecumene.

L'approccio di Strabone alla geografia risente in misura minore di altri geografi, come per esempio Eratostene, dell'influenza della matematica e della cosmologia: il nostro autore preferisce concentrarsi su una descrizione impressionistica dei territori e delle popolazioni che li abitavano, fondandosi non tanto sulla propria esperienza diretta, l'autopsia (anche se dobbiamo ricordare che Strabone soggiornò a lungo a Roma e le descrizioni di alcune località dell'Italia, come per esempio Populonia, indicano una loro visione diretta da parte dell'autore), quanto piuttosto sulle notizie che egli trovava in autori precedenti: non poche sono dunque in Strabone le digressioni storiche sulle vicende, anche molto lontane nel tempo, che interessarono le regioni descritte.

La seconda opera, dopo la Geografia di Strabone, fondamentale per il nostro tema è la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, di cui parimenti abbiamo già avuto modo di parlare. Si tratta di una sorta di enciclopedia di tutto lo scibile in 37 libri, di cui i libri III-VI sono dedicati alla geografia: riguardano l'Italia i capitoli 38-138 del libro III. Plinio, che ebbe un importante carriera nell'esercito e nell'amministrazione imperiale sotto gli ultimi due imperatori della dinastia giulio-claudia, Claudio e Nerone, e in particolare sotto Vespasiano e il figlio Tito, fu un infaticabile compilatore, forse non sempre in grado di selezionare il materiale che consultava, né di comprenderne con acume il senso, ma certo animato da una insaziabile curiosità, che ci ha conservato moltissime notizie che altrimenti sarebbero andate irrimediabilmente perdute. E proprio per troppa curiosità Plinio trovò la morte: nel 79 d.C., al momento della rovinosa eruzione del Vesuvio, il vecchio enciclopedista si trovava non lontano dal luogo della tragedia, al comando della flotta imperiale di Miseno, all'altro capo del golfo di Napoli; spinto dal desiderio di osservare meglio il fenomeno, si avvicinò troppo e finì per morire soffocato dalle esalazioni del vulcano.

Accanto a Strabone e Plinio, possiamo ricordare il matematico, astronomo e geografo Tolemeo, attivo ad Alessandria nella seconda metà del II sec. d.C. Della sua vasta produzione scientifica interessa qui la Geografia, in 8 libri, il cui nucleo è costituito da lunghe liste di località individuate attraverso un sistema di coordinate di longitudine e latitudine, cui si aggiungono talvolta brevi descrizioni. Certamente l'opera costituisce il lavoro preparatorio per una mappa, ma non sappiamo se lo stesso Tolemeo avesse pubblicato una carta geografica insieme al suo registro: le mappe che accompagnano i manoscritti della sua opera, spesso di eccellente fattura, vennero redatte in effetti in età medievale, sulla base di un archetipo bizantino. Tolemeo rimase sino al Rinascimento l'autorità riconosciuta nelle discipline geografiche.

Un accenno meritano anche il De chorographia di Pomponio Mela (scritto nel 43-44 d.C.) e la Descriptio orbis di Rufio Festo Avienio (metà del IV sec. d.C.).

Anche se gli autori di opere geografiche costituiscono indubbiamente le nostre fonti principali, numerosissimi accenni geografici si trovano anche negli altri generi letterari, in primo luogo naturalmente nelle opere storiografiche, poiché la coscienza dell'intima connessione tra storia e geografia è gia fortemente presente nella storiografia antica, in particolare nella riflessione di Polibio.

Fondamentale anche la letteratura tecnica, rappresentata in primo luogo dagli scritti degli agrimensori romani: da tali opere ricaveremo soprattutto la cognizione teorica che i Romani avevano dello spazio e delle sue suddivisioni. In uno dei trattati rifluiti nel corpus degli scritti degli agrimensori, il cosiddetto Liber coloniarum, si troveranno peraltro anche puntuali notizie sui singoli centri, preziosissime per la ricostruzione della loro topografia.

Da ricordare inoltre gli Itinerari, guide di carattere pratico che contenevano elenchi di città e di stazioni per il cambio dei cavalli lungo un determinato percorso, con le distanze che le separavano. Interessa qui soprattutto il cosiddetto Itinerarium provinciarum Antonini Augusti, con l'elenco delle stazioni di cambio e le distanze espresse in miglia romane (propriamente in milia passuum "mille passi"; poiché il passo corrispondeva a 1, 48 m., il miglio romano era di 1.480 m.) su numerosi percorsi, raggruppati per regioni. Vediamo per esempio l'inizio della sezione dedicata all'Italia, con la descrizione di un percorso che conduceva da Milano alla località di Ad Columnam, sullo stretto di Messina (il riferimento è una colonna in forma di torre eretta poco a nord della loro città dagli abitanti della greca Rhegion, l'odierna Reggio Calabria):

Testo 1 - Itinerarium provinciarum Antonini Augusti, p. 98, l. 2 - p. 100, l. 1 Wesseling

Italiae
Iter quod a Mediolano per Picenum et Campaniam ad Columnam id est Traiectum Siciliae, ducit. m(ilia) p(assuum) DCCCCS
A Mediolano Laude civitas m(ilia) p(assuum) XVI
Placentia civitas m(ilia) p(assuum) XXIIII
Fidentiola vicus m(ilia) p(assuum) XXIIII
Parme civitas m(ilia) p(assuum) XV
Regio civitas m(ilia) p(assuum) XVIII
Mutina civitas m(ilia) p(assuum) XVII
Bononia civitas m(ilia) p(assuum) XXV
Foro Corneli civitas m(ilia) p(assuum) XXIIII
Faventia civitas m(ilia) p(assuum) X
Cesena civitas m(ilia) p(assuum) XXIIII
Ariminum civitas m(ilia) p(assuum) XX
(Itinerari) dell'Italia.
Itinerario che conduce da Milano, attraverso il Piceno e la Campania, alla colonna, cioè al traghetto per la Sicilia. 900, 5 miglia.
Da Milano alla città di Lodi, 16 miglia.
Alla città di Piacenza, 24 miglia.
Alla città di Fidenza, 24 miglia.
Alla città di Parma, 15 miglia.
Alla città di Reggio, 18 miglia.
Alla città di Modena, 17 miglia.
Alla città di Bologna, 25 miglia.
Alla città di Imola, 24 miglia.
Alla città di Faenza, 10 miglia.
Alla città di Cesena, 24 miglia.
Alla città di Rimini, 20 miglia.
[Testo tratto dall'edizione di O. Cuntz, Itineraria Romana. Volumen prius. Itineraria Antonini Augusti et Burdigalense, Stuttgart 1990]



Nella forma in cui ci è giunto, l'Itinerarium provinciarum Antonini Augusti, detto anche semplicemente Itinerarium Antonini, sembra essere una compilazione dell'età di Diocleziano, alla fine del III sec. d.C., basato su materiali essenzialmente databili al regno di Caracalla, agli inizi di quello stesso secolo (l'Antonino nominato nel titolo potrebbe in effetti essere proprio Caracalla, il cui nome ufficiale era quello di Marcus Aurelius Antoninus).

Attraverso la tradizione manoscritta ci è giunto anche il cosiddetto Itinerarium Maritimum Antonini Augusti, nel quale vengono riportate diverse rotte che attraversavano il Mediterraneo (tra le quali molte in partenza dall'Italia) con la distanza espressa in stadi (una misura di lunghezza che, nel mondo romano, equivaleva a 125 passi, cioè a 185 m.).

Possiamo inoltre ricordare anche l'Itinerarium Burdigalense o Hierosolymitanum, che elencava le stazioni di viaggio tra Burdigala, l'odierna Bordeaux, in Francia, e Gerusalemme, compilato forse nella seconda metà del IV sec. in evidente connessione con il diffondersi della pratica dei pellegrinaggi in Terrasanta. L'itinerario, che presenta evidenti analogie con i percorsi ricompresi nell'Itinerarium Antonini, tocca anche l'Italia settentrionale.

Accanto a questi itineraria adnotata, composti dunque solamente da notazioni testuali, dobbiamo ricordare anche uno straordinario esempio di itinerarium pictum, la cosiddetta Tabula Peutingeriana. Si tratta di una mappa del mondo antico dipinta su un rotolo di pergamena verso il 1200 nella cittadina francese di Colmar, copia di una carta certamente molto più antica: la sua esatta datazione è molto discussa, ma la maggioranza degli studiosi è orientata a pensare che l'originale risalga al II - III sec. d.C., con rielaborazioni nel IV sec. d.C. L'eccezionale documento venne scoperto dall'umanista Konrad Celtis e da lui donato nel 1508 ad un notabile della città di Augusta, in Germania, Konrad Peutinger, dal quale la nostra tabula ha preso il nome; si conserva oggi nella Biblioteca Nazionale di Vienna.

La Tabula rappresentava in 12 segmenti il mondo abitato, dalla Spagna all'India. Il primo segmento, corrispondente al Marocco, la Spagna e parte della Britannia e dell'Irlanda, era già andato perduto quando venne redatta la copia medievale che noi possediamo. Non vi troveremo una rappresentazione fedele dei contorni delle terre: in effetti la carta presenta un fortissimo stiramento nel senso della longitudine, quindi da ovest a est; la parte superstite è lunga ben 6, 82 m., contro un'altezza di soli 34 cm. Le aree periferiche e i mari appaiono fortemente ridotti.

Le strade sono segnate come linee rette, interrotte da piccoli segmenti che indicano le stazioni di cambio. Le città sono diversamente simboleggiate: i centri maggiori dell'Impero, come Roma, Costantinopoli e Antiochia, sono rappresentati in forma di figure simboliche entro un cerchio, altre città importanti possono essere raffigurate con mura, torri e case (vd. per esempio nella parte qui riprodotta, relativa al segmento V, le città di Aquileia e di Ravenna), i centri di media grandezza semplicemente con due piccoli edifici affiancati. I centri termali hanno una simbologia speciale, una vasca circondata da edifici (vd. per esempio nella parte riprodotta la località di Aquas Passaris, cioè Aquae Passeris, gli odierni Bagni Giasinelli). Le località che prendevano il nome da un tempio, (come per esempio Fanum Fortunae, l'odierna Fano, all'estremità destra della raffigurazione riportata), sono rappresentate da un edificio allungato, con una porta e delle finestre, forse raffigurante uno di quegli ostelli in cui trovavano ospitalità i pellegrini che si recavano nel santuario. Il porto di Ostia è raffigurato invece in modo naturalistico, con i suoi moli, il foro e gli edifici circostanti. Gli altri elementi del paesaggio, come fiumi, laghi, catene montuose, sono tracciate in modo puramente convenzionale, senza rispetto per la loro reale posizione. La carta è accompagnata da numerose didascalie, che riportano nomi di località, di fiumi e di regioni.

Figura 1 - Un Itinerarium pictum: la tabula Peutingeriana

Particolare del segmento 5 della Tabula Peutingeriana con l'Italia centro-settentrionale, l'Illirico e l'Africa



Le fonti epigrafiche

Le iscrizioni sono spesso gli unici documenti che ci possono restituire informazioni puntuali sulla condizione giuridica, l'amministrazione, l'attività edilizia e la vita sociale ed economica dei centri dell'Italia romana e rappresentano dunque una miniera di notizie indispensabili anche per la ricostruzione della topografia e della geografia umana del nostro territorio nell'antichità.

Si rivelano particolarmente utili alcune classi di epigrafi: i milliari stradali, le cosiddette iscrizioni itinerarie, le iscrizioni relative alla costruzione di opere di interesse pubblico, i cippi terminali.

I milliari, che avevano la funzione principale di segnalare la distanza, espressa in miglia, di un dato punto di una strada dall'inizio della via stessa o da un centro importante, appaiono generalmente su supporti in forma di colonna cilindrica, o talvolta troncoconica. Oltre all'indicazione di distanza, riportano solitamente il nome dell'autorità, un magistrato in età repubblicana, l'imperatore in età imperiale, che aveva promosso la costruzione della via o il suo restauro.

Figura 3 - Corpus Inscriptionum Latinarum, XI, 8104: un milliare della via Traiana nova da Allerona (Umbria)

Nell'esempio riportato abbiamo un milliare rivenuto nel territorio della cittadina umbra di Allerona, che riporta il seguente testo:

Imp(erator) Caesar, / divi Nervae f(ilius), / Nerva Traianus / Aug(ustus), Germ(anicus), Dacic(us), pont(ifex) max(imus), trib(unicia) p(otestate) XII, / imp(erator) VI, co(n)s(ul) V, p(ater) p(atriae), / viam novam Traian(am) / a Volsinis ad fines / Clusinorum fecit. / XVII.

Traduzione: L'imperatore Cesare Nerva Traiano Augusto Germanico Dacico, figlio del divo Nerva, pontefice massimo, avendo rivestito per dodicesima volta la potestà tribunizia, essendo stato acclamato imperatore per la sesta volta ed essendo console per la quinta volta (108 d.C.), padre della patria, fece la via Traiana nuova da Volsinii ai confini di Chiusi. Diciasettesimo miglio.

L'epigrafe registra dunque la costruzione di una via Traiana nuova tra Chiusi e Volsinii (probabilmente la Volsinii Novi che sorgeva nei pressi dell'attuale Bolsena, piuttosto che l'antica città etrusca di Volsinii Veteres, identificata da alcuni studiosi con l'odierna Orvieto) da parte di Traiano; la titolatura imperiale, in particolare la menzione della dodicesima tribunicia potestas, ci consente di datare l'intervento al 108 d.C.

I milliari dunque si rivelano preziosi non solo per localizzare il tracciato di una via (sempre che siano stati ritrovati nel loro contesto originario: un milliare in effetti, anche per la sua forma cilindrica, può facilmente essere portato anche ad una notevole distanza e reimpiegato), ma anche per ricostruire la loro storia.

Milliare di Allerona



Le iscrizioni itinerarie, non molto numerose, riportavano le tappe lungo una via o lungo un percorso che abbracciava più vie, e presentano dunque stringenti analogie con gli itineraria adnotata, noti dalla tradizione manoscritta, di cui si è detto in precedenza. Tra gli esempi più celebri ricordiamo l'iscrizione che commemorava la costruzione della via Popilia da Reggio Calabria a Capua, nel 132 a.C., rinvenuta a Polla, in provincia di Salerno, registrando anche le distanze parziali tra le stazioni che sorgevano tra Capua e Reggio e la distanza totale del percorso. Il celebre testo sarà oggetto di una delle prossime lezioni.

Figura 4 - Corpus Inscriptionum Latinarum, XI, 3281-3284: i bicchieri di Vicarello con l'Itinerarium Gaditanum

Singolari esempi di iscrizioni itinerarie ci vengono anche da quattro bicchieri in argento ritrovati, tra altri doni votivi, presso la fonte termale delle Aquae Apollinares, l'odierna Vicarello, sul lago di Bracciano (CIL XI, 3281-3284). Su questi oggetti, risalenti agli inizi del IV sec. d.C., venne inciso l'itinerario che andava dalla città spagnola di Gades (l'odierna Cadice) fino a Roma, con le distanze parziali tra le località che sorgevano lungo il percorso.

Riproduzione di uno dei bicchieri argentei di Vicarello (CIL XI, 3281)



È difficile comprendere per quale motivo i bicchieri offerti in dono alla divinità che presiedeva e dava il nome alle Aquae Apollinares, Apollo, riportassero il percorso Cadice-Roma. Certo i quattro bicchieri, per il testo che riportano e per la loro forma, che riproduce in scala miniaturizzata quella di un milliare, sembrano aver lo scopo di ringraziare il dio per aver protetto l'avventuroso viaggio via terra tra Cadice a Roma: tuttavia l'itinerario non prevedeva un passaggio da Vicarello, ma giungeva a Roma dalla via Flaminia, attraverso Narnia (Narni) e Ocriculum (Otricoli), circa 30 km. più est, né gli oggetti sembrano presentare un quanche rapporto con Apollo. Inoltre il fatto che Gades sia il punto di partenza degli itinerari sembra implicare che i bicchieri siano stati prodotti nella città della Spagna meridionale: si è dunque supposto che gli oggetti siano stati donati ad Apollo da alcuni mercanti gaditani, forse recatisi a Roma per vendere uno dei prodotti caratteristici della loro terra, l'olio o il garum, la salsa di pesce molto apprezzata nella cucina romana: non riusciamo tuttavia a spiegarci per quale motivo questi commercianti avessero scelto di percorrere una via terrestre lunga oltre 2.700 km., quando le merci spagnole seguivano sempre la assai più rapida ed economica via marittima. La presenza a Vicarello di questi singolari documenti resta insomma, per alcuni aspetti, enigmatica.

Le iscrizioni relative alla costruzione di opere di interesse pubblico (mura cittadine, porte, templi, acquedotti, vie urbane ed extraurbane, mercati e magazzini, sedi per l'attività politica, luoghi di spettacolo o di cultura, opere di arredo urbano) spesso costituiscono l'unica fonte a nostra disposizione per la ricostruzione della topografia e dell'urbanistica delle città dell'Italia romana, che certo non ricevettero l'attenzione riservata dalle fonti letterarie alla città di Roma.

Nelle iscrizioni relative alle opere pubbliche generalmente compare in testa il nome della persona che ha curato l'intervento, la natura dell'intervento stesso, che può essere la costruzione ex novo o il restauro dell'opera, l'indicazione dell'opera (non di rado sottaciuta: dal momento che spesso l'iscrizione era apposta direttamente sul monumento stesso, il riferimento doveva essere chiarissimo per gli antichi; nel caso l'iscrizione sia oggi decontestualizzata il messaggio diventa invece per noi del tutto oscuro), talvolta il motivo della costruzione, lo stato giuridico del terreno sul quale sorgeva l'opera pubblica ed eventualmente l'autorità che aveva dato il permesso di eseguire i lavori, infine, nel caso di restauri, il grado di scadimento dell'opera e il motivo del degrado che avevano reso necessario l'intervento.

Tra i documenti epigrafici di particolare interesse per la ricostruzione della geografia del mondo antico dobbiamo infine ricordare i cippi terminali, attestati in Italia, per esempio, per delimitare i confini fra i territori di diversi municipi.




Le fonti medievali

Il Medioevo per molti aspetti, quali le forme dell'insediamento umano, è il diretto continuatore dell'antichità. In particolare l'organizzazione della Chiesa, che era stata modellata in base alla situazione amministrativa e alla rete cittadina del mondo tardoantico, conservò a lungo quelle forme, anche molti secoli dopo il tramonto dell'Impero romano. La stessa presenza di pievi rurali in molti casi riproduce il quadro insediativo delle campagne di età romana.

La documentazione medievale, benché spesso piuttosto trascurata, si rivela dunque preziosissima per la ricostruzione del quadro geografico e topografico antico. Le cronache cittadine e le fonti storiche generali, in cui i riferimenti all'antichità sono spesso frutto di ricostruzioni erudite o di tradizioni popolari prive di reale fondamento, devono per la verità essere vagliate con grande prudenza e, in genere, non si rivelano di grande utilità: vi sono naturalmente preziose eccezioni, come quella del Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis di Agnello, un'opera del VIII sec. d.C. che costituisce la migliore fonte in nostro possesso per la ricostruzione della topografia di Ravenna anche per il periodo romano.

In genere, tuttavia, le informazioni più preziose ci giungono da documenti non strettamente storiografici, come per esempio l'enorme massa di atti e contratti privati che il Medioevo ci ha lasciato, nei quali numerosi sono gli accenni a dati della toponomastica o alla presenza di opere monumentali antiche oggi scomparse.

Un particolare interesse rivestono le cosiddette Rationes decimarum, elenchi delle parrocchie e delle pievi rurali che dipendevano dalle singole diocesi, che ci consentono indirettamente di ricostruire l'estensione di queste ultime. Si è spesso ripetuto che i confini delle diocesi medievali riproducevano quelli dei precedenti municipi di età romana: l'affermazione va certamente attenuata e limitata, ma è tuttavia indubbio che le Rationes, soprattutto se supportate dall'esame di altri elementi, siano una fonte preziosa per la conoscenza del territorio antico.




I segni del paesaggio

Per molti aspetti l'Italia romana si trova tuttora sotto nostri occhi: la distribuzione delle città e la rete viaria del nostro paese riproducono in ampia misura una situazione che rimonta all'età romana. Certo è necessario imparare a leggere i segni che l'antichità ha lasciato sul paesaggio moderno, spesso quasi obliterati dal tempo.

Il primo strumento al quale si pensa per lo studio del territorio antico è l'atlante storico. In questo settore un importante punto di riferimento è la recente opera curata da R.J.A. Talbert, Barrington Atlas of the Greek and Roman World, Princeton - Oxford 1997 [CONS ATL 30]. Le carte relative all'Italia romana hanno una scala variabile tra 1:150.000 (Roma e il Latium Vetus), 1:500.000 (l'Italia peninsulare e la pianura padana; un particolare di una carta a questa scala, relativo al Golfo di Napoli, è riportato qui di seguito) e 1:1.000.000 (la zona alpina). L'Atlante vero e proprio è accompagnato da due volumi di una Map-by-Map Directory nella quale, per ciascuna delle zone comprese nelle singole mappe (interessano l'Italia romana sostanzialmente le mappe 39-46, cf. Map-by-Map Directory, II, pp. 573-708), si trova una breve introduzione, che illustra alcuni dei maggiori problemi geografici e topografici dell'area in questione, un indice dei toponimi antichi riportati nella mappa, con la localizzazione sulla carta, il periodo in cui il sito fu occupato, il nome moderno della località e un riferimento bibliografico; analoghe tabelle sono presenti anche per acquedotti, ponti, aree interessate dalla centuriazione, strade e toponimi non localizzabili con certezza. Infine troviamo un elenco delle opere che sono state utilizzate per la compilazione della mappa, che di fatto costituisce un'eccellente bibliografia di partenza per lo studio delle regioni del mondo romano.

Figura 5 - Il Barrington Atlas of the Greek and Roman World

Un particolare, relativo al golfo di Napoli, del Barrington Atlas



Ancora utile M. Baratta - P. Fraccaro - L. Visintin, Atlante storico, Novara 1966 [CONS ATL 1], con numerose ristampe: le carte dell'Italia romana (in scala variabile tra 1:1.500.000 e 1:2.500.000), redatte da uno dei massimi specialisti sul tema, Plinio Fraccaro, sono di insuperata eleganza, come si può vedere dall'esempio sotto riportato, ma riflettono uno stato delle ricerca talvolta reso obsoleto dalle nuove acquisizioni. Ricordiamo infatti che le mappe di questo atlante vennero redatte prima della II guerra mondiale per un Grande Atlante geografico, storico-fisico-politico-economico, Novara 1938, curato dagli stessi Baratta, Fraccaro e Visintin.

Figura 6 - L'Atlante storico De Agostini

Un particolare, relativo al Sannio, dell'Atlante storico De Agostini



L'editore del glorioso Baratta - Fraccaro - Visintin, l'Istituto Geografico De Agostini, ha recentemente proposto un Nuovo Atlante Storico, Novara 1997 [CONS ATL 26] di grande chiarezza ed efficacia comunicativa, ma in cui molto si è perduto in dettagli e in eleganza della rappresentazione cartografica: un esempio della carta relativa all'Italia romana è riportato al capitolo 1, figura 2.

Gli atlanti storici sono indispensabili strumenti di consultazione e preziosi ausili per la didattica, ma la ricerca scientifica si avvale in genere di carte ad una scala ben maggiore, come quelle in scala 1:25.000 redatte dall'Istituto Geografico Militare (IGM), che effettivamente ci consentono di leggere i segni lasciati da Roma sul paesaggio odierno. Vediamo per esempio un particolare della carta IGM relativa all'area a nord di Cesena.

Figura 7 - I segni del paesaggio: la centuriazione a nord di Cesena

La centuriazione a nord di Cesena in un particolare della carta 1:25.000 dell'Istituto Geografico Militare



A prima vista si possono notare allineamenti di quadrati, formati da vie, canalizzazioni e strade campestri. Se misuriamo il lato di ciascuno di questi quadrati ci accorgeremo che esso ha una lunghezza di poco più di 700 m., pari cioè all'incirca a 20 actus, un'unità di lunghezza che era equivalente a 120 piedi, dunque a 35, 52 m. Consultando gli scritti dei gromatici ci accorgiamo che questa misura di 20 actus corrispondeva al lato di una centuria, l'unità fondamentale di quel complesso di operazioni di suddivisione del terreno che è appunto noto come centuriazione. I segni del terreno, rilevati sulla carta, ci conservano tuttora la memoria di una divisione del territorio di età romana.

Altri segni sul terreno non vengono riportati nelle carte, ma sono visibili solamente ad un osservazione diretta dall'alto. Lo sviluppo delle tecniche di fotografia aerea, legato agli usi militari durante la II guerra mondiale, ha recato un importante contributo anche allo studio della topografia antica.

Figura 8 - I segni del paesaggio: la fotografia aerea

Vediamo per esempio da una fotografia aerea presa a Remiencourt (nel dipartimento francese della Somme) come si possa rilevare facilmente la presenza di un tempietto romano, di cui sul terreno apparentemente non rimaneva alcuna traccia, grazie al semplice fatto che la vegetazione cresce meno rigogliosa nella fascia in cui si allungano le fondamenta dell'edificio.
Un tempietto romano a Remiencourt (Somme)



La toponomastica

I relitti della geografia e della topografia del mondo antico sopravvivono oltre che nei segni del paesaggio attuale, anche nella toponomastica moderna, che talvolta ci consente di localizzare antichi insediamenti etruschi, greci o romani anche nella completa assenza di resti archeologici.

Oggetto dell'indagine toponomastica non sono solo gli attuali poleonimi, cioè i nomi di città, che il più delle volte derivano in modo trasparente dalle denominazioni di età romana, con poche variazioni (si pensi, per fare solamente qualche esempio relativo alla nostra regione, a Placentia - Piacenza, Regium Lepidi - Reggio Emilia, Mutina - Modena, Bononia - Bologna, Forum Livii - Forlì, Ariminum - Rimini) o addirittura sono rimasti del tutto invariati da millenni (Parma e Ravenna, per limitarci ancora una volta all'Emilia-Romagna). Di grande interesse sono anche i nomi di fiumi (idronimi) e di monti (oronimi), che in genere mostrano una più tenace continuità dal mondo antico fino ad oggi.

Notevole importanza per la ricostruzione delle forme di occupazione del territorio ha una particolare classe di microtoponimi, i cosiddetti toponimi prediali (da praedium, "proprietà terriera", "fondo"): nelle culture antiche impiantate in Italia questi nomi di fondi agricoli venivano spesso creati partendo da un elemento onomastico del proprietario del fondo stesso (in genere il suo gentilizio), con l'aggiunta di un suffisso: per esempio, il campo di proprietà di un M. Tullius Cicero veniva in genere chiamato Tullianum. I suffissi impiegati per la formazione dei prediali sono diversi nelle differenti lingue dell'Italia romana: in latino il suffisso impiegato era -anum, nelle lingue celtiche -acum, in ligure -ascum, in retico -enum.

Nella carta qui illustrata viene mostrata la diffusione di toponimi prediali nella valle del Piave, distinguendo i prediali latini (contraddistinti da un cerchio), da quelli celtici (contraddistinti da un quadrato) e retici (contraddistinti da un triangolo).

Figura 9 - La toponomastica come fonte per la ricostruzione della geografia antica

I toponimi prediali della valle del Piave



È così possibile verificare non solo l'intensità dell'occupazione del territorio in età antica, ma anche la sua stratificazione nel corso delle diverse epoche: per fare un esempio sempre relativo all'Italia settentrionale, la relativa scarsità di toponimi prediali di origine latina nella Val di Non, in Trentino, che pure sappiamo essere stata oggetto di intensa coltivazione anche in età romana, è stata messa in connessione le modalità della conquista romana della valle: una sottomissione avvenuta nelle forme pacifiche dell'assimilazione, che lasciò i vecchi proprietari in possesso delle loro terre; al contrario nella vicina Val di Sole i numerosi prediali di origine romana fanno pensare che la conquista sia stata condotta con la forza delle armi e che gli antichi proprietari siano stati espropriati dei loro fondi a favore di coloni romani immigrati, che finirono per imporre i propri nomi ai loro campi.

Occorre avvertire peraltro come la toponomastica sia lontana dall'essere scienza esatta: non di rado in questo campo ci si imbatte in fantasiose teorie che nascono da occasionali omofonie. Per fare solamente un esempio tra i più scontati, il toponimo Ventimiglia, che ha tutta l'apparenza di provenire da un'indicazione itineraria in lingua latina, deriva in realtà dal ligure Albium Intemelium, attraverso l'intermediazione della forma latina Albintimilium, con riferimento alla tribù degli Intemelii, che abitava appunto il Ponente ligure.




Approfondimenti

Una rassegna delle diverse fonti per lo studio della geografia e della topografia antica in G.A. Mansuelli - N. Alfieri - F. Castagnoli, Geografia e topografia storica, «Enciclopedia Classica. Sezione III, Archeologia e Storia dell'arte classica», X, a cura di P.E. Arias, Torino 1957, pp. 223-248 [PROV GEN 14] e nel recente R. Chevallier, Lecture du temps dans l'espace. Topographie archéologique et historique, Paris 2000 [ANT IX 2147], particolarmente per la I parte, alle pp. 25-70.

Raccolte di fonti: una buona raccolta di fonti in traduzione inglese sulla storia politica, sociale ed economica dell'Italia romana in K. Lomas, Roman Italy, 338 BC-AD 200: a Sourcebook, London 1996 [FT SR/8]. Esistono poi numerose raccolte di fonti a livello regionale, che verranno indicate di volta in volta nelle relative sezioni.

Puntuali indicazioni sulla documentazione antica relativa a regioni e località dell'Italia romana si ritrovano negli articoli della Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft curata da G. Wissowa - W. Kroll - K. Mittelhaus e spesso semplicemente chiamata, dal suo fondatore e dal primo curatore, Pauly-Wissowa, o ancora Realencyclopädie [CONS Sala Roma]. Si tratta di una monumentale enciclopedia di antichità classiche, iniziata alla fine del secolo scorso e che ha trovato la sua conclusione solamente qualche anno fa, arrivando ad un totale di oltre 80 volumi. Come indica il nome stesso, la Pauly-Wissowa si occupa dei fatti concreti, i realia, dunque di luoghi, persone, istituzioni; ogni articolo, oltre a fornire una sintesi e lo stato della questione sul tema, elenca con grande accuratezza le fonti antiche che servono ad illuminare il problema.

Riguardo Strabone, l'edizione critica di riferimento dei libri V-VI, dedicati all'Italia, è ora quella curata F. Lassère, Strabon. Géographie, III, (Livres V et VI), Paris 1967 per la casa editrice Belles Lettres [F BE.LE. G Stra], nella quale si troverà anche un'introduzione, una traduzione in francese e note di commento. Tra le traduzioni in italiano segnalo N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988 [F VAR G Stra] e l'economica edizione, con introduzione, testo greco, traduzione a fronte e note, a cura di A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988 [F VAR G Stra].

Tra gli studi su Strabone mi limito a ricordare il classico G. Aujac, Strabon et la science de son temps, Paris 1966 [STOR III Stra/1] e due studi recenti: J. Engels, Augustheische Oikoumenegeographie und Universalhistorie im Werk Strabons von Amaseia, Stuttgart 1999 [STOR III Stra/11] e D. Dueck, Strabo of Amasia. A Greek Men of Letters in Augustan Rome, London - New York 2000 [STOR III Stra/13]. Sulla testimonianza straboniana relativa all'Italia si vedano i saggi raccolti nel volume miscellaneo a cura di G. Maddoli, Strabone e l'Italia antica. Atti del 2° incontro perugino di storia della storiografia antica e sul mondo antico, Napoli 1988 [MISC III Stra/1] e la raccolta di saggi di D. Musti, Strabone e la Magna Grecia. Città e popoli dell'Italia antica, Padova 1988 [STOR III Stra/9].

Su Plinio si è consultata la recente edizione per i tipi de Les Belles Lettres a cura di H. Zehnacker, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre III, Paris 1998 [F BE.LE L Plin], che andrà comunque confrontata con la vecchia edizione teubneriana curata da L. Jan - C. Mayoff, C. Plini Secundi Naturalis Historiae libri XXXVII, I, libri I-VI, Stutgardiae - Lipsiae 1906 [F TEUB L Plin]; si segnala anche l'edizione, con traduzione italiana a fronte e note, coordinata da G.B. Conte, Gaio Plinio Secondo. Storia Naturale I. Cosmologia e geografia. Libri 1-6, Torino 1982 [F VAR L Plin].

Tra gli studi dedicati alla sezione geografica della Naturalis Historia segnalo K.G. Sallmann, Die Geographie des Älteren Plinius in ihrem Verhältnis zu Varro, Berlin - New York 1971 [STOR III Plin/1] e la miscellanea di studi Plinio il Vecchio sotto il profilo storico e letterario. Atti del convegno di Como 5/6/7 ottobre 1979, Como 1982 [MISC III Plin/2].

Per gli Itinerari le edizioni critiche di riferimento sono quelle curate rispettivamente da O. Cuntz, Itineraria Romana. Volumen prius. Itineraria Antonini Augusti et Burdigalense, Stuttgart 1990 (ristampa dell' edizione del 1929, con aggiunte bibliografiche a cura di G. Wirth) e di J. Schnetz, Itineraria Romana. Volumen alterum. Ravennatis Anonymi Cosmographia et Guidonis Geographica, Stuttgart 1990 (ristampa dell'edizione 1940, con indici a cura di M. Zumschlinge) [F TEUB L It]. Sull'Itinerarium provinciarum Antonini Augusti si veda da ultimo P. Arnaud, L'Itinéraire d'Antonin: un témoin de la littérature itinéraire du Bas Empire, «Geographia Antiqua», 2 (1993), pp. 33-50 e M. Calzolari, Introduzione allo studio della rete stradale dell'Italia romana: l'Itinerarium Antonini, Roma 1996 (Atti della Accademia nazionale dei Lincei. Memorie. Classe di scienze morali, storiche e filologiche. Serie 9; 7.4) [Corridoio Periodici], ove si troveranno anche i rimandi alla bibliografia anteriore.

La Tabula Peutingeriana potrà essere consultata nell'edizione curata da E. Weber, Tabula Peutingeriana. Codex Vindobonensis 324, Graz 1976 [F VAR L Tab Peut], con belle riproduzioni a grandezza naturale degli 11 segmenti superstiti e un commento. Un più esteso commento (ma solo piccole riproduzioni in bianco e nero) in L. Bosio, La Tabula Peutingeriana. Una descrizione pittorica del mondo antico, Rimini 1983 [PROV GEN 29]. Una versione in Rete, con buone riproduzioni, è conservata nel sito della Bibliotheca Augustana (http://www.fh-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost03/Tabula/tab_intr.html).

In genere sulle carte antiche si veda O.A.W. Dilke, Greek and Roman Maps, London 1985 [ANT GEN 40]; J.B. Harley - D. Woodward (a cura di), The History of Cartography. I. Cartography in Prehistoric, Ancient, and Medieval Europe and the Mediterranean, Chicago 1987 PROV GEN 41]; P. Janni, La mappa e il periplo. Cartografia antica e spazio odologico, Roma 1984 [PROV GEN 34].

Per la documentazione epigrafica in lingua latina dell'Italia romana l'opera di riferimento resta ancora il Corpus Inscriptionum Latinarum (CIL), dovuto all'iniziativa di T. Mommsen. Il piano dell'opera prevedeva una suddivisione della materia su base prevalentemente geografica: i volumi dal II al XIV sono infatti dedicati alla documentazione epigrafica latina delle diverse regioni del mondo antico. Interessano in particolare l'Italia romana i seguenti volumi:

Il volume I, di cui è stata pubblicata anche una seconda edizione, è invece dedicato alla documentazione di età repubblicana, mentre i volumi dal XV raccolgono le iscrizioni per tema: il volume XV, per esempio, è dedicato ai piccoli oggetti iscritti, il cosiddetto instrumentum domesticum, provenienti dalla città di Roma; il volume XVI ai diplomi militari, il XVII ai milliari.

Gli ultimi volumi del CIL relativi all'Italia risalgono agli inizi del XX secolo e non comprendono dunque i numerosi documenti scoperti e pubblicati negli ultimi decenni. Per il reperimento di questa documentazione ci soccorre fortunatamente un prezioso bollettino, l'Année Épigraphique (AE) [CONS Sala Roma], fondato nel 1888 da R. Cagnat e fino al 1966 pubblicato nella «Revue Archéologique»; dall'annata 1967 l'Année Épigraphique viene edito in fascicoli a parte. L'AE riprende le nuove iscrizioni pubblicate in periodici e opere miscellanee e segnala le nuove letture ed interpretazioni di iscrizioni già edite; a partire dall'annata 1966 l'AE è comodamente organizzato per aree geografiche: la sezione dedicata all'Italia (con sottosezioni concernenti le diverse regioni augustee) è collocata all'inizio, subito dopo l'ampio capitolo sulla documentazione di Roma.

Nonostante il prezioso servizio prestato dall'Année Épigraphique, il ritmo delle nuove scoperte indusse l'Unione Accademica Nazionale a mettere in cantiere un'ambiziosa opera di rifacimento dei volumi italici del CIL, le Inscriptiones Italiae [CONS Sala Roma]: ogni fascicolo doveva essere dedicato ad una città o ad un gruppo di città, con un'ampia introduzione storica e topografica e un'abbondante documentazione fotografica, che è quasi totalmente assente nei vecchi volumi del CIL. La complessità dell'opera ne ha rallentato fortemente il compimento: in oltre 70 anni solo pochi fascicoli sono stati pubblicati (li si segnalerà di volta in volta nei capitoli corrispondenti) e il progetto, seppure ufficialmente non abbandonato, segna oggi il passo.

Alle Inscriptiones Italiae l'Unione Accademica Nazionale ha dunque affiancato, a partire dal 1981, la collana dei Supplementa Italica [E IV. 1 Ita/1], nei quali, come indica il titolo stesso, non ci si propone un rifacimento ex novo dei volumi del Corpus, ma un loro aggiornamento; ciascun articolo, dedicato ad una singola comunità antica dell'Italia romana, comprede una buona bibliografia epigrafica e storica sulla località in questione, un supplemento alle notizie storiche fornite dal CIL, aggiunte e correzioni ai documenti epigrafici già editi nel CIL e in altre raccolte di riferimento e infine una sezione di nuovi testi, corredati da un essenziale commento e, quasi sempre, dalla documentazione fotografica. I singoli articoli dei Supplementa Italica, di cui all'aprile 2002 erano già usciti 18 volumi, verranno segnalati di volta in volta nei capitoli corrispondenti.

Non bisogna dimenticare che, in certa misura, anche l'Italia antica era una regione bilingue: in molte aree vi era un'importante comunità grecofona, come per esempio a Roma, Ostia, Napoli, Aquileia. Anche la documentazione epigrafica in lingua greca risulta dunque di grande importanza, soprattutto nella ricostruzione della storia sociale dei municipi dell'Italia romana. La raccolta di riferimento per l'epigrafia greca è costituita dalle Inscriptiones Graecae (IG), un corpus progettato a partire dal 1906, sotto la direzione del grande grecista U. Von Wilamowitz-Möllendorf [CONS Sala Roma]; il volume delle IG dedicato all'Italia è il XIV. Gli aggiornamenti alle IG si vedranno nel Supplementum Epigraphicum Graecum [CONS Sala Roma], la cui pubblicazione si iniziò a Leida nel 1923 ed il cui fine è appunto quello di riprendere i testi di nuova pubblicazione e di dare notizia degli studi su iscrizioni già note, che spesso comportano nuove letture o interpretazioni inedite. Il SEG attualmente è diretto da H.W. Pleket e R.S. Stroud.

Ai milliari, nel piano originario del Corpus Inscriptionum Latinarum, doveva essere dedicato l'intero volume XVII; di questo volume purtroppo è stato pubblicato solo un fascicolo, relativo alle province della Gallia e della Germania. Per le regioni dell'Italia è dunque necessario fare riferimento alle vecchie (e spesso insoddisfacenti) edizioni nei volumi "italici" del CIL, ove i milliari appaiono alla fine del volume, raccolte per strada di pertinenza. Esistono peraltro contributi di aggiornamento, tra i quali mi limito a segnalare qui la monografia di P. Basso, I milliari della Venetia romana, Padova 1986 [ITALIA I Ven/13].

Una tipologia delle iscrizioni itinerarie in G. Susini, Per una classificazione delle iscrizioni itinerarie, «Tecnica stradale romana», a cura di L. Quilici - S. Quilici Gigli, Roma 1992 (Atlante tematico di Topografia antica 1), pp. 119-121 [ANT IX 2128]. In particolare sui bicchieri di Vicarello J. Heurgon, La date des gobelets de Vicarello, «Revue des Études Anciennes», 54 (1952), pp. 39-50; E. Künzl - S. Künzl, Aquae Apollinares / Vicarello (Italien), «Caesarodunum», 26 (1992), pp. 273-286.

Sulle iscrizioni relative ad opere pubbliche una breve introduzione on line, con qualche esempio, si troverà nel sito da me curato su Le iscrizioni latine come fonte per la ricostruzione storica, all'indirizzo http://www.telemaco.unibo.it/rombo/iscriz/index.htm; accesso diretto alla sezione che qui interessa all'indirizzo http://www.telemaco.unibo.it/rombo/iscriz/opintro.htm.

La documentazione archeologica si trova sparsa in una miriade di pubblicazioni monografiche (di cui si segnaleranno le più rilevanti nei capitoli dedicati alle singole regioni) e di riviste specializzate, tra le quali è da ricordare almeno la pubblicazione periodica che istituzionalmente accoglie i resoconti di scavo: «Notizie degli Scavi di Antichità», edita dall'Accademia Nazionale dei Lincei. Una buona sintesi si può leggere nella collana delle Guide Archeologiche Laterza, collocate nella nostra biblioteca nella sezione PROV IX 10. Molto utili anche le voci della già ricordata The Princeton Encyclopedia of Classical Sites, a cura di R. Stillwell, Princeton 1976 [CONS ENC 5]. Informazioni assai più dettagliate si ritrovano nei volumi della serie Forma Italiae, alcuni dei quali sono collocati nella nostra biblioteca nella sezione ITALIA IV.

Sul paesaggio come fonte storica si veda F. Cambi - N. Terrenato, Introduzione all'archeologia dei paesaggi, Roma 1994 [ANT IX 141].

Gli Atlanti storici, tra i quali anche quelli che si sono descritti in precedenza, si trovano nell'apposita sezione CONS ATL della Biblioteca del nostro Dipartimento, nella Sala Roma del V piano. Alcune carte dell'Italia romana possono essere scaricate dal sito Interactive Ancient Mediterranean Project, della North Carolina University (http://iam.classics.unc.edu/map/map_idx.html); le carte sono in Portable Document Format, che richiede per la lettura il programma Acrobat Reader (generalmente già installato sui computer più recenti, ma comunque facilmente e gratuitamente reperibile in Rete, per esempio nel sito della Adobe, la software house che ha creato questa applicazione, all'indirizzo http://www.adobe.com/products/acrobat/readstep.html). Altre mappe, sempre in formato PDF, si trovano nel sito dell'Ancient World Mapping Center (http://www.unc.edu/depts/awmc/content/xhtml/index.html) un progetto correlato ad Interactive Ancient Mediterranean e portato avanti presso la stessa Università del North Carolina.

L'Istituto Geografico Militare ha intrapreso anche una Edizione archeologica della carta d'Italia al 100.000; alcuni fogli di questa carta sono collocati nella sezione ITALIA III C.A. della nostra biblioteca.

Sulla centuriazione assai utile Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Modena 1985 [TECN I 86]. Gli studenti del Liceo Scientifico «A. Righi» di Cesena hanno creato un sito Internet, di carattere divulgativo ma comunque di grande interesse, sulle divisioni agrarie a nord di Cesena: La centuriazione cesenate: un paesaggio agrario stratificato, consultabile all'indirizzo http://www.kjws.com/centuriazione/index.html.

Sulla fotografia aerea le opere di riferimento, in italiano, sono F. Piccarreta, Manuale di fotografia aerea: uso archeologico, Roma 1987 [ANT IX 82] e G. Alvisi, La fotografia aerea nell'indagine archeologica, Roma 1989 [ANT IX 104]. Un'eccellente introduzione alla fotografia aerea come metodo di indagine archeologica si trova nel sito Internet L'Archéologie aérienne dans la France du Nord (http://www.archeologie-aerienne.culture.gouv.fr/). La più completa raccolta edita di fotografie aeree del nostro paese si trova in G. Schmiedt, Atlante aerofotografico delle sedi umane in Italia, Firenze 1964-1970 [ITALIA I Ita/28].

Riguardo alla toponomastica e in particolare agli antichi prediali si veda M. Calzolari, Toponimi fondiari romani. Una prima raccolta per l'Italia, Ferrara 1994 [PROS 177], con un'introduzione alla problematica e un censimento di prediali ricavati dalla documentazione medievale.


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© Alessandro Cristofori 2002