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| La regio III dell'Italia augustea |
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| L'area lucana della regio III |
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| L'area bruzia della regio III |
Come indica anche la sua denominazione, la regio III presentava due subregioni ben distinte, la Lucania, corrispondente grosso modo all'odierna Basilicata, e la regione dei Bruttii, che corrisponde all'incirca alla moderna regione della Calabria: da notare che il sostantivo Bruttium (e la forma italiana derivata Bruzio), che si ritrova spesso nella letteratura scientifica, non sembra essere attestato nel latino classico, che per designare il territorio in questione conosce solo la forma plurale dell'etnico: Bruttii, "(il territorio della popolazione dei) Bruzi". Sulla sponda tirrenica il confine tra le due subregioni è fissato dalle fonti antiche al fiume Laus (odierno Lao), doveva poi correre sullo spartiacque del grande massiccio del Pollino; non abbiamo informazioni certe sul limite fra Lucani e Bruttii sul golfo di Taranto, che comunque doveva essere fissato in qualche punto tra le vecchie colonie greche di Eraclea, a nord, e di Sibari, a sud.
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[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]Traduzione: Prima che venissero i Greci non c'erano ancora i Lucani, ma questi luoghi erano occupati da Conî ed Enotrî. Avendo poi i Sanniti accresciuto di molto la loro potenza, cacciarono Conî ed Enotrî ed insediarono in questi territori alcuni Lucani; frattanto anche i Greci occupavano ambedue i litorali fino allo Stretto e per lungo tempo Greci e Barbari si fecero reciprocamente guerra.
[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]
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Nel V e IV a.C. tra i Lucani e le città greche della costa vige uno stato quasi permanente di ostilità, talvolta fomentata da Siracusa, che sfrutta la minaccia lucana per tenere sotto pressione le città italiote. L'offensiva lucana culmina nella conquista di Posidonia intorno al 400 a.C. Qui le magnifiche lastre tombali raccontano, negli stilemi dell'arte greca, la storia dei nuovi conquistatori. Particolarmente frequente è il tema del "ritorno del guerriero", nella raffigurazione qui presentata un cavaliere. |
| «Il ritorno del cavaliere», lastra dalla tomba 12 della necropoli di Andriuolo |
I primi rapporti tra i Lucani e Roma emergono in modo contradditorio nelle nostre fonti: un trattato avrebbe legato la tribù osca a Roma fin dal 330 a.C., ma l'alleanza sarebbe stata sciolta nel 317 a.C. Nel 298 a.C. Roma interviene in favore dei Lucani contro i Sanniti, dando così inizio alla III guerra sannitica, ma di fatto le prime operazioni militari si svolgono proprio contro i Lucani. I Lucani furono poi al fianco di Pirro e, almeno in parte, di Annibale al momento di queste due grandi invasioni del III sec. a.C.
Le devastazioni a seguito di queste guerre e la volontà di Roma di affermare la propria egemonia sul territorio hanno come esito una fortissima romanizzazione della regione, un processo che assume, per Strabone, le forme di una denazionalizzazione dei Lucani:
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[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]Traduzione: E costoro [i Lucani che abitano l'entroterra del Golfo di Taranto] come i Brettî e i Sanniti loro progenitori, soggiacquero a tante sventure che è oggi difficile persino distinguere i loro insediamenti. Infatti di ciascuno di questi popoli non sopravvive più nessuna organizzazione politica comune e i loro usi particolari, per quel che concerne la lingua, il modo di armarsi e di vestirsi e altre cose di questo genere, sono completamente scomparsi; d'altra parte, considerati separatamente, i loro insediamenti sono privi di ogni importanza.
[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]
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[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]Traduzione: Un po' oltre rispetto ai Lucani ci sono i Brettî, che abitano una penisola nella quale è inclusa un'altra penisola, quella cioè, il cui istmo va da Scillezio fino al golfo di Ipponio. Il popolo suddetto ha ricevuto il nome dai Lucani: infatti questi ultimi chiamano «Brettî» i ribelli. Questi Brettî dunque, che prima erano dediti alla pastorizia al servizio dei Lucani, essendo poi divenuti liberi per l'indulgenza dei loro padroni, si ribellarono, a quanto dicono, quando Dione fece guerra a Dionisio e sollevò tutti questi popoli gli uni contro gli altri.
[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi, Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V - VI, Milano 1988]
I rapporti con Roma sono segnati da una costante conflittualità: i Bruzi si schierano dalla parte di Pirro e poi accolgono Annibale nella sua ultima ridotta difensiva in Italia. La punizione inflitta da Roma porta allo scioglimento della lega dei Bruzi, a confische del territorio e alla creazione di numerose colonie, tra le quali ricordo quelle di Crotone, Copia (nel territorio delle antiche città di Sibari e di Turi) e di Vibo Valentia, nonché dall'umiliazione di non poter militare negli eserciti romani come soldati, ma esclusivamente come attendenti, al servizio dei magistrati della Repubblica. Su questa singolare forma di punizione ci informa in particolare Appiano, uno storico attivo nel II sec. d.C., che ci ha lasciato una serie di monografie sulle guerre sostenute da Roma in età repubblicana (oltre ad un importante Storia delle guerre civili, in 5 libri, che abbraccia periodo compreso tra le agitazioni dei Gracchi e il II triumvirato):
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[Testo tratto dall'edizione di P. Viereck - A.G. Roos, Appiani Historia romana. Vol. I, Lipsiae 1962]Traduzione: Allontanatosi Annibale, il Senato concesse il perdono per le cose accadute e decretò un'amnistia a favore di quei popoli dell'Italia che erano passati dalla parte di quello, mentre i soli Bruzi, che fino all'ultimo erano stati i più leali nei confronti di Annibale, furono privati di una gran parte del territorio e delle armi, se ancora rimaneva qualcosa al di fuori di quello che Annibale aveva portato via. Per il futuro fu proibito loro di prestare servizio militare ma [fu imposto loro] di accompagnare come servi per il servizio pubblico i consoli e i pretori che partivano per governare i popoli.
[Traduzione di M. Intrieri in M. Intrieri - A. Zumbo, I Brettii, II, Fonti letterarie ed epigrafiche, Soveria Mannelli 1995]
Le città
La regio III non presentava in età imperiale città di grandissimo rilievo, a confronto di altre regioni dell'Italia romana, come per esempio la Campania. Nelle fonti letterarie il leit motiv è quello della decadenza delle colonie greche fondate sulle coste della Lucania e del Bruzio, una visione che negli ultimi anni è stata parzialmente corretta dalle ricerche archeologiche sull'età romana, a lungo trascurate a favore delle indagini sui rinvenimenti relativi alla fase greca e indigena. È comunque indubbio che la maggior parte dei centri urbani delle vecchie poleis greche, a partire dalla tarda età repubblicana, subì un processo di contrazione, mentre non ci sono segni di flessione nello sfruttamento delle campagne, anche se le modalità di occupazione del territorio mutarono significativamente rispetto al'età precedente.Un caso esemplare è rappresentato dalla città di Metaponto, che sorgeva tra le foci del Bradano e del Casuentus (oggi Basento), ai confini tra la Lucania e l'Apulia. Secondo la tradizione, Metaponto sarebbe stata fondata da coloni provenienti dall'Acaia (regione settentrionale del Peloponneso) nel 773/2 a.C., anche se le prime testimonianze archeologiche sono più tarde. La città sorgeva in un territorio favorevole dal punto di vista dello sfruttamento agricolo, la piana costiera detta appunto di Metaponto, uno dei principali granai della Magna Grecia in età classica. Ben presto questa area fu oggetto di una accurata suddivisione catastale, forse l'antecedente più significativo delle centuriazioni romane. All'indomani della II guerra punica Metaponto tuttavia era già in decadenza: qualche secolo più tardi, per la precisione nel II sec. d.C., Pausania, autore di una sorta di guida della Grecia, ricordava di aver visto a Metaponto solamente rovine (VI, 19, 11). Non così il fertile territorio della piana di Metaponto, che continuava ad essere intensamente coltivato: le indagini archeologiche di superficie condotte dall'Università del Texas tra il Bradano e il Basento mostrano tuttavia come la tipologia degli insediamenti rurali fosse completamente mutato: alle tante piccole fattorie sparse, anche nell'area collinare, di cui si ha attestazione ancora nell'età ellenistica (320-200 a.C.) si vanno sostituendo in età repubblicana e, in misura ancora più accentuata, in età imperiale, poche grandi aziende agricole, concentrate soprattutto nelle valli dei due maggiori corsi d'acqua, il Bradano e il Basento; si nota anche una certa tendenza all'aggregazione delle fattorie in piccoli villaggi.
Figure 5-7 - Metaponto
Siti occupati in età ellenistica Siti occupati in età repubblicana Siti occupati in età imperiale
Sulla sponda tirrenica, la principale città della Lucania era Paestum, nella parte meridionale della piane del Sele, a poca distanza dal confine con la Campania. La città venne fondata dai Sibariti con il nome di Poseidonia, verso la metà del VII sec. a.C., a giudicare dalla documentazione archeologica; venne ribattezzata Paiston dai Lucani, che la presero negli intorno al 400 a.C. Nel 273 a.C. i Romani vi fondarono la prima colonia di diritto latino della Lucania, con il nome di Paestum. L'impaludamento del basso corso del Sele pare aver provocato una diffusione della malaria, causa della lenta decadenza della città, che tuttavia venne definitivamente abbandonata solamente in età altomedievale.Figura 8 - Paestum
La grande stagione di Posidonia - Paestum fu il VI-V sec. a.C., quando vennero eretti i grandiosi e ben conservati templi che ne hanno fatto uno dei siti archeologici più noti d'Italia: nell'illustrazione è raffigurato il secondo tempio di Era, databile alla metà del V sec. a.C. Il tempio di Hera II (cosiddetto tempio di Nettuno)
A sud di Paestum si trovava Velia, fondata con il nome di Elea verso il 540-535 a.C. dagli abitanti di Focea, sulle coste dell'Asia minore, che non avevano voluto sottomettersi alla Persia. I Focei dapprima si erano rifugiati in Corsica, nella colonia di Alalia, ma la pressione congiunta di Cartaginesi ed Etruschi li costrinse a cercarsi un'altra sede, sulle coste del Cilento, in una posizione certamente poco favorevole dal punto di vista agricolo, ma che offriva buone prospettive commerciali e di pesca. Elea fu tra le poche città greche che non vennero mai conquistate dalle popolazioni italiche, mantenendosi tenecemente fedele alle sue grandi tradizioni culturali greche: ricordiamo infatti che ad Elea nacque una delle grandi scuole filosofiche presocratiche, i cui massimi rappresentanti furono Parmenide e Zenone. Altrettanta fedeltà Elea dimostrò nei confronti di Roma, anche negli anni più bui dell'invasione annibalica. L'Elea romana, ormai nota col nome di Velia, tuttavia andò incontro anch'essa ad una progressiva decadenza, provocata dal suo isolamento rispetto alla via di comunicazione più importante, che passava molto all'interno, e all'insabbiamento del suo piccolo porto fluviale.Figura 9 - Elea - Velia
Il sito archeologico di Velia, grazie al fatto che non vi è stata continuità di insediamento, è abbastanza noto, in particolare per la grandiosa porta Rosa, qui raffigurata, che aveva la duplice funzione di porta tra il quartiere meridionale e quello settentrionale della città e di viadotto che metteva in comunicazione l'acropoli con le fortificazioni poste a difesa della città verso l'interno del Cilento. La porta Rosa
Nel Bruzio, sulla costa tirrenica possiamo ricordare Vibo Valentia, nata come subcolonia di Locri Epizefiri col nome di Hipponion, forse verso la fine del VII sec. a.C. o agli inizi del secolo seguente. La città fu conquistata dai Bruzi intorno al 350 a.C. Nel 192 a.C. Roma insediò nel sito di Hipponion una colonia di diritto romano, che prese il nome beneaugurante di Valentia, cui in seguito si aggiunse il nome di Vibo, forse una corruzione in lingua bruzia del vecchio toponimo greco di Hipponion. Vibo Valentia doveva la sua prosperità alle foreste della Sila, che, come vedremo, fornivano legname per l'esportazione e per i cantieri che sorgevano sulla costa, a poca distanza dal centro cittadino: Vibo in effetti sembra essere stata una delle principali basi di Ottaviano nelle campagne navali contro Sesto Pompeo.Nell'estremo sud della penisola si trovava l'importante Rhegium, oggi Reggio Calabria. Anche Reggio era città di origine greca, fondazione di coloni provenienti da Calcide, nell'isola di Eubea, nella seconda metà dell'VIII a.C. Ancora più che altre colonie greche, Reggio soffriva della mancanza di un ampio territorio agricolo alle sua spalle, ma poteva contare sull'eccellente posizione strategica sullo stretto di Messina e su un buon porto, forse costituito dalla foce del fiume Apsias, oggi Calopinace. La città cadde sotto l'egemonia romana durante le operazioni della guerra contro Taranto e Pirro, nel 280 a.C., quando vi venne installata una guarnigione di soldati campani; costoro tentarono di fare ciò che i loro connazionali Mamertini stavano compiendo al di là dello Stretto, di impadronirsi cioè del governo della città: Roma fu costretta ad intervenire nuovamente per liberare i reggini dalla guarnigione che essa stessa aveva imposto loro. L'impressione che Reggio fosse la maggiore città dell'antico Bruzio in età imperiale non ha potuto trovare definitiva conferma dalle ricerche archeologiche, ostacolate dal fatto che l'insediamento antico è stato obliterato dalla crescita della città moderna.
Risalendo la costa ionica, la prima città di una certa importanza che incontriamo è Locri Epizefiri, a circa 4 km. a sud dell'odierna Locri. Si trattava di un'antica colonia fondata dai Locresi (si discute se i coloni provenissero dalla Locride occidentale o da quella orientale) verso la fine dell'VIII sec. o gli inizi del secolo seguente. Il primo insediamento venne fondato sul capo Zefirio (oggi Capo Bruzzano), da cui il nome di Locri Epizefiri, ma dopo qualche anno i coloni si spostarono di pochi chilometri, per fondare un nuovo e stabile insediamento. La città entra nella storia di Roma al tempo della guerra contro Pirro, quando Locri cambiò più volte di padrone: a questo periodo risale forse una tavoletta bronzea, rinvenuta insieme ad una quarantina di altri testi, appartenenti all'archivio del tempio di Zeus Olimpio, in cui si parla di un contributo versato da Locri e da altre città della Magna Grecia ad un re, da alcuni studiosi identificato appunto con Pirro. Alla fine della guerra Locri fu costretta a stringere un trattato con Roma, entrando nel novero dei socii navales, gli alleati che dovevano contribuire allo sforzo militare romano con navi da guerra ed equipaggi. In età imperiale l'area urbana si restringe considerevolmente, ma sono attestati notevoli insediamenti agricoli nel territorio.
A nord di Locri si trovava Crotone, su un promontorio che offriva un buon rifugio alle navi. Secondo la tradizione la città era stata fondata nel 710 a.C. da coloni achei. Crotone rimase a lungo una delle città più potenti della Magna Grecia, ma nel corso del IV sec. a.C. venne fiaccata dagli attacchi dei Bruzi; gravi distruzioni si ebbero anche durante la II guerra punica, quando Crotone divenne l'ultimo baluardo di Annibale in Italia. Pare che nemmeno l'invio di coloni romani nel 194 a.C. abbia risollevato le sorti della città.
Proseguendo verso nord, lungo la costa ionica, ritroviamo la colonia di Thurii, fondata per iniziativa ateniese nel 443 a.C. anche con il contributo dei vecchi abitanti della non lontana Sibari, in una fertile piana formata dal fiume Crati. Turi si era volontariamente consegnata a Roma nel 282 a.C. per ottenere protezione contro la minaccia lucana. La reazione di Taranto all'ingerenza di Roma in quella che la grande città della Magna Grecia considerava la sua area d'influenza provocò lo scoppio della guerra, nella quale più tardi venne coinvolto anche Pirro. Nel 194 a.C. i Romani decisero di impiantare sul sito di Turi la colonia di Copia (effettivamente dedotta forse solo due anni più tardi), che tuttavia non sembra aver conosciuto grande fortuna.
Tra gli insediamenti dell'interno vale forse la pena ricordare Consentia, odierna Cosenza, metropoli dei Bruzi al momento della loro secessione dai Lucani. Anche in questo caso la continuità di insediamento dall'età antica fino ad oggi ha ostacolato le ricerche archeologiche.
Le vie di comunicazione
Il percorso stradale più importante della regio III era costituito dalla via che conduceva da Capua a Reggio. Sulla costruzione di questa strada possediamo un documento di eccezionale interesse, il cosiddetto Lapis Pollae, così chiamato perché rinvenuto nella località di S. Pietro di Polla, nella parte settentrionale del Vallo di Diano.
Testo 5 - Corpus Inscriptionum Latinarum I2 638: la via Popilia nell'iscrizione di Polla
Viam fecei ab Regio ad Capuam et / in ea via ponteis omneis, miliarios / tabelariosque poseivei. Hince sunt Nouceriam meilia LI, Capuam XXCIIII, / Muranum LXXIIII, Cosentiam CXXIII, / Valentiam CLXXX [[---]], ad Fretum ad / Statuam CCXXXI [[---]], Regium CCXXXVII. / Suma af Capua Regium meilia CCCXXI [---]. / Et eidem praetor in / Sicilia fugiteivos Italicorum / conquaeisivei redideique / homines DCCCCXVII eidemque / primus fecei ut de agro poplico / aratoribus cederent paastores. / Forum aedisque poplicas heic fecei. Traduzione: feci la via da Reggio a Capua e in quella via posi tutti i ponti, i milliari e i tabellarii. Da questo punto a Nocera 51 miglia, a Capua 84 miglia, a Murano 74 , a Cosenza 123, a Vibo Valentia 180, allo Stretto, presso la stazione di Ad Statuam, 231, a Reggio 237. Distanza totale da Capua a Reggio: 321 miglia. E io stesso, in qualità di pretore in Sicilia, diedi la caccia e riconsegnai gli schiavi fuggitivi degli Italici, per un totale di 917 uomini, e parimenti per primo feci in modo che sul terreno appartenente al demanio pubblico i pastori cedessero agli agricoltori. In questo luogo eressi un foro e un tempio pubblici.
Figura 10 - Calco dell'iscrizione di Polla, dal Museo della Civiltà Romana
Il documento, una lastra in marmo di 70 cm. di altezza e 74 cm. di larghezza, ha un carattere composito: nella prima parte presenta la struttura di un'iscrizione relativa ad opera pubblica, ricordando la costruzione della via, con i suoi ponti e i suoi milliari; segue una sezione che potremmo definire itineraria, che ricorda le distanze tra il punto in cui l'iscrizione era collocata e le città di Nuceria e Capua verso nord, Muranum, Cosenza, Vibo Valentia, lo Stretto (si menziona qui la stazione di Ad Statuam, probabilmente identica con la mansio ad Columnam di cui si è detto a proposito di uno dei percorsi dell'Itinerarium Antonini) e Reggio verso sud, infine la distanza totale da Capua a Reggio. Nella parte finale il documento assume i caratteri di un elogio, nel quale l'autore ricorda di aver restituito, nella sua qualità di governatore della Sicilia, ai legittimi proprietari 917 schiavi fuggitivi e di aver distribuito, per la prima volta, porzioni di terreno demaniale agli agricoltori, togliendolo ai pastori. Infine l'anonimo magistrato segnala di aver fondato nel luogo in cui si trovava il documento un foro, dunque uno spazio per gli scambi commerciali, che poteva divenire punto di attrazione e di coagulo per una realtà urbana, e un tempio.Il problema maggiore del nostro documento è dato dall'identificazione del suo autore, il cui nome forse era ricordato su un altro blocco di testo, andato perduto, identificazione da cui dipende la data di costruzione della strada. Molte sono le ipotesi avanzate dagli studiosi a questo proposito. La più fondata è forse quella di T. Mommsen, che individuava il personaggio in P. Popilio Lenate, console del 132 a.C.: una costruzione della via in questo periodo in effetti farebbe corrispondere gli episodi di fuga di schiavi, cui l'iscrizione accenna, alla grande rivolta servile in Sicilia del 135-132 a.C., gli interventi sull'ager publicus alle distribuzioni del demanio pubblico che, a seguito della legge agraria di Tiberio Gracco, sono attestati con certezza nella regione. Lo stesso toponimo di Polla forse continua quello di un Forum Popilii attestato nella Tabula Peutingeriana e ci riporterbbe dunque all'attività di un membro della gens Popilia; del resto abbiamo visto come nella stessa iscrizione si ricordi l'erezione di un forum. La strada da Capua a Reggio, dunque, è generalmente chiamata nella letteratura scientifica via Popilia. Ma non mancano le ipotesi alternative: alcuni studiosi ritengono che l'iscrizione, per i suoi caratteri paleografici e linguistici (in particolare la comparsa del dittongo ei per i lunga e di ou per u; le consonanti non geminate, come per esempio in suma per summa; e ancora la forma arcaica af per ab), vada posta nella prima metà del II sec. a.C. e identificano il costruttore con un M. Popilio che fu console nel 173 a.C. La scoperta, nei pressi di Vibo Valentia, di un milliario con il testo CCLX / T(itus) Annius T(iti) f(ilius) / pr(aetor) (Inscriptiones Latinae Liberae Rei Publicae, I, 454a) ha indotto altri studiosi ad identificare con il console del 153 a.C. T. Annio Lusco il costruttore della strada, che a questo punto dovremmo chiamare non Popilia, ma Annia. Un tentativo di conciliare le due ipotesi suggerisce la possibilità che P. Popilio Lenate non sia riuscito a terminare la sua opera prima della scadenza del suo consolato del 132 a.C. e che dunque la strada sia stata terminata da uno dei pretori del 131 a.C., che si chiamava T. Annio Rufo.
Per la gran parte del suo percorso la via Popilia (così chiameremo la strada, conformandoci all'uso della maggioranza degli studiosi), si manteneva sull'interno, ricalcano all'incirca l'itinerario della moderna autostrada Salerno - Reggio Calabria. Esistevano peraltro anche due vie litoranee, seppure di minore importanza: la strada tirrenica partiva da Paestum, toccava Velia e si innestava nella Popilia a nord di Vibo Valentia, dove la grande arteria raggiungeva il mare. La strada ionica congiungeva Reggio a Metaponto e Taranto, lungo un percorso già tracciato ai tempi della colonizzazione greca che toccava Locri, Crotone e Turi - Copia.
Per quanto concerne le vie fluviali, un certo traffico sembra si svolgesse lungo il Crati, che sfociava nella piana di Sibari.
Numerosi i porti, anche se di importanza assai meno considerevole dei grandi scali di Ostia, Puteoli, Brindisi e Taranto, che abbiamo analizzato nelle lezioni precedenti. Gli scali principali della regio III sono attestati a Vibo Valentia, Reggio e Crotone; si ha notizia di porti minori a Velia e a Locri; la stazione di Ad Statuam o Ad Columnam era punto di traghetto per la Sicilia.
Le risorse economiche
Nonostante la presenza di qualche pianura costiera, come la già ricordata piana di Metaponto e la pianura formata dal Sele in Lucania, o le piane di Sibari e di Gioia Tauro nel Bruzio, e ancora di una pianura interna, formata nella Lucania settentrionale dal fiume Tànagro (il cosiddetto Vallo Di Diano), la terza regione dell'Italia augustea era prevalentemente montuosa e non molto adatta alle coltivazioni; gli stessi tratti pianeggianti, in mancanza di un attento drenaggio, tendono ad impaludarsi e a divenire focolai di malaria, come spesso avvenne nell'età antica.Naturalmente l'agricoltura rimaneva, come nel resto dell'Italia romana, la principale attività e nelle fonti letterarie troviamo sporadici accenni ad alcuni prodotti di spicco, come per esempio i fiori di Paestum, la cui coltivazione era funzionale all'industria dei profumi di Capua, o la vite e l'ulivo del Bruzio.
A dare un carattere all'economia della III regione dell'Italia augustea erano tuttavia i suoi immensi boschi, la cui crescita era favorita anche dalla piovosità, relativamente elevata soprattutto sul versante tirrenico. Sullo sfruttamento delle foreste del Bruzio si sofferma in particolare Dionigi di Alicarnasso:
Testo 6 - Dionigi d'Alicarnasso, Antichità romane, XX, 15: l'economia della selva nel Bruzio
[Testo tratto dall'edizione di C. Jacoby, Dionysii Halicarnasei Antiquitatum romanarum quae supersunt, IV, Lipsiae 1905]Traduzione: I Brettii si sottomisero spontaneamente ai Romani e cedettero loro metà della selva che si chiama Sila, ricca di alberi adatti all'edificazione di case, ad allestimenti navali ed ogni altro genere di costruzioni. Vi crescevano abeti che toccavano il cielo, numerosi pioppi, pingui pini marittimi, faggi, pini, ampie querce, frassini fecondati dalle acque che scorrono in mezzo, e ogni altro genere di albero che coi rami densi mantiene ombreggiato il monte tutto il giorno. Gli alberi che crescono più vicini al mare e ai fiumi sono tagliati fino al ceppo in un unico pezzo e vengono spediti ai porti più vicini e forniscono a tutta l'Italia il fabbisogno per costruzioni navali ed edilizie; quelli invece che si trovano lontani dal mare e dai fiumi sono tagliati in diversi pezzi e trasportati a spalla dagli uomini; questi alberi forniscono remi, pertiche e ogni genere di attrezzi e suppellettili domestiche. Ma la parte più abbondante e resinosa viene utilizzata nella fabbricazione della pece, di cui fornisce la qualità più odorosa e soave che si conosca, la cosiddetta pece bruzia, dal cui appalto lo stato romano ricava ogni anno grosse entrate.
[Traduzione di F. Cantarelli in F. Cantarelli (a cura di), Dionisio di Alicarnasso. Storia di Roma arcaica (Le antichità romane), Milano 1984]
I grandi boschi della Sila erano dunque sfruttati in primo luogo per il legname, che forniva eccellente materiale da costruzione, in particolare per i cantieri navali del porto di Vibo Valentia. Erano sfruttati in particolare i tratti di bosco prossimi ad un corso d'acqua, che consentiva di trasportare facilmente, per fluitazione, i tronchi fino alla costa. Dai porti di Vibo, Locri e Crotone il legname da costruzione poteva poi essere esportato in tutta l'Italia. Ma dagli alberi secolari della Sila si ricavava anche una pece particolarmente apprezzata nell'antichità. Questa sostanza resinosa trovava nel mondo romano un impiego assai vasto: era utilizzata per esempio nelle operazioni di calafataggio, cioè di impermeabilizzazione degli scavi in legno delle navi; ma i tipi più nobili di pece, tra i quali appunto la pix Bruttia, venivano impiegati per sigillare e rendere impermeabili i contenitori in argilla, nei procedimenti di invecchiamento del vino, in medicina e nella cosmesi.Nei vasti querceti della Lucania si praticava inoltre l'allevamento dei suini allo stato brado, come di regola nell'antichità: questa regione era in effetti la massima produttrice di carne di maiale dell'Italia antica, una risorsa economica di grandissimo rilievo, soprattutto a partire dal momento in cui l'imperatore Aureliano (270-275 d.C.) istituì regolari distribuzioni di carne suina per la plebe di Roma. Non è un caso dunque che proprio dalla Lucania prenda il nome un tuttora popolare tipo di salsiccia:
Testo 7 - Varrone, La lingua latina, V, 111: le lucaniche
Quod fartum intestinum crassundiis, Lucan<ic>am dicunt, quod milites a Lucanis didicerint.[Testo tratto dall'edizione a cura di R.G. Kent, Varro. On the Latin Language, I, Books V.-VII, Cambridge (Mass.) - London 1938]
Traduzione: Un tipo di salsiccia fatta con l'intestino crasso del maiale è chiamato luganica, perchè i nostri soldati l'hanno imparata a fare dai Lucani.
[Traduzione di A. Traglia in A. Traglia (a cura di), Opere di Marco Terenzio Varrone, Torino 1974]
In una regione dal considerevolissimo sviluppo costiero non è da sottovalutare l'importanza della pesca, come attesta tra gli altri, alla fine dell'antichità, Cassiodoro, scrittore e uomo politico attivo alla corte del re ostrogoto Teoderico nella prima metà del VI sec. d.C. e buon conoscitore dei luoghi, dal momento che era di origine bruzia. Leggiamo il brano di Cassiodoro, scritto nel latino immaginifico che è distintivo di questo autore:Cassiodoro, Varie, XII, 14, 4: la pesca nel Bruzio
His victualibus, si vis nosse, regio illa fecunda est: nam et marinis deliciis copiosa iucunditate perfruitur, quia ibi mare supernum atque infernum, insertis frontibus adunatum, delicias utriusque pelagi in unam congregationem sinus sui volubilitate perducit. Necesse est enim illic et pisces properare, ubi constat et undam posse defluere.[Testo tratto dall'edizione a cura di Å.J. Fridh in Å.J. Fridh - J.W. Halporn, Magni Aurelii Cassiodori Variarum libri XII, De anima, Turnholti 1973 (Corpus Christianorum Series Latina XCVI]
Traduzione: Se vuoi saperlo, quella regione è feconda di questi alimenti: infatti fruisce anche con abbondante felicità di delizie marine, perché il mare superiore e inferiore, riunito per il congiungersi dei due versanti, convoglia con il suo moto le delicatezze di entrambi i mari. È inevitabile infatti che i pesci prosperino là dove l'onda trova quiete e può defluire.
[Traduzione di M. Intrieri in M. Intrieri - A. Zumbo, I Brettii, II, Fonti letterarie ed epigrafiche, Soveria Mannelli 1995]
Per quanto concerne infine le risorse del sottosuolo, non ha per il momento trovato conferma nelle testimonianze antiche un eventuale sfruttamento da parte di Greci e Romani di una modesta vena d'argento che si trovava nei pressi di Crotone, rimasta in uso fino all'età moderna.
Approfondimenti
Negli studi sulla regio III, come del resto per altre regioni augustee, l'attuale divisione amministrativa ha avuto un peso rilevante nell'organizzazione degli studi, la grande maggioranza dei quali sono dedicati, in modo esclusivo, rispettivamente alla Lucania o alla Calabria, l'antico Bruzio. L'unica trattazione complessiva di un certo peso sull'intera regione augustea è l'opera di L. Pareti, Storia della regione lucano-bruzia nell'antichità, Roma 1997, pubblicata a 35 anni dalla morte dell'autore a cura di A. Russi [ITALIA I Luca/4]. Per quanto concerne la ricerca archeologica, la regione è compresa nel volume della collana «Guide archeologiche Laterza» di E. Greco, Magna Grecia, Roma - Bari 1981 [PROV IX 10/12]; prevalentemente dedicato all'età preromana M. Osanna, Chorai coloniali da Taranto a Locri. Documentazione archeologica e ricostruzione storica, Rome 1992 [SG VI 82].Una rassegna bibliografica è dedicata alla regione del Bruzio: N. Criniti, La Calabria antica. Status quaestionum, Soveria Mannelli 1983 [ITALIA I Cal/3].
Le fonti sui Bruzi e il loro territorio sono raccolte e tradotte da M. Intrieri - A. Zumbo, I Brettii, II, Fonti letterarie ed epigrafiche, Soveria Mannelli 1995 [SG VI 95].
Un comodo indice della documentazione epigrafica del Bruzio ci è offerto da A. Zumbo, Lessico epigrafico della regio III (Lucania et Bruttii), I, Bruttii, Roma 1992 [E IV 3 Brut/2]. Le iscrizioni latine della regio III sono state raccolte nel X volume del CIL [CONS Sala Roma]. Nella collana delle Inscriptiones Italiae è uscito il fascicolo a cura di V. Bracco, Civitates vallium Silari et Tanagri, Roma 1974 [CONS Sala Roma] Per la collana dei Supplementa Italica [E IV.1 Ita/1] sono stati pubblicati gli articoli di M. Buonocore, Locri, «Supplementa Italica», 3, Roma 1987, pp. 11-36; V. Bracco, Tegianum, ibid., pp. 37-41; Id., Cosilinum, ibid., pp. 43-52; Id., Atina, ibid., pp. 53-62; Id., Volcei, ibid., pp. 63-87; Id., Eburum, ibid., pp. 89-90; M. Buonocore, Regium Iulium, «Supplementa Italica», 5, Roma 1988, pp. 29-84. Una raccolta speciale è dedicata a Paestum: M. Mello - G. Voza, Le iscrizioni latine di Paestum, Napoli 1968-1969 [E IV 3 Paest/1].
Tra gli studi generali sulla Lucania segnaliamo D. Adamesteanu, La Basilicata antica. Storia e monumenti, s.l. 1974 [ITALIA I Bas], riccamente illustrato, ma prevalentemente dedicato alla civiltà greca e lucana; M. Salvatore (a cura di), Basilicata. L'espansionismo romano nel sud-est d'Italia. Il quadro archeologico. Atti del Convegno. Venosa, 23-25 aprile 1987, Venosa 1990 [ITALIA I Bas/3] (alcuni dei contributi qui raccolti riguardano anche le regioni circonvicine dell'Apulia e del Sannio); Da Leukania a Lucania: la Lucania centro-orientale fra Pirro e Giulio-Claudii: Venosa, Castello Pirro del Balzo, 8 novembre 1992-31 marzo 1993, Roma 1993 [ITALIA I Luca/3]; D. Adamesteanu (a cura di), Storia della Basilicata. 1. L'Antichità, Roma - Bari 1999 [ITALIA I Bas/4].
In particolare sulla presenza greca in Lucania si veda S. Bianco et alii (a cura di), Greci, Enotri e Lucani nella Basilicata meridionale, Napoli 1996 [ITALIA I Bas/2], una miscellanea di studi collegata alla mostra tenutasi a Policoro, presso il Museo Nazionale della Siritide, nel 1996 (uno dei tanti eventi paralleli della grande mostra veneziana su I Greci d'Occidente).
Sui Lucani si veda A. Pontrandolfo Greco, I Lucani. Etnografia e archeologia di una regione antica, Milano 1982 [ITALIA I Luca/1].
Riguardo agli studi generali sul Bruzio si ricorda in particolare la monumentale Storia della Calabria antica, a cura di S. Settis, Reggio Calabria 1987-1994 [ITALIA I Cal/5], in due volumi, di cui il primo è dedicato alla preistoria e alla presenza greca, il secondo alle testimonianze delle civiltà indigene e all'età romana. Il saggio G. De Sensi Sestito è stato pubblicato anche in veste di libretto autonomo: G. De Sensi Sestito, La Calabria in età arcaica e classica. Storia - Economia - Società, Reggio Calabria 1984 [ITALIA I Cal/1]. Cf. inoltre M.C. Parra (a cura di), Guida archeologica della Calabria. Un itinerario tra memoria e realtà, Bari 1998 [PROV IX 17] e un recente volume dedicato specificamente all'età romana: S. Accardo, Villae romane nell'ager Bruttius. Il paesaggio rurale calabrese durante il dominio romano, Roma 2000 [ITALIA I Cal/14].
Sui Bruzi si veda P.G. Guzzo, I Brettii. Storia e archeologia della Calabria preromana, Milano 1989 [ITALIA I Cal/8]; G. De Sensi Sestito (a cura di), I Bretti, I, Cultura, lingua e documentazione storico-archeologica, Soveria Mannelli 1995 [SG VI 95].
Non molto numerosi gli studi monografici sulle città romane della regio III. Ricordiamo tuttavia sulla località di Volcei, nella Lucania settentrionale, V. Bracco, Volcei, Firenze 1978 (Forma Italiae 25) [ITALIA IV 19]; su Elea - Velia M. Napoli, Guida agli scavi di Velia, Cava dei Tirreni 1972 [Archeologia GD 705]; su Metaponto M.T. Giannotta, Metaponto ellenistico - romana. problemi topografici, Galatina 1980 [ITALIA II Met/1] e gli atti del convegni Siritide e Metapontino. Storie di due territori coloniali, Napoli - Paestum 1998 [ITALIA I Siri]; riguardo alle indagini di superficie condotte dall'Università del Texas nel territorio di Metaponto si veda l'interessante sito web Archaeological Survey in the Chora of Metaponto, all'indirizzo http://www.utexas.edu/research/ica/metaponto.html. Su Paestum M. Mello, Paestum romana. Ricerche storiche, Roma 1974 [ITALIA II Pae/1]; J.G. Pedley, Paestum. Greeks and Romans in Southern Italy, London 1990 [ITALIA II Pae/2]. Riguardo a Reggio in età preromana D. Castrizio, Reggio ellenistica, Roma 1995 [SG VI 93]. Su Locri Epizefiri M. Barra Bagnasco, Locri Epizefiri. Organizzazione dello spazio urbano e del territorio nel quadro della cultura della Grecia di Occidente, s.l. 1984 [ITALIA II Loc/5] e L. Costamagna - C. Sabbione, Una città della Magna Grecia: Locri Epizefiri, Reggio Calabria 1990 [ITALIA II Loc/7]. Riguardo a Thurii M. Bugno, Da Sibari a Thurii: la fine di un impero, Napoli 1999 [SG VI 117].
Riguardo alle vie di comunicazione vi è una sterminata bibliografia sulla via Popilia ed i problemi connessi all'interpretazione del lapis Pollae: lo stato della questione, con rimandi alla bibliografia rilevante, si troverà in G.P. Givigliano, Percorsi e strade, «Storia della Calabria antica», II, a cura di S. Settis, Reggio Calabria 1994, pp. 243-362, particolarmente pp. 287-293 [ITALIA I Cal/5]. Per una panoramica generale sulle strade della Lucania vedi M. Tagliente - S. Bianco - A. Russo - L. Del Tutto Palma, Il sistema di viabilità antico in Basilicata, «Viae publicae romanae», Roma 1991, pp. 125-136 [ANT IX 2087].
Sull'economia P. Simelon, La Propriété en Lucanie depuis les Gracques jusqu'à l'avènement des Sévères. Étude épigraphique, Bruxelles 1993 [ECON I 409].
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