Gli spazi geografici della Storia Romana: l'Italia

Uno sguardo generale ai caratteri dell'Italia



Prima di affrontare l'esame delle singole regioni dell'Italia romana, vale la pena dare uno sguardo generale ai principali caratteri del nostro oggetto di studio. In questo ci poniamo sul solco dei geografi e degli storici antichi, nei quali queste visioni di sintesi assumono spesso la forma della laus Italiae, l'elogio dell'Italia, come per esempio nello storico di età cesariana Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, I, 36, 2 - 37, 5), nel suo contemporaneo Varrone (Sull'agricoltura, I, 2, 1-7), in Virgilio (Georgiche, II, 136-176) in Strabone (Geografia, I, 4, 1) e in Plinio il Vecchio (Storia naturale, III, 39-42; XXXVII, 201-202). Il tono apertamente encomiastico e spesso piuttosto convenzionale di questi brani si coglie con particolare evidenza in Virgilio:

Testo 1 - Virgilio, Georgiche, II, 136-174: la lode dell'Italia

Sed neque Medorum siluae, ditissima terra, / nec pulcher Ganges atque auro turbidus Hermus / laudibus Italiae certent, non Bactra neque Indi / totaque turiferis Panchaia pinguis harenis. / haec loca non tauri spirantes naribus ignem / inuertere satis immanis dentibus hydri, / nec galeis densisque uirum seges horruit hastis; / sed grauidae fruges et Bacchi Massicus umor / impleuere; tenent oleae armentaque laeta. / hinc bellator equus campo sese arduus infert, / hinc albi, Clitumne, greges et maxima taurus / uictima, saepe tuo perfusi flumine sacro, / Romanos ad templa deum duxere triumphos. / hic uer adsiduum atque alienis mensibus aestas: / bis grauidae pecudes, bis pomis utilis arbos. / at rabidae tigres absunt et saeua leonum / semina, nec miseros fallunt aconita legentis, / nec rapit immensos orbis per humum neque tanto / squameus in spiram tractu se colligit anguis. / adde tot egregias urbes operumque laborem, / tot congesta manu praeruptis oppida saxis / fluminaque antiquos subter labentia muros. / an mare quod supra memorem, quodque adluit infra? / anne lacus tantos? te, Lari maxime, teque, / fluctibus et fremitu adsurgens Benace marino? / an memorem portus Lucrinoque addita claustra / atque indignatum magnis stridoribus aequor, / Iulia qua ponto longe sonat unda refuso / Tyrrhenusque fretis immittitur aestus Auernis? / haec eadem argenti riuos aerisque metalla / ostendit uenis atque auro plurima fluxit. / haec genus acre uirum, Marsos pubemque Sabellam / adsuetumque malo Ligurem Volscosque uerutos / extulit, haec Decios Marios magnosque Camillos, / Scipiadas duros bello et te, maxime Caesar, / qui nunc extremis Asiae iam uictor in oris / imbellem auertis Romanis arcibus Indum. / salue, magna parens frugum, Saturnia tellus, / magna uirum.

[Testo tratto dall'edizione a cura di R.A.B. Mynors, P. Vergili Maronis Opera, Oxonii 1969]

Traduzione: Ma la terra dei Medi ricchissima di vegetazione boschiva, e il maestoso Gange e l'Ermo opaco d'oro non gareggiano con le glorie dell'Italia, e neanche Battra e l'India e la Pancaia ricca di sabbie sature d'incenso. Il suolo italico non fu sconvolto da tori spiranti fuoco dalla narici, seminati i denti del mostruoso drago, né vi spuntò una messe di guerrieri irta di elmi e di fitte lance, ma traboccò di pregne biade e del massico umore di Bacco: lo occupavano oliveti e floridi armenti. Di qui avanza in campo eretto il cavallo da guerra, di qui, o Clitunno, le bianche greggi e il toro, solenne vittima, molte volte aspersi dalle tue acque sacre, guidarono i trionfi romani ai templi degli dèi. Qui è sempre primavera e, in mesi non suoi, estate; duplice è la fecondità del bestiame, duplice la fruttuosità degli alberi. Non vi sono furiose tigri, né la feroce stirpe dei leoni, l'aconìto non inganna gli sventurati raccoglitori, non trascina immense volute sulla terra lo squamoso serpente, né con tanta lunghezza si raccoglie nelle sue spire. Aggiungi tante egregie città e fervore di opere, le numerose rocche costruite dall'uomo su scoscese montagne, i fiumi che scorrono ai piedi di antiche mura. A chi ricordare il mare che lo bagna in alto e in basso? e gli ampi laghi? e te, vastissimo Lario, e te Benaco che sorgi in flutti e fremito marino? A che ricordare i porti e la diga sul Lucrino e la distesa marina che irata vi si frange con alto fragore, laddove l'onda Giulia risuona del riflusso delle acque e il ribollire del Tirreno penetra nel lago d'Averno? Sempre il medesimo suolo mostra vene d'argento, miniere di rame e copiosi fiumi d'oro. Questo generò i Marsi, stirpe di duri guerrieri e la gagliardia dei Sabelli, e i Liguri resistenti alla sventura, e i Volsci armati di spiedi, e i Decii, i Marii, i gloriosi Camilli, gli Scipìadi aspri in guerra, e te, grandissimo Cesare, che ora, già vittorioso nelle estreme regioni d'Asia, tieni lontano l'imbelle Indo dalle rocche romane. Salve, grande genitrice di messi, terra Saturnia, grande madre di eroi ...

[Traduzione di L. Canali in A. La Penna - L. Canali - R. Scarcia (a cura di), Publio Virgilio Marone. Georgiche, Milano 1983]




Nel testo virgiliano i cenni alla ricchezze dei campi e del sottosuolo, alla mitezza del clima e al vigore guerriero delle stirpi italiche sono sommerse da un gioco di riferimenti eruditi e di richiami ad una geografia che è mitica più che storica, come del resto si conveniva al genere delle Georgiche.

Una sorta di illustrazione del passo di Virgilio si può leggere nel rilievo che rappresenta Saturnia Tellus sulla celebre Ara Pacis Augustae di Roma:

Figura 1 - Saturnia Tellus nell'Ara Pacis

La raffigurazione di Tellus sull'Ara Pacis



Negli altri elogi dell'Italia, di Varrone, Dionigi di Alicarnasso, Strabone e Plinio i riferimenti sono logicamente più concreti, anche se le laudes Italiae sono pur sempre condizionate dalle convenzioni proprie del genere letterario. Nella trattazione che seguirà cercheremo di "smontare" questi brani per eseminare in un ordine logico i principali caratteri dell'Italia.


Il clima

Una delle caratteristiche dell'Italia che emerge con maggiore evidenza è la straordinaria varietà delle sue condizioni climatiche, della vegetazione, delle risorse naturali ma anche della geografia umana. L'Italia in effetti, con la sua conformazione allungata da nord a sud, pur non essendo una regione molto ampia, presenta una vasta gamma di climi, uniti comunque, secondo gli antichi, dalla cifra comune della mitezza. Così Varrone riferisce un dialogo immaginario svoltosi nel tempio di Tellus dove aveva incontrato Caio Fundanio, suo suocero, il cavaliere e filosofo socratico Caio Agrio e l'appaltatore di imposte Publio Agrasio, intenti a guardare una mappa dell'Italia (spectantes in pariete pictam Italiam, interessante testimonianza sulla diffusione delle carte geografiche nel mondo romano):

Testo 2 - Varrone, Sull'agricoltura, I, 2, 3-4: la mitezza del clima dell'Italia

Cum consedissemus, Agrasius: Vos, qui multas perambulastis terras, ecquam cultiorem Italia vidistis? inquit. Ego vero, Agrius, nullam arbitror esse quae tam tota sit culta. Primum cum orbis terrae divisus sit in duas partes ab Eratosthene maxume secundum naturam, ad meridiem versus et ad septemtriones, (4) et sine dubio quoniam salubrior pars septemtrionalis est quam meridiana, et, quae salubriora, illa fructuosiora, ibique Italia, dicendum magis eam fuisse opportunam ad colendum quam Asiam, primum quod est in Europa, secundo quod haec temperatior pars quam interior. Nam intus paene sempiternae hiemes, neque mirum, quod sunt regiones inter circulum septemtrionalem et inter cardinem caeli, ubi sol etiam sex mensibus continuis non videtur. Itaque in oceano in ea parte ne navigari quidem posse dicunt propter mare congelatum.

[Testo tratto dall'edizione a cura di J. Heurgon, Varron. Économie rurale. Livre premier, Paris 1978]

Traduzione: Seduti che fummo, Agrasio disse: "Voi che avete viaggiato per molti paesi, ne avete mai visto uno coltivato meglio dell'Italia? "Io invero", disse Agrio, "penso che non ce ne sia nessuno che sia così ben coltivato in tutte le sue parti. Per prima cose l'orbe terrestre è stato diviso da Eratostene in due emisferi, uno dei quali - in maniera del tutto conforme all'ordine naturale - esposto a sud, l'altro a nord. (4) Ora poiché, senza dubbio, la parte settentrionale è più salubre di quella meridionale ed è pur vero che i luoghi più salubri sono anche i più fertili, e in questa parte vi è l'Italia, bisogna dire che essa fu sempre più adatta alla coltivazione che non l'Asia. Prima di tutto perché è situata in Europa, secondariamente perché ha un clima più temperato delle regioni al centro di questo continente. Nell'interno dell'Europa infatti vi è quasi un continuo inverno. Né deve far meraviglia, per esservi regioni situate fra il circolo polare artico e il polo nord, dove il sole non si vede anche per sei mesi consecutivi. Pertanto dicono che in tale parte non si può nemmeno navigare nell'Oceano perché il mare è ghiacciato.

[Traduzione di A Traglia in A. Traglia (a cura di), Opere di Marco Terenzio Varrone, Torino 1974]




Il clima temperato dell'Italia e le condizioni favorevoli che esso determina per l'agricoltura e l'allevamento sono sottolineate anche da Dionigi di Alicarnasso:

Testo 3 - Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 37, 5: il clima dell'Italia

[Testo tratto dall'edizione curata da V. Froméntin, Denys d'Halicarnasse. Antiquités romaines. Tome I. Introduction générale et livre I, Paris 1998]

Traduzione: la più bella di tutte [cioè di tutte le cose meravigliose dell'Italia] è il clima, temperato in tutte le stagioni, sicché minimi sono i danni alle coltivazioni e agli animali per i rigori del freddo o per caldo eccessivo.

[Traduzione di F. Cantarelli in Dionisio di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica (Le antichità romane), a cura di F. Cantarelli, Milano 1984]




Strabone pone l'accento piuttosto sulla varietà dei climi e delle temperature dell'Italia, dovuta alla particolare conformazione della regione, assai allungata da nord a sud:

Testo 4 - Strabone, Geografia, VI, 4, 1: la varietà del clima dell'Italia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: l'Italia è soggetta a condizioni assai varie di clima e di temperatura, e questo fatto le comporta, nel bene e nel male, di avere anche una grande varietà di animali, di piante e, in generale, di tutto ciò che serve ai bisogni della vita. Essa si estende per lo più in lunghezza, da settentrione verso mezzogiorno ... La dolcezza e il rigore del clima si giudicano secondo la temperatura, fredda, calda o di grado intermedio: ne consegue, necessariamente, che l'Italia attuale, estendendosi per così grande lunghezza fra i due opposti estremi, beneficia al massimo del clima temperato e ne trae moltissimi vantaggi.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]




I passi citati trovano una sorta di summa nella descrizione del clima dell'Italia che ritroviamo nel libro XXXVII della Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (confermata peraltro da un cenno di Plinio alla caeli temperies, alla mitezza del clima, nell'elogio dell'Italia a III, 41):

Testo 5 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, XXXVII, 201: il clima dell'Italia

In toto orbe, quacumque caeli convexitas vergit, pulcherrima omnium est iis rebus, quae merito principatum naturae optinent, Italia É iam situ ac salubritate caeli atque temperie, accessu cunctarum gentium facili, portuosis litoribus, benigno ventorum adflatu; quod contingit positione procurrentis in partem utilissimam et inter ortus occasusque mediam.

[Testo tratto dall'edizione a cura di E. De Saint-Denis, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre XXXVII, Paris 1972]

Traduzione: In tutto il mondo, per quanto si estende la volta celeste, la regione fra tutte più bella per quei prodotti che giustamente occupano il primo posto nella natura è l'Italia ... per la sua posizione geografica e la salubrità del suo clima temperato, il facile accesso offerto a tutti i popoli, le coste ricche di porti, il soffio benigno dei venti; pregi dovuti al suo orientamento dato che l'Italia di estende nella direzione più favorevole e a metà fra oriente e occidente.

[Traduzione di G. Rosati in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia naturale, V, Mineralogia e storia dell'arte. Libri 33-37, Torino 1988, con adattamenti].




Al di là di questi generici elogi della felicità del clima italico, le indagini di paleoclimatologia hanno rivelato che nell'area mediterranea ad una fase fredda e umida, durata fino al 200 a.C., subentrò un periodo in cui le temperature andarono progressivamente mitigandosi: ne è testimone, tra gli altri, l'agronomo Saserna (citato negli scritti di un altro agronomo posteriore, Columella, Sull'agricoltura, I, 5) il quale afferma che ai suoi tempi, nella prima metà del I sec. a.C., la coltivazione della vite e dell'olivo aveva potuto esterndersi in territori nei quali in precedenza questi alberi non potevano crescere a causa del clima rigido. A partire dal III sec. d.C. e fino al V non solo la temperatura fu mediamente piuttosto alta, ma il livello delle precipitazioni diminuì nettamente, un fenomeno che probabilmente può spiegare, almeno in parte, l'abbandono di molti territori dell'Africa settentrionale, densamente abitati nella prima età imperiale. Nei primi due secoli dell'impero, comunque, il clima non doveva essere molto diverso da quello di oggi.

Se questa ipotesi coglie nel segno, nella parte settentrionale dell'Italia augustea (le regioni VIII-XI, note anche con la designazione etnica di Gallia Cisalpina) le condizioni dovevano essere meno favorevoli di quanto prospettino le fonti. La regione presenta in effetti caratteristiche climatiche assai simili a quelle dell'Europa continentale, con inverni che possono essere assai rigidi. Le precipitazioni non sono molto copiose, ma sono ben distribuite nel corso delle diverse stagioni. La breve siccità estiva è compensata dalle acque di scioglimento dei nevai e dei ghiacciai delle Alpi.

Il clima dell'Italia peninsulare (le regioni I-VII dell'Italia augustea) presenta invece caratteristiche decisamente più mediterranee, con forti precipitazioni invernali, di carattere nevoso sulle cime degli Appennini, e un periodo di siccità più o meno prolungato durante l'estate. Le temperature, sia d'estate che di inverno, sono molto mitigate dalla presenza del mare. Dobbiamo dunque presumere che gli autori antichi pensassero soprattutto all'Italia peninsulare quando scrivevano della dolcezza del clima del nostro paese, con un'identificazione della totalità dell'Italia con alcune delle sue aree più caratterizzate che, del resto, ritroviamo anche nella communis opinio contemporanea.




Il rilievo

Dal punto di vista geologico l'Italia è una terra relativamente giovane, che anche nell'antichità venne spesso colpita da terremoti e da eruzioni vulcaniche: una catena di vulcani parte dall'Etna, prosegue nelle isole Lipari, accompagna la costa tirrenica dalla Campania (col Vesuvio) al Lazio (i colli Albani) alla Toscana, per giungere fino ai colli Eugunei. La maggior parte di questi vulcani era peraltro già estinta in età romana: lo stesso Vesuvio, fino alla sua tragica eruzione del 79 d.C., era rimasto tranquillo.

Il rilievo dell'Italia è caratterizzato da due catene principali, gli Appennini e le Alpi. I primi attraversano l'intera Italia penisulare, non solo ostacolando le comunicazioni tra costa adriatica e quella tirrenica, come vedremo meglio in seguito, ma determinando di fatto sviluppi politici, sociali ed economici assai differenti da quelli delle aree pianeggianti limitrofe.

Dal punto di vista economico le genti dell'Appennino praticavano la pastorizia e un'agricoltura di mero sostentamento; le alte vallate montane in effetti non potevano sostenere una popolazione molto numerosa.

Dal punto di vista sociale e culturale, quest'area rimase molto a lungo sostanzialmente impermeabile alle influenze esterne, in ogni caso più a lungo e più profondamente delle regioni costiere. Il risultato fu che la regione rimase in larga misura non urbanizzata, anche nel periodo seguente la conquista romana e, quando nel I sec. a.C. si avviò il processo di urbanizzazione, questo fu legato più ad eventi politici e alla volontà di Roma di imporre la propria cultura a genti che ancora nella guerra sociale del 91-89 a.C. le avevano opposto una strenua resistenza, piuttosto che ad uno sviluppo culturale interno.

Le Alpi rappresentarono una formidabile barriera, soprattutto prima che gli ingegneri romani tracciassero arditi percorsi nelle loro vallate. Certo, qualche invasore riuscì a penetrarvi (in età repubblicana ricordiamo l'infiltrazione delle tribù celtiche, l'epica traversata di Annibale del 218 a.C. attraverso uno dei passi delle Alpi occidentali e l'invasione dei Cimbri del 101 a.C., attraverso il passo del Brennero), anche perché il versante alpino rivolto verso il continente è assai meno aspro di quello italiano. Non si può tuttavia negare che le Alpi abbiano assolto a quella funzione di protezione dell'Italia che era ben evidente agli stessi antichi. Così scriveva Strabone nel suo elogio dell'Italia:

Testo 6 - Strabone, Geografia, VI, 4, 1: l'Italia è una regione ben protetta

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: ... l'Italia si può considerare quasi un'isola ben protetta intorno dai mari, ad eccezione di poche parti, che sono comunque anch'esse difese dai monti, difficilmente valicabili.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]




La catena alpina e quella appenninica lasciano spazio ad alcune pianure, di cui la maggiore, la pianura Padana, si trova nella Gallia Cisalpina. Le pianure dell'Italia peninsulare, in particolare quelle che si allungano sulla costa tirrenica dall'Etruria alla Campania, sono di estensione assai minore, ma godevano di una fertilità leggendaria per gli antichi.




Le vie di comunicazione

La notevole estensione dell'Italia nel senso della latitudine costituisce di per sé un notevole problema per le comunicazioni del paese. Gli stessi contatti tra la costa tirrenica e quella adriatica sono in certa misura ostacolati dalla catena degli Appennini, soprattutto nel settore meridionale, dove i passi sono più rari e meno agevoli. Nell'inverno del 69-70 d.C. anche un esercito ben organizzato come quello dei sostenitori di Vespasiano, che stava calando su Roma per attaccare Vitellio, andò incontro a gravissime difficoltà nell'attraversare gli Appennini, nonostante i vitelliani non cercassero di ostacolarli:

Testo 7 - Tacito, Storie, III, 59, 2: un difficile attraversamento degli Appennini

Sed foeda hieme per transitum Appennini conflictatus exercitus, et vix quieto agmine nives eluctantibus patuit, quantum discriminis adeudum foret, ni Vitellium retro fortuna vertisset.

[Testo tratto dall'edizione a cura di K. Wellesley, Cornelii Taciti libri qui supersunt. Tomus II Pars Prima. Historiarum libri, Lipsiae 1989]

Traduzione: Ma nel valicare l'Appennino l'esercito incontrò difficoltà a causa del rigido inverno; e poiché senza molestie da parte del nemico, le truppe stentavano a superare le nevi, apparve loro chiaro che grave prova avrebbero dovuto affrontare se non fosse intervenuta a far indietreggiare Vitellio la fortuna.

[Traduzione di A. Arici in A. Arici, Storie, Dialogo degli oratori, Germania, Agricola di Tacito, Torino 19702]




Le comunicazioni con l'Europa continentale dovevano inoltre fare i conti con la formidabile catena alpina. Nonostante queste condizioni non proprio favorevoli, le strade romane riuscirono a divenire uno dei più importanti fattori di coesione dell'Italia, un successo che è dimostrato, tra l'altro, dal fatto che ancora oggi la rete stradale del nostro paese ricalca sostanzialmente quella di età romana.

Un alternativa ai percorsi terrestri, spesso più rapida ed economica, era offerta dalla navigazione fluviale: non solo sui grandi fiumi dell'Italia settentrionale, ma anche i minori corsi d'acqua dell'Italia peninsulare erano navigabili in misura oggi insospettabile. In parte ciò si deve al fatto che la loro portata, non intercettata dalle numerose dighe che oggi sbarrano il corso dei fiumi e probabilmente alimentata da precipitazioni più copiose, doveva essere maggiore di quella odierna; in parte però anche al ridotto pescaggio delle imbarcazioni fluviali dell'antichità, alle quali erano sufficienti poche decine di centimetri d'acqua per navigare.

In particolare i fiumi venivano utilizzati per il trasporto del legname per fluitazione; leggiamo quanto scriveva Dionigi di Alicarnasso a proposito:

Testo 8 - Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 37, 4: il trasporto fluviale

[Testo tratto dall'edizione curata da V. Froméntin, Denys d'Halicarnasse. Antiquités romaines. Tome I. Introduction générale et livre I, Paris 1998]

Traduzione: E questo legname non presenta difficoltà di trasporto, né si trova lontano dai luoghi dove abbisogna, ma è facilmente lavorabile e trasportabile, grazie ai numerosi fiumi che scorrono attraverso tutta la penisola e rendono economici il trasporto e lo scambio dei prodotti della terra.

[Traduzione di F. Cantarelli in Dionisio di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica (Le antichità romane), a cura di F. Cantarelli, Milano 1984]




A dispetto del lungo sviluppo delle sue coste, l'Italia non presenta la straordinaria abbondanza di porti naturali che è offerta, per esempio, dalla Grecia o dall'Illirico, come nota Strabone:

Testo 9 - Strabone, Geografia, VI, 4, 1: le coste importuose dell'Italia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: le coste dell'Italia sono, in generale, sprovviste di porti, ma, quando ci sono, sono grandi e mirabili.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]




Questo vale in particolare per la costa dell'Adriatico, che tra Brindisi e Trieste presenta un solo ampio porto naturale, quello di Ancona. Ciò nonostante il maggiore volume di traffico tra l'Italia e il resto del mondo romano avveniva appunto attraverso il mare: i Romani seppero sfruttare abilmente la conformazione delle coste, utilizzando appieno, per esempio, le foci dei fiumi e, dove ciò era necessario, completarono l'opera della natura con grandiosi lavori artificiali, come per esempio ad Ostia. Nell'Adriatico il porto maggiore era quello di Brindisi, che in età romana soppiantò quasi completamente Taranto nelle rotte per la Grecia e l'Oriente; più a nord Ancona e il porto militare di Classe, nei pressi di Ravenna; nell'Adriatico settentrionale il porto fluviale di Aquileia, sul fiume Natisone, aveva maggiore importanza di quello marittimo di Tergeste (l'odierna Trieste). Sul Tirreno Puteoli (l'attuali Pozzuoli) rimase lo scalo più importante per merci e viaggiatori diretti a Roma, provenienti dall'Africa e dalla Spagna ma anche dal Mediterraneo orientale, almeno fino a quando Claudio non intraprese la costruzione di un grande porto artificiale alle foci del Tevere, nei pressi di Ostia.




Le risorse naturali

L'Italia, e in particolare l'Italia peninsulare, caratterizzata da terreni piuttosto accidentati e da precipitazioni non molto abbondanti, aveva potenzialità agricole minori rispetto ad altri paesi europei, come la Francia e l'Inghilterra. Nell'orizzonte mediterraneo degli antichi, tuttavia, l'Italia appariva come terra fertilissima, in particolare nel confronto con la Grecia. Così scriveva Varrone:

Testo 10 - Varrone, Sull'agricoltura, I, 2, 6-7: la straordinaria produttività dell'Italia

Quid in Italia utensile non modo non nascitur, sed etiam non egregium fit? quod far conferam Campano? quod triticum Apulo? quod vinum Falerno? quod oleum Venafro? non arboribus consita Italia, ut tota pomarium videatur? ... (7) in qua terra iugerum unum denos et quinos denos culleos fert vini, quot quaedam in Italia regiones? an non M. Cato scribit in libro Originum sic: «ager Gallicus Romanus vocatur, qui viritim cis Ariminum datus est ultra agrum Picentium. in eo agro aliquotfariam in singula iugera dena cullea vini fiunt»? nonne item in agro Faventino, a quo ibi trecenariae appellantur vites, quod iugerum trecenas amphoras reddat?

[[Testo tratto dall'edizione a cura di J. Heurgon, Varron. Économie rurale. Livre premier, Paris 1978]

Traduzione: In Italia cosa vi è di utile che non solo nasca ma non venga anche bene. Quale farro si potrebbe mai paragonare a quello della Campania? Quale frumento a quello dell'Apulia? Quale vino al Falerno? Quale olio a quello di Venafro? Non è l'Italia piantata ad alberi in modo da sembrare tutta un frutteto? (7) ... In quale parte del mondo uno iugero [1/4 di ettaro circa] produce 10 o anche 15 cullei di vino [rispettivamente 52 e 78 hl circa], quanto ne producono alcune regioni d'Italia? O non scrive forse Marco Catone nelle Origini le seguenti parole? «Si chiama Gallico Romano quel territorio situato fra Rimini e il Piceno che fu ripartito individualmente. In alcuni punti di questo territorio si ricavano 10 cullei di vino per ogni iugero». Non avviene analogamente nella campagna di Faenza? Là ogni iugero rende 300 anfore di vino [circa 78 hl.] e per questo ivi le viti sono chiamate trecenarie.

[Traduzione di A Traglia in A. Traglia (a cura di), Opere di Marco Terenzio Varrone, Torino 1974, con adattamenti]




Molto dettagliata l'esposizione di Dionigi di Alicarnasso:

Testo 11 - Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I, 36, 2 - 37, 4: l'Italia, la migliore delle terre

[Testo tratto dall'edizione curata da V. Froméntin, Denys d'Halicarnasse. Antiquités romaines. Tome I. Introduction générale et livre I, Paris 1998]

Traduzione: Infatti, se si paragona una terra con un'altra della stessa estensione, a mio giudizio, l'Italia è la migliore non solo dell'Europa, ma di tutto il mondo. (3) Certamente non ignoro che a molti parranno non serie le cose che dico, se col pensiero vanno all'Egitto, alla Libia, a Babilonia ed a quant'altri paesi fortunati esistano. Io, invece, non faccio consistere le ricchezze di un paese in un solo genere di prodotti e non starei tanto ad invidiare quegli insediamenti che presentano esclusivamente fertili terreni e che presentano solo poche o addirittura nessuna delle altre cose utili, ma considero più vantaggioso da tutti i punti di vista quel territorio che sia quanto mai autosufficiente e, in genere, abbia un bisogno minimo di importare prodotti. Orbene, io sono realmente convinto che l'Italia possieda, confrontata a qualunque altra terra, questa produttività differenziata e questa molteplicità di elementi positivi. (37, 1) Infatti all'Italia non avviene di avere sì buone e numerose terre coltivabili, ma tuttavia di essere priva di alberi, come nel caso di paesi produttori di grano; né, del resto, per il fatto di aver un ricco patrimonio arboreo, è scarsa la sua resa delle colture a semina; non si può neppure dire che, mentre sovrabbonda di entrambe queste produzioni, non sia adatta all'allevamento del bestiame, né, infine, che, pur essendo prospera in tutti questi tre settori, agricoltura, frutticoltura e zootecnia, l'ambiente risulti poco gratificante per chi vi abita, è invece ricolma, per così dire, di occasioni di diletto e ed elementi confortevoli. (2) Quale paese produttore di grano, irrigato non da acque fluviali, ma piovane, ha mai superato il cosiddetto agro campano, nel quale io stesso ho veduto quelle terre produrre persino tre raccolti in un anno, con un raccolto estivo che segue quello dell'inverno e un raccolto autunnale che segue quello dell'estate? Quale coltivazione di olive supera quella messapica, daunia, sabina e di molti altri popoli? Quale regione coltivata a vite può dirsi superiore al territorio della Tirrenia, a quello messapico e albano, che sono mirabilmente atti alla viticoltura e con il minimo di cure da parte dell'uomo producono le migliori uve delle più numerose varietà? (3) Oltre alla terra coltivata se ne può trovare molta lasciata libera per la pastorizia; di questa, larga parte è riservata alle capre, ma ciò che desta più ammirazione sono i pascoli per equini e bovini. L'erba, infatti, sia di campo che palustre, è rigogliosa, ove poi si hanno vere e proprie praterie è fresca, rugiadosa e irrigata, crescendo senza limiti sia in estate che in inverno, e mantiene il bestiame sempre in buono stato. (4) Ma la cosa più meravigliosa di tutte sono le foreste che ricoprono le alture rocciose, valli e colline incolte, da cui si trae in abbondanza ottimo legname, sia per la costruzione delle navi, sia per altri usi.

[Traduzione di F. Cantarelli in Dionisio di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica (Le antichità romane), a cura di F. Cantarelli, Milano 1984]




Dalla varietà dei paesaggi che era possibile incontrare in Italia discendeva, secondo Strabone, la grande ricchezza delle risorse economiche della regione:

Testo 12 - Strabone, Geografia, VI, 4, 1: la ricchezza e la varietà delle risorse economiche dell'Italia

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: dal momento che gli Appennini si estendono per tutta la lunghezza dell'Italia, lasciando su entrambi i versanti pianure e colline assai fertili, non c'è parte di questo paese che non si trovi a godere dei vantaggi della montagna e di quella della pianura. A tutto ciò si aggiunge ancora la grandezza e il numero dei suoi corsi d'acqua e dei suoi laghi e, inoltre, la presenza di molti luoghi di sorgenti di acque calde e fredde, predisposte dalla natura per proteggere la salute; c'è infine una gran ricchezza e varietà di miniere. Quanto poi all'abbondanza di legname e di nutrimento per gli uomini come per gli animali e quanto all'eccellenza dei prodotti agricoli, non si può nemmeno parlarne in modo adeguato.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]




È certo vero che in età romana l'Italia attraversò alcune crisi agricole e che il sostentamento della città di Roma sarebbe stato impossibile senza l'importazione di generi alimentari, soprattutto grano e olio, dalle province. Così scriveva l'imperatore Tiberio in una lettera indirizzata al Senato nel 22 d.C. a proposito della condotta di vita eccessivamente lussuosa dell'aristocrazia romana, come ci viene riferita da Tacito:

Testo 13 - Tacito, Annali, III, 54, 4: l'Italia dipende dalla province per il proprio sostentamento

At hercule nemo refert, quod Italiae externae opis indiget, quod vita populi Romani per incerta maris et tempestatum cotidie volvitur; ac nisi provinciarum copiae et dominis et servitiis et agris subvenerint, nostra nos scilicet nemora nostraeque villae tuebuntur.

[Testo tratto dall'edizione a cura di H. Heubner, P. Cornelii Taciti libri qui supersunt. Tom. I Ab excessu divi Augusti, Stutgardiae 1983]

Traduzione: Nessuno, per Ercole, leva la voce a dire che l'Italia ha bisogno dell'assistenza straniera, che la vita del popolo romano dipende ogni giorno dai capricci del mare e delle stagioni: e se le risorse delle province non sovvenissero alle necessità dei padroni e degli schiavi e delle terre, saranno proprio i nostri parchi e le nostre ville a sostentarci!

[Traduzione di A. Arici in A. Arici (a cura di), Annali di Tacito, Torino 19692]

È peraltro necessario precisare che queste crisi non furono dovute ad un esaurimento del suolo dell'Italia, quanto piuttosto ad un mutamento delle strutture economiche, che a partire dalla tarda età repubblicana orientò sempre più la produzione verso la frutticultura, in particolare verso la coltura della vite e dell'ulivo, a scapito della coltivazione dei cereali. Un secondo fattore è dato dalla forte disparità dei costi di trasporto via mare e via terra che, paradossalmente, rendevano più conveniente far venire il grano destinato all'enorme mercato di Roma dall'Africa o dall'Egitto piuttosto che dall'Italia settentrionale.

In confronto alle sue risorse agricole, l'Italia non brillava particolarmente per le ricchezze del sottosuolo, nonostante le affermazioni che ritroviamo in alcune fonti antiche. A questo proposito possiamo tuttavia ricordare le miniere di ferro dell'isola dell'Elba, che alimentarono una notevole attività metallurgica, concentrata in particolare sulle coste dell'Etruria, le cave di marmo lunense (oggi noto come marmo di Carrara) nell'Etruria settentrionale, di travertino da Tibur (odierna Tivoli) e di pozzolana, estratta nell'area di Napoli e impiegata per la preparazione di malte di grande resistenza.




La popolazione

La buona produttività del suolo italico (almeno nell'ambito del mondo mediterraneo) da un lato e l'afflusso delle risorse da tutto l'impero dall'altro spiegano l'alta densità di popolazione dell'Italia nella prima età imperiale, intesa naturalmente in relazione al numero di abitanti del mondo antico, molto inferiore rispetto ad oggi.

Per la verità sulle cifre assolute degli abitanti dell'Italia nei primi secoli dell'impero la valutazioni sono molto discordanti, andando da un minimo di 6 o 7 milioni ad un massimo di 14 milioni. Il dato di partenza è offerto da un discusso passaggio delle Res Gestae divi Augusti, il celeberrimo resoconto delle imprese di Augusto redatto dallo stesso imperatore poco prima della sua morte e a noi noto principalmente da un'iscrizione proveniente dal tempio di Roma e Augusto ad Ancyra, la moderna Ankara. L'iscrizione di Ancyra riportava sia il testo latino sia la traduzione in greco; trascriviamo qui il passaggio concernente il censimento degli abitanti dell'Italia nella sola versione latina, anche se in alcuni passaggi si è potuto stabilire il testo unicamente grazie alla versione greca:

Testo 14 - Res Gestae divi Augusti, 8: le cifre dei censimenti di età augustea

Lustrum post annum alterum et quadrangensimum fec[i]. Quo lustro civium Romanorum censa sunt capita quadragiens centum milia et sexaginta tria millia. Tum i[teru]m consulari cum imperio lustrum [s]olus feci C(aio) Censorin[o et C(aio)] Asinio co(n)s(ulibus), quo lustro censa sunt civium Romanoru[m capita] quadragiens centum millia et ducenta triginta tria m[illia. Et] t[er]tium consulari cum imperio lustrum conlega Tib(erio) Cae[sare filio meo feci] Sex(to) Pompeio et Sex Appuleio co(n)s(ulibus); quo lustro ce[nsa sunt civium Ro]manorum capitum quadragiens centum mill[ia et nongenta tr]iginta et septem millia.

[Testo tratto dall'edizione a cura di H. Malcovati, Imperatoris Caesaris Augusti Operum fragmenta, Torino 19472]

Celebrai il lustrum dopo 42 anni (28 a.C.). In occasione di quel lustrum vennero censiti 4.063.000 cittadini romani. E per una seconda volta celebrai, da solo e dotato di poteri consolari, il lustrum, sotto il consolato di Caio Censorino e di Caio Asinio (8 a.C.), in occasione del quale vennero censiti 4.233.000 cittadini romani. E per una una terza volta, dotato di poteri consolari e avendo come collega mio figlio Tiberio Cesare, celebrai il lustrum, sotto il consolato di Sesto Pompeo e di Sesto Appuleio (14 d.C.); in occasione di quel lustrum vennero censiti 4.937.000 cittadini romani.




L'imperatore ricorda dunque di aver compiuto il censimento dei cittadini romani in tre occasioni (il riferimento è propriamente al lustrum, il sacrificio di purificazione che chiudeva le operazioni di censimento; poiché il censimento avveniva di regola ogni cinque anni, il termine "lustro" in italiano ha assunto il significato, appunto, di quinquennio), dopo una lunga interruzione: l'ultimo censimento dell'età repubblicana risaliva infatti agli anni 70-69 a.C.

Il dibattito si è concentrato sul significato da dare all'espressione civium capita: in età repubblicana certamente designava solamente i maschi adulti in possesso della cittadinanza romana, ma Julius Beloch, lo studioso tedesco che ha segnato una tappa fondamentale nello studio della demografia antica, riteneva che l'espressione avesse mutato di senso in età imperiale: in effetti, a parere del Beloch, non si poteva giustificare altrimenti l'enorme aumento nel numero dei cittadini romani rispetto al censimento del 70-69 a.C. Riguardo a quest'ultimo censimento abbiamo due testimonianze: la prima ci viene dall'Epitome dell'Ab urbe condita di Tito Livio, un riassunto assai stringato della grande opera liviana, compilato forse nel IV d.C.: nell'Epitome del libro 98, 3 si ricorda che vennero censiti 900.000 cittadini romani; leggermente discordante il dato riferito da Flegonte di Tralles, autore di età adrianea, che scrive di 910.000 cittadini (l'opera di Flegonte ci è conservata solo in citazioni di autori posteriori, dunque in frammenti; il passo che ci interessa è nel frammento 12, 6, che si consulterà nella monumentale opera di F. Jacoby, Die Fragmente der griechischer Historiker, II B, Leiden 1962, p. 1165). Sia che si accolga il dato dell'epitome liviana, sia che si accordi preferenza a quello di Flegonte, in ogni caso il totale dei cittadini censito nel 70-69 a.C. è di circa quattro volte inferiore rispetto a quello del 28 a.C. Il Beloch ritenne dunque che l'espressione civium capita nelle Res Gestae designasse tutti i cittadini romani, compresi dunque le donne e i bambini.

La posizione del Beloch, ripresa recentemente da un altro autorevole esperto di problemi demografici dell'Italia antica, il Brunt, portava a concludere che il totale complessivo della popolazione dell'Italia romana in età augustea non doveva superare i 6 o 7 milioni: alle cifre dei censimenti sarebbero infatti da aggiungere gli schiavi, certamente molto numerosi, ma da sottrarre i cives romani residenti nelle province, che il Brunt valuta tra 1.200.000 e 1.800.000 in età augustea.

Contro le interpretazioni di Beloch e Brunt, altri studiosi, come Tenney Frank e Arnold Jones, hanno rilevato che il forte aumento delle cifre dei censimenti tra il 70-69 a.C. e l'età augustea poteva essere giustificato in larga misura dall'estendersi della cittadinanza romana negli ultimi decenni dell'età repubblicana (ricordiamo infatti che nel 49 a.C. Cesare aveva concesso i pieni diritti agli abitanti della popolosa Transpadana), dall'altro alla decentralizzazione e al significativo miglioramento delle operazioni di censimento in età augustea, che avrebbe ridotto ad una proporzione trascurabile il numero dei non censiti, molto alto in occasione degli ultimi rilevamenti di età repubblicana, quando ancora per essere registrati occorreva recarsi a Roma.

Queste argomentazioni sono state recentemente riprese da Elio Lo Cascio, che da parte sua ha rilevato l'implausibilità di uno stravolgimento delle operazioni di censimento da parte di Augusto, un rivoluzionario che amava presentarsi come un tradizionalista. Per Lo Cascio dunque la cifra dei civium capita dei censimenti di Augusto non può che riferirsi, come in età repubblicana, ai soli maschi adulti: valutando che questi rappresentassero circa il 30% della popolazione totale e tenuto conto dei cives romani che abitavano nelle province, Lo Cascio ha concluso che in età augustea la popolazione libera dell'Italia doveva presumbilmente avvicinarsi ai 12 milioni di abitanti, il che ci porterebbe ad una densità vicina ai 50 abitanti per kmq., tenendo conto che la superficie dell'Italia romana era minore rispetto a quella della nostra nazione e doveva aggirarsi intorno ai 240.000 kmq.

Il confronto tra queste cifre e quelle relative agli ultimi dati sulla popolazione dell'Italia diffusi dall'ISTAT, relativi al 1997 (al 31 dicembre di quell'anno il nostro paese aveva circa 57.500.000 abitanti, distribuiti su una superficie di 301.401 kmq., per una densità di circa 190 abitanti per kmq.) sarebbe ingannevole: le cifre assolute e la struttura della popolazione dell'Italia di oggi sono il risultato di una rivoluzione demografica relativamente recente, dovuta al forte aumento dell'età media di vita e al drastico calo della mortalità infantile. I dati dell'Italia romana andrebbero piuttosto confrontati con quelli di altre regioni del mondo antico, riguardo alle quali, purtroppo lo stato delle nostre conoscenze è ancora più frammentario è incerto. L'impressione è che l'Italia fosse un paese densamente abitato, sia nel confronto con le altre regioni del Mediterraneo, sia in rapporto ai paesi dell'Europa centrale e settentrionale.




Approfondimenti

Il numero degli studi sull'Italia romana è sterminato. Alcune bibliografie semplificano la ricerca dei contributi: R. Antonini - L. Del Tutto Palma S. Renzetti Marra, Bibliografia dell'Italia antica. Epigrafia, linguistica e scienze ausiliarie (1950/1984), Urbino 1985 [CONS II 19]; R. Chevallier, Bibliographie topographique de la Cisalpine, Tours 1981 [ITALIA I Cis/21]; Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche, a cura di G. Nenci - G. Vallet, Pisa - Roma - Napoli 1977-1999 [SG VI 28].

Sulle condizioni climatiche dell'Italia romana si veda la chiara e stimolante sintesi di M. Pinna, La storia del clima. Variazioni climatiche e rapporto clima-uomo in età postglaciale, Roma 1984 [PROV X 19] (particolarmente le pp. 117-150, che interessano il periodo antico).

Sulla demografia dell'Italia romana J. Beloch, Die Bevölkerung der griechisch-römischen Welt, Leipzig 1886 [ECON I 9]; P.A. Brunt, Italian Manpower 225 BC - AD 14, Oxford 1971 [SR IV 106]; i termini della questione, con la bibliografia anteriore, si ritroveranno in E. Lo Cascio, La dinamica della popolazione in Italia da Augusto al III secolo, «L'Italia d'Auguste à Diocletien», Rome 1994, pp. 91-125 [MISC III Ita]. Sul fenomeno della colonizzazione di età cesariana, triumvirale e augustea, che mutò sensibilmente il quadro del popolamento dell'Italia romana si veda L. Keppie, Colonisation and Veteran Settlement in Italy 47-14 B.C., London 1983 [ITALIA I Ita/17].

Sulle vie dell'Italia utilissimo il lungo articolo di G. Radke, Viae publicae Romanae, «Paulys Realencyclopädie der classischen Altertumswissenschaft», Supplementband XIII, München 1973, coll. 1417-1686 [CONS in Sala Roma]; vd. anche la miscellanea di studi curata da L. Quilici - S. Quilici Gigli, Strade romane: percorsi e infrastrutture, Roma 1994 (Atlante tematico di topografia antica 2) [ANT IX 2110]; R. Laurence, The Roads of Roman Italy: Mobility and Cultural Change, London - New York 1999 [Ant IX 2139].

Riguardo all'economia dell'Italia romana ancora utili, in particolare per i rimandi alle fonti letterarie rilevanti, i volumi a cura di T. Frank, An Economic Survey of Ancient Rome. I. Rome and Italy of the Republic, Baltimore 1933; V. Rome and Italy of the Empire, Baltimore 1940 [ECON I 87]. La maggior parte degli studi sono stati ovviamente dedicati all'agricoltura: J.M. Frayn, Subsistence Farming in Roman Italy, London 1979 [ECON I 145]; J. Kolendo, L'agricoltura dell'Italia romana, Roma 1980 [ECON I 142]; S. Spurr, Arable Cultivation in Roman Italy, London 1986 [ECON I 279]. Il profilo di A. Marcone, Storia dell'agricoltura romana dal mondo arcaico all'età imperiale, Roma 1997 [ECON I 394] si sofferma a lungo sull'Italia; molto utile anche la ricca bibliografia. Su di un particolare sistema di produzione, quello della villa, radicato soprattutto nella fascia mediotirrenica, importante messa a punto di A. Carandini, La villa romana e la piantagione schiavistica, «Storia di Roma, IV, Caratteri e morfologie», Torino 1988, pp. 101-200 [CONS Sala Roma]. Sulla viticultura (e la produzione di anfore vinarie) A. Tchernia, Le vin de l'Italia romaine. Essai d'histoire économique d'après les amphores, Rome 1986 [ECON I 253]. Sull'allevamento fondamentale E. Gabba - M. Pasquinucci, Strutture agrarie e allevamento transumante nell'Italia romana, Pisa 1979 [ECON I 128]; cf. inoltre J.M. Frayn, Sheep-rearing and the Wool Trade in Italy during the Roman Period, Liverpool 1984 [ECON I 229]. Sui commerci L. De Ligt, Fairs and Markets in the Roman empire. Economic and Social Aspects of Periodic Trade in a Preindustrial Society, Amsterdam 1993 [ECON I 351]. Sulla vita economica dell'Italia centro-settentrionale in età tardoantica L. Cracco Ruggini, Economia e società nell'Italia annonaria, Bari 19952 [ECON I 133A].


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© Alessandro Cristofori 2002