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| La regio V dell'Italia augustea |
L'antico Piceno corrispondeva dunque grosso modo alle attuali province marchigiane di Ancona (per la sua parte centro-meridionale), Macerata e Ascoli e alla provincia abruzzese di Teramo.
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[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]Traduzione: dopo le città dell'Umbria che si trovano fra Rimini e Ancona, vi è il Piceno. Originari della Sabina, i Picentini migrarono nelle loro sedi sotto la guida di un picchio che mostrò la strada ai loro antichi progenitori; chiamano questo uccello picus e lo ritengono sacro ad Ares.
[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]
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Sulle coste dell'Adriatico i Piceni diedero vita ad una civiltà originale, aperta sia agli influssi orientali, che giunsero via mare, sia a quelli della vicina Etruria. Una civiltà che tra l'altro ci ha lasciato anche notevoli testimonianze epigrafiche, in una lingua indigena, affine piuttosto all'umbro che alle parlate osche meridionali, che convenzionalmente è chiamata sudpicena. Alcuni dei documenti più rilevanti provengono dalla località di Penna S. Andrea, in provincia di Teramo e confermano, tra l'altro, l'esistenza di un effettivo rapporto tra i Sabini e le popolazioni del medio Adriatico nella prima metà del V sec. a.C., periodo nel quale sembra si possano datare le iscrizioni di Penna S. Andrea. Nel documento qui raffigurato (A. Marinetti, Le iscrizioni sudpicene, I, I testi, Firenze 1985, pp. 218-219, n° TE 6), in particolare, si fa menzione di safinúm nerf, cioè di Sabinorum principes. |
| Figura 2 - Iscrizione sud-picena da Penna S. Andrea |
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Tra i principali siti archeologici della civiltà picena va annoverata senza dubbio la necropoli protostorica di Campovalano di Campli, in provincia di Teramo, nella quale sono state rinvenute numerose tombe a fossa, generalmente racchiuse entro un circolo di pietre, come si può vedere nell'immagine riportata. La necropoli, che venne impiegata dalla fine del X al III sec. a.C., ha restituito ricchi corredi funerari con materiali in parte di produzione locale, in parte di importazione. |
| Figura 3 - La necropoli protostorica di Campovalano di Campli (Teramo) |
Nella parte meridionale della regione era insediata una popolazione affine ai Piceni, ma da essi distinta dal punto di vista politico ai tempi della conquista romana: si trattava dei Praetutti, il cui centro principale era Interamnia Praetuttiorum, l'odierna Teramo. I Pretuzzi caddero sotto l'egemonia romana prima dei Piceni, già nel 290 a.C., venendo incorporati nello stato romano con la civitas sine suffragio; nel 241 a.C. ottennero poi la piena cittadinanza. Si noti che il moderno nome della regione dell'Abruzzo pare derivare, con diversi passaggi, proprio dalla tribù dei Praetutti.
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Agli anni immediatamente successivi alla fondazione della colonia risale probabilmente una notevole serie monetale fusa, di cui si presenta qui la riproduzione di un semisse, moneta del valore di mezzo asse, o 5 unciae. Da Hadria si pretendeva fossero emigrati nella Spagna meridionale, ad Italica, gli antenati dell'imperatore Adriano, secondo un'ipotesi che nasceva dal facile accostamento tra il cognome del principe e il nome della città picena. |
| Riproduzione di un semisse in bronzo della zecca di Hadria (prima metà del III sec. a.C.?): al dritto una testa maschile che sporge dalla conchiglia di un murex; al rovescio un cavallo alato | ||
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Testo 2 - Corpus Inscriptionum Latinarum I2 1905: L(ucius) Fistanus L(uci) f(ilius), / [L(ucius)] Tettaienus L(uci) f(ilius) / Barcha, / II vir(i), / [i]ter in campum ex c(onscriptorum) d(ecreto) / [p]equnia sociorum / campi faciundum / coeravere eidemq(ue) / probavere. // Extra / maceria(m) / in agrum / precar(io). Traduzione: Lucio Fistano, figlio di Lucio, Lucio Tettaieno Barca, figlio di Lucio, duoviri, curarono la costruzione e collaudarono la strada che attraversa il campo, secondo il decreto dei consiglieri municipali, a spese dei membri dell'associazione del campo. Al di là del muro di cinta il diritto di passaggio è precario. |
| Iscrizione relativa ad interventi urbanistici ad Interamnia |
Questa struttura delle città antiche consisteva essenzialmente in una grande area scoperta, di forma per lo più rettangolare, circondata da un muro di cinta, la maceria citata anche nell'iscrizione di Interamnia Praetuttiorum; all'interno dell'area così delimitata, oltre al campo vero e proprio, potevano sorgere strutture quali portici, piscine, impianti termali, o, come in altri luoghi pubblici largamente frequentati, si potevano trovare monumenti onorari, come per esempio statue. Le ricerche topografiche sulla localizzazione dei campi hanno rivelato che spesso queste strutture sorgevano al di fuori della cinta muraria urbana. Nei recenti studi sulla funzione dei campi si è giunti alla conclusione che le strutture di questo tipo presenti nei municipi del mondo romano erano modellate sull'esempio del Campo Marzio di Roma e che dunque vi si dovevano svolgere in particolare esercitazioni militari, prove sportive e in genere attività ricreative che ben conosciamo per il celeberrimo campus urbano.
Nonostante la cura della costruzione dell'iter e le operazioni di collaudo fossero state affidate ai poteri pubblici, il finanziamento dell'opera di Interamnia Praetuttiorum veniva da privati, i socii campi; questa enigmatica associazione, che non trova al momento paralleli nella documentazione, è forse da identificare con uno di quei collegi di iuvenes ben noti nell'epigrafia delle province occidentali dell'impero: l'addestramento militare e gli esercizi ginnici, che erano parte importante delle attività di queste associazioni giovanili, dovevano in effetti trovare la loro sede naturale nel campus. Meno probabile che i socii di Interamnia costituissero un'associazione di sportivi o giocolieri, che per passione o per mestiere, erano soliti ritrovarsi nel campus. Da notare anche la clausola finale extra maceriam in agrum precario (incisa sul fianco del cippo e qui non riportata), che indicava come il diritto di passaggio sulla strada, al di fuori del muro di cinta del campus, fosse di natura precaria, legato cioè al benestare dei proprietari dei terreni sui quali la via era stata tracciata.
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Il centro principale del Piceno propriamente detto era Asculum, l'odierna Ascoli Piceno, alla confluenza del torrente Castellano con il fiume Tronto. Abbiamo già ricordato come Ascoli fosse considerata il caput gentis dei Piceni e avesse conservato, almeno formalmente, la propria autonomia anche nel periodo seguente alla conquista romana. Nel 91 a.C. il massacro di tutti i cittadini romani residenti ad Ascoli segno l'iniziò della guerra sociale. La città capitolò solo nell'89 a.C., dopo un lunghissimo assedio, di cui sono insolita testimonianza le migliaia di ghiande missili, i proiettili da fionda impiegati nei combattimenti, che sono state rinvenute intorno alla città, in particolare nel letto del Castellano. Asculum era collegata a Roma dalla via Salaria, che entrava nella città dalla cosiddetta porta Gemina, qui raffigurata, che risale all'età augustea. |
| La porta Gemina, all'ingresso della via Salaria in Ascoli Piceno |
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Nel 264 a.C., al fine di controllare i Piceni da poco sottomessi, venne fondata nel Piceno centrale la colonia latina di Firmum Picenum, sul sito dell'attuale Fermo, su di un colle a circa 8 km. dalla costa. L'importanza strategica di Firmum emerse in particolare durante la guerra sociale, quando la colonia, rimasta fedele a Roma, costituì la base operativa contro la ribelle Ascoli. Il complesso archeologico più rilevante di Fermo è costituito da un grande sistema di cisterne, che pare risalire all'età di Claudio e di cui si propone qui un'immagine. |
| Le cisterne romane di Fermo |
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| Una delle basi onorarie rinvenute negli scavi del Foro | Particolare del testo (CIL IX, 5836) |
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Già nell'antichità Ancona era probabilmente la città più ricca e popolosa della regione. Si trattava di un'antica colonia fondata dai Siracusani verso il 387 a.C. sul sito di un vecchio insediamento piceno, in una posizione estremamente favorevole: le estreme propaggini del monte Conero creavano infatti una sorta di "gomito" (questo è appunto il significato del termine greco ankon, dal quale deriva il nome della città) intorno ad un eccellente porto naturale. Ancona, rimasta formalmente autonoma anche dopo l'annessione del Piceno a Roma, divenne dunque già in età repubblicana il principale porto del medio Adriatico. Il monumento romano più rappresentativo della città è l'elegante arco fatto costruire da Traiano, a ricordo degli interventi da lui eseguiti per il miglioramento dello scalo portuale. |
| L'arco di Traiano ad Ancona |
Un secondo grande collegamento con Roma era assicurato dalla via Flaminia, che non entrava nel territorio della regio V, ma che era unita ai centri del Piceno da alcuni tracciati minori che attraversavano l'Appennino.
Il settore meridionale del Piceno era collegato al versante tirrenico della penisola da uno o più percorsi, nei quali si è tentato di identificare l'enigmatica via Cecilia. Come si è visto nella lezione precedente, è opinione comune che la via Cecilia si staccasse dalla Salaria ancora in territorio sabino, avrebbe poi raggiunto Amiternum e passato lo spartiacque appenninico dal Passo delle Capannelle; entrata nel Piceno, la via avrebbe seguito la valle del Vomanus (odierno Vomano) per raggiungere Hadria. Abbiamo peraltro registrato anche la posizione di G. Radke, secondo il quale la via Cecilia altro non doveva essere che un rifacimento della Salaria, prolungato da Ascoli per Castrum Novum (odierna Giulianova) e Hadria.
Da ricordare infine una strada litoranea, che sarà nota con il nome di via Traiana, la quale raccordava i diversi centri costieri del Piceno e li metteva in collegamento, a nord, con Fanum Fortunae (odierna Fano) e da qui, attraverso la via Flaminia e poi la via Emilia, con l'Italia settentrionale, a sud con il Sannio e l'Apulia fino a Brindisi.
Il principale porto del Piceno era quello di Ancona, importante scalo sia nella rotta transadriatica per le coste dell'Illirico, in uno dei punti in cui la traversata del mare era più breve, sia nella rotta dell'Adriatico occidentale, che metteva in comunicazione i litorali della Venetia e dell'Histria con le coste dell'Apulia. L'eccellente baia naturale di Ancona venne integrata dalle opere artificiali fatte costruire da Traiano in occasione delle campagne daciche; tali interventi sono ricordati nell'iscrizione apposta sul grande arco che ancora oggi si può ammirare nel porto marchigiano:
Imp(eratori) Caesari divi Nervae f(ilio) Nervae / Traiano Optimo Aug(usto) Germanic(o) / Dacico, pont(efici) max(imo), tr(ibunicia) pot(estate) XVIIII, imp(eratori) IX, / co(n)s(uli) VI, p(atri) p(atriae), providentissimo principi, Senatus p(opulus)q(ue) R(omanus), quod accessum / Italiae hoc, etiam addito ex pecunia sua / portu, tutiorem navigantibus reddiderit.Il porto raffigurato nella scena della partenza di Traiano per la spedizione in Dacia, qui sotto riportata, è stato identificato con quello di Ancona: a destra, in alto, appare infatti un tempio, verosimilmente il tempio di Venere sul colle Guasco, le cui sostruzioni sono state rinvenute al di sotto del duomo di S. Ciriaco. A destra del tempio, nello spazio riquadrato, si possono riconoscere gli ampi ambienti a volta che sono stati riportati alla luce nel corso degli scavi di lungomare Vanvitelli. Infine al centro, in basso, si può notare l'arco di Traiano, sormontato da statue che oggi sono scomparse.Traduzione: All'imperatore Cesare Nerva Traiano Ottimo Augusto Germanico Dacico, figlio del divo Nerva, pontefice massimo, mentre rivestiva i poteri tribunizi per la diciannovesima volta, era stato acclamato imperatore per l'undicesima volta, era console per la sesta volta, padre della patria, principe provvido in sommo grado, il Senato e il popolo romano (dedicarono), per aver restituito più sicuro ai naviganti questo accesso all'Italia, dopo avervi pure aggiunto un porto a sua spese.
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| La partenza di Traiano dal porto di Ancona sulla colonna traianea |
Le nostre conoscenze sull'organizzazione della proprietà fondiaria nel Piceno sono piuttosto scarse, ma si ha tuttavia l'impressione che il latifondo, a differenza di quanto avveniva nelle regioni dell'Italia meridionale, non dovesse avere una forte diffusione, almeno in età tardo repubblicana e alto imperiale; tale impressione nasce principalmente dalla considerazione del tipo di produzione agricola della regione e della densità del popolamento, conseguenza degli intensi fenomeni di colonizzazione e di distribuzione viritana di terreni che interessò il Piceno nell'età medio e tardo repubblicana. L'indagine archeologica rivela un territorio punteggiato da modesti insediamenti rurali, ma anche da villae rusticae di medie dimensioni, con annessi impianti per la trasformazione dei prodotti agricoli e lo sfruttamento delle altre risorse naturali dei fondi, come per esempio i banchi d'argilla.
Dalle fonti letterarie emerge il quadro di una regione prospera dal punto di vista agricolo: in particolare Strabone, in connessione con le caratteristiche geografiche e morfologiche della regione che si estende dalle montagne dell'Appennino sino alla costa dell'Adriatico, nota come il territorio, pur fertilissimo in genere, fosse più propizio alla frutticoltura che alla coltivazione dei cereali; particolare attenzione nella descrizione straboniana merita la città di Ancona, il cui territorio produceva grano e vino in grandi quantità:
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[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]Traduzione: Il loro territorio [scil. dei Piceni] comincia dalle montagne e si sviluppa più in lunghezza che in larghezza, ed è buono per ogni tipo di coltura, più però degli alberi da frutta che dei cereali ... Le città sono Ancona, greca, fondata da Siracusani che fuggivano la tirannide di Dionisio; sorge su un promontorio che, curvando verso nord, circoscrive un porto, ed eccelle nella produzione di vino e di frumento.
[Traduzione di N. Biffi in N. Biffi, L'Italia di Strabone. Testo, traduzione e commento dei libri V e VI della Geografia, Genova 1988]
Tra gli alberi da frutto è ben attestata la coltivazione dell'ulivo, più che per la produzione di olio, eventualmente destinata solo all'autoconsumo, per le olive da tavola che secondo Plinio il Vecchio (Storia naturale, XV, 16-17) erano le migliori d'Italia. Questa opinione era senz'altro sottoscritta da Marziale, che doveva apprezzare in modo particolare le olive del Piceno e al quale dobbiamo molte informazioni a proposito. Per quanto personali, i gusti di Marziale dovevano essere largamente condivisi a Roma e possiamo credere che la grande fama di cui tuttora godono le olive della regione marchigiana risalga all'antichità; uno dei sistemi di conciatura riferiti dall'agronomo Palladio, anche se non esplicitamente connesso con le olive picene, mostra in effetti più di un punto in contatto con la moderna ricetta di preparazione delle olive ascolane.
Tra le attività economiche del Piceno meglio illustrate va annoverata indubbiamente la viticoltura. I passi degli autori antichi nei quali i vini della regione sono ricordati, generalmente con accenti altamente positivi, sono in effetti piuttosto numerosi; ciò peraltro non è sufficiente da solo a farci comprendere quale dovesse essere l'importanza economica della viticoltura nella regio V: l'eccellenza di un vino, anche per le sue qualità terapeutiche (spesso sottolineate proprio per i vini piceni) non è garanzia del suo successo commerciale, anzi l'impatto economico dei vini di pregio, anche nel mondo antico, doveva essere assai più modesto di quello delle produzioni di mediocre qualità ma quantitativamente superiori. Fortunatamente la sempre maggiore attenzione prestata dalla ricerca alla produzione e alla diffusione delle anfore che contenevano il frutto delle vigne picene ci consente di inserire qualche elemento meno vago nel discorso. Le principali zone di produzione sembrano essere tre, anche se è probabile che tra di esse non vi fosse soluzione di continuità: la fascia costiera dell'ager Praetuttianus a sud, la zona di Firmum nel Piceno centrale, infine, più a nord, la regione intorno ad Ancona.
Alla produzione vinicola è legata una notevole attività di fabbricazione di anfore, che è stata oggetto di un rinnovato interesse a partire dalla metà degli anni '80. Tale produzione prende avvio già nella seconda metà del II sec. a.C. e raggiunge il suo culmine tra la metà del I sec. a.C. e la metà del secolo seguente, con la tipologia delle cosiddette anfore Dressel 6a (dal nome dello studioso tedesco Heinrich Dressel, che compilò per il XV volume del Corpus Inscriptionum Latinarum una tavola delle forme anforiche che costituisce ancora oggi un'importante punto di riferimento). Un sottotipo di questa forma è appunto definito "piceno", proprio perché sono state identificate officine di produzione nella regio V. Nella figura si riporta un collo d'anfora bollato con il nome di un tal C(aius) Iul(ius) Poly(bius?), le cui fornaci sono state identificate con una certa sicurezza sulla costa nei pressi di Firmum.
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| Un'anfora Dressel 6a da Aquileia | Bollo d'anfora con il nome del produttore C(aius) Iul(ius) Poly(bius?), da Apollonia (Cirenaica) |
I siti archeologici della regio V compresi nei confini delle attuali Marche sono trattati da M. Gaggiotti - D. Manconi - L. Mercando - M. Verzar, Umbria. Marche, Roma - Bari 1980 (Guide archeologiche Laterza) [PROV IX 10/4]; per i siti del Piceno meridionale vedi inoltre F. Coarelli - A. La Regina, Abruzzo. Molise, Roma - Bari 1993 [PROV IX 16]. Un sito web di carattere istituzionale riguarda le aree archeologiche della provincia di Macerata: Sistema Informativo della provincia di Macerata: Itinerari archeologici (http://www.sinp.net/areaa/cultu_dive/itinerari/archeologia/framearche.asp).
La documentazione epigrafica della regio V è compresa nel volume IX del CIL [CONS Sala Roma]. Aggiornamenti nella collana Supplementa Italica, con gli articoli editi da G. Paci, Cingulum, «Supplementa Italica», 6, Roma 1990, pp. 37-53; Id., S. Vittore di Cingoli, «Supplementa Italica», 8, Roma 1991, pp. 73-88; Id., Tolentinum, «Supplementa Italica», 11, Roma 1993, pp. 61-86; S.M. Marengo, Septempeda, «Supplementa Italica», 13, Roma 1996, pp. 193-228; Ead., Trea, «Supplementa Italica», 18, Roma 2000, pp. 155-188. Novità e riletture della documentazione epigrafica della regio V (ma anche delle aree marchigiane dell'antica regione dell'Umbria et ager Gallicus) si trovano regolarmente nella rivista «Picus. Studi e ricerche sulle Marche nell'antichità» [Studio 5.26].
Sui Piceni si veda da ultimo A. Naso, I Piceni. Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana, Milano 2000 [Archeologia ETR GEN 330] e il catalogo della recente mostra Piceni, popolo d'Europa, Roma 1999 [ANT IX 4709]; ricordiamo che alla mostra sono dedicate anche alcune pagine del già citato sito web ArchArt, all'indirizzo http://www.archart.it/archart/mostre_archeo/piceni.html.
Riguardo alle città del Piceno, su Hadria si veda G. Azzena, Atri. Forma e urbanistica, Roma 1987 [ITALIA II Atri/1]. Ascoli Piceno e il suo territorio sono stati oggetto di alcuni studi specifici: Asculum I, Pisa 1975 [ITALIA II Asco/1] contiene i contributi di U. Laffi, Storia di Ascoli Piceno nell'età antica e di M. Pasquinucci, Studio sull'urbanistica di Ascoli Piceno romana. Sul territorio di Ascoli G. Conta, Asculum II, 1. Il territorio di Asculum in età romana, Pisa 1982 [ITALIA II Asco/1]. Su Firmum si veda L. Polverini - N.F. Parise - S. Agostini - M. Pasquinucci, Firmum Picenum I, Pisa 1987 [ITALIA II Fermo/1]. Su Auximum G.V. Gentili, Auximum (Osimo), Roma 1955 [ITALIA II Osi]; Id., Osimo nell'antichità. I cimeli archeologici nella civica raccolta d'arte e il Lapidario del Comune, Casalecchio di Reno (Bologna) 1990 [ITALIA II Osi/2]. Su Ancona S. Sebastiani, Ancona: forma e urbanistica, Roma 1996 [Archeologia COLL CTA 4]; cf. anche P.L. Dall'Aglio - N. Frapiccini Alfieri - G. Paci, Contributi alla conoscenza di Ancona romana, «Picus», 12-13 (1992-1993), pp. 7-77 [Studio 5.26].
Riguardo alla vie di comunicazione, per la bibliografia sulla via Salaria e la via Cecilia si rimanda agli Approfondimenti relativi alla regio IV. In particolare sul tratto della Salaria che attraversava il Piceno si veda A.R. Staffa, La via Salaria nella bassa valle del Tronto, «La Salaria in età antica. Atti del convegno di studi, Ascoli Piceno, Offida, Rieti, 2-4 ottobre 1997», a cura di E. Catani - G. Paci, Macerata - Roma 2000, pp. 417-439 [MISC III Salaria]. In genere sulla viabilità nella regio V si veda C. Delplace, Le reseau routier du Picenum central d'aprés les itinéraires antiques, «Les voies anciennes en Gaule et le monde romain occidentale. Paris, E. N. S., 5-6 Juin 1982» = «Caesarodunum», 18 (1983), pp. 355-369 [Studio 4.21]; N. Alfieri, La viabilità dall'Esino al Tronto, «Vie del commercio in Emilia Romagna Marche», Cinisello Balsamo 1990, pp. 63-66; ora in Scritti di topografia antica sulle Marche, a cura di G. Paci, Villa Adriana - Tivoli 2000 (Picus Supplementi VII), pp. 327-342 [Studio 5.26]; M. Luni, Viabilità antica dalla costa medioadriatica all'Umbria, «Assisi e gli Umbri nell'antichità. Atti del convegno internazionale. Assisi 18-21 dicembre 1991», a cura di G. Bonamente - F. Coarelli, Assisi 1996, pp. 341-358 [MISC III Assi].
Sugli aspetti economici U. Moscatelli, The Evolution of the Rural Settlement in regiones V and VI from the Roman to the Early Medieval Period, «Settlement and Economy in Italy 1500 BC - AD 1500. Papers of the Fifth Conference of Italian Archaeology», a cura di N. Christie, Oxford 1995, pp. 303-309 [MISC III Arch Ital]; sulla produzione di anfore e la viticultura L. Brecciaroli Taborelli, Una produzione di anfore picene ed il vino palmense, «Picus», 4 (1984), pp. 55-93 [Studio 5.26]; M.T. Cipriano - M.B. Carre, Production et typologie des amphores sur la coté adriatique de l'Italie, «Amphores romaines et histoire économique: dix ans de recherche», Rome 1989, pp. 67-104 [MISC III Sto. Eco/5].
© Alessandro Cristofori 2002