Gli spazi geografici della Storia Romana: l'Italia

Regio VI: Umbria et ager Gallicus



Figura 1 - La Regio VI: Umbria et ager Gallicus

La regio VI dell'Italia augustea



I confini

La vasta regione augustea dell'Umbria solo parzialmente si identifica con l'odierna e omonima regione italiana. Si è visto nella scorsa lezione come il confine con il Piceno fosse fissato al fiume Aesis e alle alte vallate dei fiumi che dall'Appennino scendevano verso l'Adriatico. A sud est il limite tra la regio VI e la Sabina correva all'incirca lungo il corso del fiume Nera. Ad occidente il confine con l'Etruria era ben delimitato dal corso del Tevere, lasciando però in Umbria l'alta valle dell'Arno, il Casentino. A nord, il confine con l'Emilia era piuttosto di carattere etnico che geografico: non correva infatti lungo i crinali dell'Appennino tosco-romagnolo, ma includeva il tratto superiore dei fiumi romagnoli fin quasi alla pianura e dunque anche cittadine come Sarsina, nella valle del fiume Savio (l'antico Sapis), che oggi fanno parte dell'Emilia - Romagna. La regio VI di fatto comprende dunque territori ora inclusi in ben quattro regioni italiane: l'Umbria, le Marche, la Toscana e l'Emilia-Romagna.

Del carattere composito, dal punto di vista geografico, della sesta regione augustea erano consci gli antichi stessi: da Plinio il Vecchio, in particolare, apprendiamo che il nome ufficiale della regione doveva essere Umbria et ager Gallicus.

Testo 1 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, V, 112: una regione composita

Iungetur his sexta regio Umbriam complexa agrumque Gallicum citra Ariminum.

[Testo tratto dall'edizione di di H. Zehnacker, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre III, Paris 1998]

Traduzione: Aggiugeremo a questa [scil. la regione del Piceno] la sesta regione, che comprende l'Umbria e il territorio dei Galli al di qua di Rimini.

[Traduzione di G. Ranucci in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia Naturale I. Cosmologia e geografia. Libri 1-6, Torino 1982]




Nella regio VI si individuano dunque facilmente due subregioni, separate dagli Appennini: ad ovest della catena montuosa l'Umbria propriamente detta, caratterizzata da ampie vallate fluviali, in particolare da quelle del Tevere e della Nera; ad est, lungo la costa adriatica, il cosiddetto ager Gallicus, che ha una conformazione assai simile a quella del vicino Piceno: una serie di montagne e colline digradanti in una stretta pianura costiera e solcate da sud-ovest a nord-est dalle valli dei fiumi.




Le popolazioni

L'unità della regio VI era data, più che dai suoi caratteri geografici, dalla sua coesione etnica. L'intera regione in effetti era abitata in antico da un'unica popolazione di ceppo italico, quella degli Umbri, che era considerata la più antica d'Italia. Così scrive Plinio il Vecchio:

Testo 2 - Plinio il Vecchio, Storia naturale, V, 112: l'antichità degli Umbri

Umbrorum gens antiquissima Italiae existimatur, ut quos Ombrios a Graecis putent dictos, quos inundatione terrarum imbribus superfuissent. Trecenta eorum oppida Tusci debellasse reperiuntur.

[Testo tratto dall'edizione di di H. Zehnacker, Pline l'Ancien. Histoire naturelle. Livre III, Paris 1998]

Traduzione: La popolazione umbra è ritenuta la più antica d'Italia, si crede infatti che gli Umbri fossero stati chiamati Ombrii dai Greci perché sarebbero sopravvissuti alle piogge quando la terra fu inondata. È attestato che gli Etruschi sottomisero trecento città umbre.

[Traduzione di G. Ranucci in G.B. Conte (a cura di), Gaio Plinio Secondo. Storia Naturale I. Cosmologia e geografia. Libri 1-6, Torino 1982]




Al di là della fantasiosa etimologia, che faceva derivare il nome degli Umbri dal nome greco della pioggia, ombros, facendo degli Umbri una popolazione addirittura antidiluviana, il dato pliniano riguardo un'area di occupazione umbra assai più estesa rispetto ai confini della regione augustea ritorna fraquentemente nelle fonti antiche: una dei motivi conduttori delle fonti antiche è proprio l'originaria presenza degli Umbri in molte regioni dell'Italia, dalle quali sarebbero stati cacciati dall'invasione di popolazioni giunte in tempi successivi, come gli Etruschi o i Galli.

Un altro Leitmotiv della letteratura antica sugli Umbri è quello della loro mollezza, già presente negli scritti della scuola aristotelica, in contrasto con la fama di bellicosità di cui generalmente godevano le popolazioni italiche: così scriveva lo storico greco del IV sec. a.C. Teopompo, in un frammento conservatoci ne I dotti a banchetto, un'opera di Ateneo di Naucrati, scritta intorno al 200 d.C. che è un'autentica miniera di citazioni altrimenti sconosciute:

Testo 3 - Ateneo, I dotti a banchetto, 526 f: la mollezza degli Umbri

[Testo tratto dall'edizione a cura di G. Kaibel, Athenaei Naucratitae Deipnosophistarum libri XV, III, Lipsiae 1890]

Traduzione: Teopompo nel ventunesimo libro della Storia dell'età di Filippo parla anche degli Umbri - stanziati appunto lungo la costiera adriatica - e dice che erano un popolo piuttosto molle e raffinato: avevano abitudini di vita pressoché simili a quelle dei Lidi e abitavano una regione ubertosa, fatto da cui ebbe origine la loro prosperità.

[Traduzione di M.L. Gambato in Ateneo, I Deipnosofisti (I dotti a banchetto), III, Roma 2001]




Per la loro vita agiata e i costumi raffinati, gli Umbri si possono accostare agli Etruschi: e in effetti le popolazioni dell'Umbria molto dovevano dal punto di vista culturale ai loro vicini, in particolare a proposito della spinta verso l'urbanizzazione che si nota nell'Umbria interna a partire dal V sec. a.C., dopo una lunga fase in cui il popolamento era preventemente organizzato per villaggi. All'influenza etrusca si affianca e si sovrappone poi sempre più quella romana, alla quale si deve l'organizzazione in forma ormai compiutamente politica degli ordinamenti cittadini.

Figura 2 - Le tavole Iguvine

Straordinario documento di questa fase dell'Umbria antica sono le cosiddette tabulae Iguvinae (di cui si riporta qui un'immagine, relativa alla tavola IV), una serie di sette tabelle in bronzo rinvenute nel XV secolo a Iguvium (l'odierna Gubbio), databili tra gli inizi del II sec. a.C. e gli inizi del secolo seguente, dunque già nel momento in cui l'Umbria era pienamente sotto l'egemonia di Roma. Le tabulae, scritte in alfabeto locale, derivato da quello etrusco, ma anche in caratteri latini, rappresentano, per contenuto e per lunghezza del testo, il più importante documento della lingua umbra, apparentata all'osco e affine al piceno, e senza dubbio uno dei maggiori per quanto concerne le antiche lingue italiche. Il contenuto delle tavole di Iguvium riguarda principalmente le cerimonie officiate dalla confraternita religiosa degli Atiedii, probabilmente non dissimile nelle sue funzioni dai celebri fratres Arvales di Roma.
Riproduzione della IV tavola di Iguvium



I rapporti con Roma si aprono nel 310 a.C., con la conclusione di un trattato con la città dei Camerti, generalmente identificata con Camerinum. Pochi anni più tardi, tuttavia, gli Umbri e i Galli Senoni insediati nella Romagna e nelle Marche settentrionali, si coalizzano con i Sanniti e gli Etruschi contro Roma: nel 295 a.C. la disfatta degli alleati nella grande battaglia di Sentinum, nei pressi dell'odierna Sassoferrato, consente tuttavia a Roma di acquisire rapidamente l'egemonia sulle popolazioni umbre, mentre i Senoni sono letteralmente spazzati via e il territorio nel quale erano insediati, tra i fiumi Esìno e Rubicone, inglobato nello stato romano col nome di ager Gallicus. Leggiamo il resoconto degli avvenimenti nella narrazione di Polibio:

Testo 4 - Polibio, Storie, II, 19-7-13: la cacciata dei Galli Senoni dalla loro sedi

[Testo tratto dall'edizione a cura di T. Buettner-Wobst, Polybii Historiae, Lipsiae 1905]

Traduzione: trascorsi altri dieci anni, i Galli riapparvero con un grande esercito e assediarono Arezzo. I Romani corsero in aiuto, ma, scontratisi con i nemici dinanzi alla città, furono sconfitti, e il console Lucio Cecilio Metello cadde in battaglia; al suo posto fu eletto Manio Curio Dentato, il quale inviò ambasciatori ai Galli per il riscatto dei prigionieri, ma, con aperta violazione del diritto delle genti, essi li uccisero. Subito i Romani sdegnati corrono alle armi; i Galli Senoni si fanno loro incontro e si viene a battaglia. I Romani, vincitori dei nemici, ne uccisero la maggior parte, cacciarono via i superstiti e si impadronirono di tutta la regione, dove condussero la loro prima colonia in suolo gallico, la città chiamata Sena dal nome dei primi abitatori gallici. Di essa ho fatto menzione, ricordando che è posta sull'Adriatico al limite della pianura padana.

[Traduzione di G.B. Cardona in G.B. Cardona, Polibio di Megalopoli. Storie, I, Napoli 1968].

Il controllo del territorio è assicurato attraverso un'intensa opera di colonizzazione: nell'Umbria propriamente detta ricordiamo le colonie latine di Narnia (oggi Narni), del 299 a.C., e di Spoletium (Spoleto), del 241 a.C.; all'indomani della vittoria sui Senoni, nel 283 a.C. viene fondata nell'ager Gallicus la colonia romana di Sena Gallica, l'odierna Senigallia e nel 268 a.C. l'importantissima colonia latina di Ariminum, ai confini settentrionali dell'agro Gallico, ma in età augustea inclusa nella regio VIII Aemilia, infine nel 247 a.C. la colonia romana di Aesis (oggi Jesi).

Ma è soprattutto l'azione di C. Flaminio a segnare un un progresso decisivo per la romanizzazione della regione: nel 232 a.C. il discusso uomo politico, allora tribuno della plebe, fa approvare una lex Flaminia de agro Gallico et Piceno viritim dividundo, che prevedeva la distribuzione individuale (viritim) degli appezzamenti di terreno che non erano stati già assegnati alle colonie fondate nell'area. Nel 220 a.C. Flaminio, censore, promuove la costruzione della grande via di collegamento tra Roma e la pianura Padana, la via Flaminia, che, attraversata tutta l'Umbria, giungeva sulla costa presso Fano e poi proseguiva fino a Rimini. Il processo di colonizzazione peraltro non si arresta, fino all'età triumvirale ed augustea.




Le città

Figura 3 - Narnia

Venendo da Roma, la prima importante città della regio VI che incontriamo è Narnia l'odierna Narni, che domina le gole del fiume Nera. Nel sito sorgeva una città umbra chiamata Nequinum, che i Romani ribattezzarono Narnia, dal nome del fiume Nar, quando vi dedussero una colonia di diritto latino nel 299 a.C. (il nome di Nequinum, in effetti, suonava in latino di cattivo auspicio, ricordando il verbo nequire, "non essere in grado"). Nei pressi della città si possono tuttora osservare i resti, qui raffigurati, del grandioso ponte sul quale la via Flaminia passava le gole della Nera, ad un'altezza di più di 30 metri e per una lunghezza di circa 160 metri.
Il ponte della via Flaminia sul fiume Nera, nei pressi di Narni
(© William P. Thayer 2002)



Qualche decina di chilometri a nord est di Narni si trovava Interamna Nahars, l'odierna Terni, sul ramo destro della via Flaminia. Poco si conosce della città antica, a causa della continuità di insediamento. Da Interamna proviene tuttavia un interessantissimo testo epigrafico dell'età di Tiberio, che ci apporta preziose informazioni sia sull'antichissima storia della città, sia sugli eventi politici del principato dei giulio-claudi:

Testo 5 - Corpus Inscriptionum Latinarum XI, 4170: la fondazione di Interamna e l'eliminazione di Seiano (32 d.C.)

Saluti perpetuae Augustae / Libertatique publicae / populi Romani.
Genio municipi anno post / Interamna conditam DCCIIII ad Cn(aeum) Domitium / Ahenobarbum, [[M(arcum) Furium]] / [[Camillum Scribonianum]] co(n)s(ulibus).
Providentiae Ti(beri) Caesaris Augusti, nati / ad aeternitatem Romani nominis, sublato hoste perniciosissimo p(opuli) R(omani). / Faustus Titius Liberalis , VI vir Aug(ustalis) iter(um), / p(ecunia) s(ua) f(aciundum) c(uravit).

Traduzione: alla perpetua Salvezza Augusta e alla Libertà pubblica del popolo romano.
Al genio del municipio, nell'anno 704 dalla fondazione di Interamna, sotto il consolato di Cneo Domizio Enobarbo e Marco Furio Camillo Scriboniano.
Alla Previdenza di Tiberio Cesare Augusto, nato per assicurare l'eternità del nome di Roma, avendo resistito ad un pericolosissimo nemico del popolo romano. Fausto Tizio Liberale, seviro Augustale per la seconda volta, curò la costruzione a proprie spese.




Siamo dunque davanti al testo di una dedica a diverse divinità, o meglio, personificazioni divine di alcuni concetti astratti (la Salus Augusta, la Libertas publica, il Genium municipi di Terni, infine la Providentia dell'imperatore Tiberio). La dedica venne posta da un tal Fausto Tizio Liberale, che era seviro Augustale ad Interamna, apparteneva cioè ad uno di quei collegi sacerdotali, ben noti nell'Italia e nelle province occidentali dell'impero, incaricati di amministrare il culto imperiale nelle singole realtà municipali.

Dal punto di vista della storia locale è di estremo interesse la seconda dedica, posta in onore al Genius del municipio di Interamna Nahars, dunque all'elemento divino e immortale che negli schemi della religione romana di età imperiale era presente anche in un'istituzione come appunto un municipio o una provincia. La dedica è datata all'anno 704 dalla fondazione di Interamna, corrispondente al 32 d.C., anno del consolato di Cn. Domizio Enobarbo (il padre del futuro imperatore Nerone) e di M. Furio Camillo Scriboniano (il nome di questo secondo personaggio appare eraso sulla pietra, ed è dunque riportato tra doppie parentesi quadre nella trascrizione, secondo il sistema di segni critici normalmente utilizzato nell'edizione dei testi epigrafici; Scriboniano infatti, nel 42 d.C., quando era legato nella provincia di Dalmazia, si ribellò a Claudio, ma la sua congiura fu scoperta e Scriboniano subì la damnatio memoriae, che prevedeva tra l'altro la cancellazione del suo nome da tutti i documenti di carattere pubblico). Dunque, secondo una tradizione locale, sappiamo che Interamna sarebbe stata fondata nel 672 a.C.: una notizia che non trova conferma in altre fonti e che in sé è poco probabile, ma che attesta come nell'Italia del periodo imperiale il prestigio di una comunità fosse legato anche all'antichità della sua fondazione.

Ma l'iscrizione ternana apporta qualche interessante informazione anche sulla "grande storia": la terza dedica infatti è in onore della providentia dell'imperatore Tiberio, scampata la minaccia portata da un pericolosissimo nemico dello stato. Se pensiamo che la dedica si data al 32 d.C. non è difficile identificare questo hostis perniciosissimus populi Romani: nel 31 d.C. infatti, il potente prefetto del pretorio di Tiberio, L. Elio Seiano, era stato accusato di tradimento e messo a morte. Anche nei municipi dell'Italia romana ci si affrettò dunque ad aderire al repentino cambiamento politico, complimentandosi con il principe per aver eliminato quel Seiano che Tiberio stesso aveva elevato alla posizione di secondo uomo dello stato.

Figura 4 - Spoletium

Sul medesimo diverticolo della via Flaminia sorgeva la colonia latina di Spoletium (oggi Spoleto), fondata nel 241 a.C. e destinata ad assumere grandissima importanza in età altomedievale, quando divenne sede del più importante ducato longobardo dell'Italia centrale. Tra i monumenti meglio conservati della cittadina umbra, oltre al circuito delle mura romane, è da ricordare senza dubbio il teatro, che pare datarsi alla tarda età augustea.
Il teatro romano di Spoleto
(© William P. Thayer 2002)



Figura 5 - Hispellum

A nord di Spoleto si trovava Hispellum, l'odierna Spello, che accolse una colonia di veterani, probabilmente nell'età del II triumvirato. A questa deduzione coloniale è verosimilmente da collegare lo straordinario circuito di mura di Hispellum, con le sue porte: qui raffigurata è la cosiddetta porta Urbica.
La porta Urbica di Spello
(© William P. Thayer 2002)



Figura 6 - Asisium

Poco a nord di Spello sorgeva Asisium (oggi Assisi), che in età romana certo era assai meno nota che nel medioevo, ma che poteva vantarsi di aver dato i natali al poeta Properzio. Il principale monumento di Assisi romana è il cosiddetto tempio di Minerva, di cui qui si riporta un'immagine, sulla cui facciata si trovato sei belle colonne monolitiche corinzie; l'edificio si data probabilmente alla fine del I sec. d.C.
Il tempio di Minerva ad Assisi
(© William P. Thayer 2002)



Figura 7 - Iguvium

Verso l'Umbria settentrionale ritroviamo Iguvium (oggi Gubbio), un tempo importante centro lungo un percorso viario che, snodandosi tra le montagne, collegava la costa tirrenica e quella adriatica, ma che venne molto danneggiato dal fatto di essere tagliato fuori dalla via Flaminia, che passava qualche chilometro ad est. Singolare per le sue sostruzioni, che lo fanno assomigliare piuttosto ad un anfiteatro, è il celebre teatro di Iguvium, qui raffigurato, che dovrebbe risalire al I sec. d.C.
Sostruzioni del teatro romano di Gubbio
(© William P. Thayer 2002)



Figura 8 - Fanum Fortunae

Passando all'ager Gallicus, dobbiamo ricordare in primo luogo Fanum Fortunae (l'odierna Fano), che sorgeva a nord delle foci del fiume Metauro, nel punto in cui la via Flaminia raggiungeva la costa dell'Adriatico. Ben poco si conosce della storia della città in età repubblicana, evidentemente legata alla presenza di un centro di culto (fanum) di Fortuna. Sappiamo invece che Augusto vi inviò una colonia di suoi veterani. A questa età risale anche la principale porta della città, detta appunto arco di Augusto.
L'arco di Augusto a Fano



Figura 9 - Pisaurum

Proseguendo lungo la costa adriatica verso nord incontriamo infine Pisaurum (odierna Pesaro), una colonia romana fondata nel 184 a.C. alla foce del fiume Pisaurus (oggi Foglia) in un sito nel quale dovevano essere insediati già in precedenza dei cittadini romani, come attestano forse le famose iscrizioni del lucus Pisaurensis, un bosco sacro situato in un'area alla periferia dell'odierna Pesaro, che tuttavia non è stato ancora possibile individuare con precisione. La scoperta in effetti è riferita da un erudito locale, Annibale degli Abbati Olivieri, che fra il 1733 e il 1737 scoprì in un campo di sua proprietà 13 cippi votivi (alla fine del XVIII secolo se ne aggiunse un quattordicesimo), la maggior parte dei quali riportava semplicemente il nome di una divinità, in forma dativa, in pochi casi anche il nome del dedicante. Nell'immagine qui riportata appaiono le dediche votive ad Apollo e a Fides.
Le iscrizioni votive ad Apollo e a Fides dal lucus Pisaurensis



La cronologia dei cippi pisaurensi è stata oggetto di un vivace dibattito, tuttora in corso: alcuni studiosi hanno ritenuto che i documenti non potessero che datarsi ad un periodo posteriore alla fondazione della colonia, altri, rilevando l'arcaicità della paleografia e della lingua delle iscrizioni, le ritengono piuttosto inquadrabili alla fine del III sec. a.C. Non è peraltro da scartare un'ipotesi di compromesso, secondo la quale la frequentazione del lucus di Pesaro si prolungò per diversi decenni, prima e dopo la deduzione coloniaria.

Pisaurum apparentemente ebbe vita difficile in età repubblicana e la sua popolazione dovette essere rafforzata da deduzioni coloniarie di veterani in età triumvirale e augustea, quando la città assunse il nome di colonia Iulia Felix Pisaurum.




Le vie di comunicazione

Figura 10 - La via Flaminia

La strada più importante della regio VI, e forse l'asse viario di maggior rilievo per le comunicazioni fra Roma e l'Italia settentrionale, era la celebre via Flaminia. Come già ricordato, la sua costruzione venne intrapresa nel 220 a.C. dal censore C. Flaminio, probabilmente ricalcando percorsi assai più antichi.

La via Flaminia usciva da Roma dall'omonima porta e si staccava dalla Cassia al ponte Milvio. La strada penetrava nella regio VI all'altezza di Ocriculum, l'odierna Otricoli, per poi raggiungere Narni, dove con l'ardito ponte di cui si è già detto scavalcava le gole della Nera. Dopo Narni la via Flaminia si biforcava: il percorso occidentale, più diretto e agevole, corrispondeva probabilmente al tracciato primitivo della Flaminia, i cui scopi erano inizialmente soprattutto militari; l'unico centro importante toccato era Mevania (l'odierna Bevagna). Il percorso orientale attraversava invece una zona più densamente abitata, toccando, tra gli altri centri, le già ricordate Interamna Nahars e Spoletium; aveva dunque una funzione maggiormente legata ai commerci e agli spostamenti civili. I due tratti della Flaminia si riunivano poi a Fulginiae (nei pressi dell'attuale Foligno) o un poco più a nord, nella località denominata Forum Flaminii (S. Giovanni Profiamma). Da qui la strada risaliva la valle del fiume Topino, per poi attraversare lo spartiacque appenninico al passo di Scheggia.

Da qui la Flaminia seguiva un ardito percorso lungo le gole del fiumi che scendevano verso l'Adriatico: celeberrima è la galleria stradale della gola del Furlo, qui raffigurata, che è tuttora percorribile. La strada poi scendeva nella valle del Metauro, toccando Forum Sempronii (oggi Fossombrone) e raggiundo la costa a Fano; da qui, seguendo un tracciato parallelo alla riva adriatica e passando per Pisaurum, arrivava sino a Rimini, dove si saldava alla via Emilia.
La galleria stradale della via Flaminia nei pressi della gola del Furlo




Oltre alla via Flaminia e alle strade minori che da essa si distaccavano, dobbiamo sottolineare l'importanza delle vie di navigazione interne, in primo luogo del Tevere, sul quale si svolgevano intensi traffici da e per Roma, ma anche di corsi d'acqua minori come il Clitunno e il Chiascio.

Sulla costa adriatica da ricordare almeno il porto di Pisaurum, un porto di foce, che sfruttava per l'attracco delle navi l'estuario del fiume Foglia.




Le risorse economiche

Piuttosto scarse le informazioni in nostro possesso sulle risorse economiche dell'Umbria. Le poche righe che Strabone dedica all'argomento non lasciano l'impressione di una particolare ricchezza agricola della regione:

Testo 6 - Strabone, Geografia, V, 2, 10: l'agricoltura dell'Umbria

[Testo tratto dall'edizione di F. Lassère, Strabon. Géographie, Tome III (Livres V et VI), Paris 1967]

Traduzione: tutta la regione è fertile, ma un po' troppo montagnosa e nutre i suoi abitanti più di spelta che di grano.

[Traduzione di A.M. Biraschi in A.M. Biraschi (a cura di), Strabone. Geografia. L'Italia. Libri V-VI, Milano 1988]




Nelle fonti letterarie si trovano accenni piuttosto incidentali alla coltivazione della vite e dell'ulivo, ma si ha l'impressione che buona parte della ricchezza dell'Umbria venisse piuttosto dalle attività di allevamento (di cui si ha una testimonianza indiretta dagli accenni gli apprezzati formaggi di Sarsina, nell'estremo nord della regione), in particolare degli ovini. Anche in Umbria l'allevamento delle pecore assumeva le forme della transumanza: gli alti pascoli interni venivano utilizzati nell'estate, mentre d'inverno le greggi scendevano verso le regioni costiere dell'Adriatico o del Tirreno.

Grande rilievo aveva anche lo sfruttamento dei grandi boschi dell'Appennino umbro, in particolare per quanto concerne il legname da costruzione: la domanda di questo materiale edilizio in effetti doveva essere molto forte, in connessione col fenomeno dell'urbanizzazione dell'Umbria e dell'ager Gallicus, se si pensa che la regio VI, nell'età del Principato, non contava meno di 50 centri abitati.




Approfondimenti

Riguardo agli studi generali sulla regio VI non si dovrà dimenticare che la regione augustea coincide solo parzialmente con i limiti amministrativi della moderna regione dell'Umbria, che in non pochi casi hanno fornito la cornice geografica delle indagini. Rilevato questo aspetto, possiamo ricordare il recente studio di G. Bradley, Ancient Umbria. State, Culture, and Identity in Central Italy from the Iron Age to the Augustan Era, Oxford 2000 [ITALIA I Umb/10]; meno aggiornato, ma ancora utile, il volume Problemi di storia e archeologia dell'Umbria. Atti del I convegno di studi umbri. Gubbio. 26-31 maggio 1963, Gubbio 1963 [ITALIA I Umb]; si veda inoltre W.V. Harris, Rome in Etruria and Umbria, Oxford 1971 [SR IV 112], la miscellanea di studi curata da G. Bonamente - F. Coarelli, Assisi e gli Umbri nell'antichità. Atti del convegno internazionale. Assisi 18-21 dicembre 1991», Assisi 1996, [MISC III Assi] e il volume di E. Migliario, Uomini, terre e strade: aspetti dell'Italia centroappenninica fra antichità e alto Medioevo, Bari 1995 [ECON I 380].

Sull'archeologia delle località marchigiane e umbre della regio VI si veda M. Gaggiotti - D. Manconi - L. Mercando - M. Verzar, Umbria. Marche, Roma - Bari 1980 (Guide archeologiche Laterza) [PROV IX 10/4]; in particolare sulla topografia e le cinte murarie dell'Umbria (intesa come la parte occidentale della regio VI, con l'esclusione dunque dell'ager Gallicus) si veda la monumentale monografia di P. Fontaine, Cités et enceintes de l'Ombrie antique, Bruxelles - Rome 1990 [ITALIA I Umb/9]; interessante, soprattutto per le belle immagini, il catalogo della mostra Gens antiquissima Italiae. Antichità dell'Umbria in Vaticano, Perugia 1988 [ITALIA I Umb/7]. La Soprintendenza archeologica per l'Umbria ha un bel sito Internet, all'indirizzo http://www.archeopg.arti.beniculturali.it. Le pagine web Roman Umbria, a cura di Bill Thayer, costituiscono una miniera di immagini e di informazioni sulle regione dall'antichità ai giorni nostri, miniera dalla quale ho attinto largamente per creazione di questa pagina.

In particolare sull'ager Gallicus un eccellente punto di partenza è dato dal recente volume di U. Agnati, Per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1999 [ITALIA II Pes]; al volume precedente è correlato A. Trevisiol, Fonti letterarie ed epigrafiche per la storia romana della provincia di Pesaro e Urbino, Roma 1999 [ITALIA II Pes]. Vedi inoltre P.L. Dall'Aglio - S. De Maria - A. Mariotti (a cura di), Archeologia delle valli marchigiane Misa, Nevola e Cesano, Perugia 1991 [ITALIA I Marc/4] e il nuovo sito web Archeoprovincia, a cura della provincia di Pesaro e Urbino (http://www.archeoprovincia.it).

Una bibliografia sull'Umbria antica è curata da M.C. Spadoni Cerroni, Bibliografia sull'Umbria antica (1975-1995), «Assisi e gli Umbri nell'antichità. Atti del convegno internazionale. Assisi 18-21 dicembre 1991», a cura di G. Bonamente - F. Coarelli, Assisi 1996, pp. 603-655 [MISC III Assi].

La documentazione epigrafica della regio VI è compresa nell'XI volume del CIL [CONS Sala Roma]. Diversi aggiornamenti sono apparsi nella collana dei Supplementa Italica [E IV.1 Ita/1]: G. Mennella - G. Cresci Marrone, Pisaurum, «Supplementa Italica», 1, Roma 1981, pp. 73-98; S.M. Marengo, Camerinum, «Supplementa Italica», 6, Roma 1990, pp. 57-79; F. Cenerini, Mevaniola, «Supplementa Italica», 11, Roma 1993, pp. 89-110; S.M. Marengo, Attidium, «Supplementa Italica», 12, Roma 1994, pp. 11-30; G. Asdrubali Pentiti, Ameria, «Supplementa Italica», 18, Roma 2000, pp. 191-315; S. Antolini, Suasa, ibid., pp. 317-394.

Sull'epigrafia dell'ager Gallicus e delle località dell'antica regione dell'Umbria oggi comprese nelle Marche conviene consultare regolarmente la rivista «Picus. Studi e ricerche sulle Marche nell'antichità» [Studio 5.26]; dei centri "umbri" dell'Appennino romagnolo tratta la miscellanea di studi Cultura epigrafica dell'Appennino. Sarsina, Mevaniola e altri studi, Faenza 1985 [E II 241]. Riguardo alle iscrizioni di Asisium si veda G. Forni, Epigrafi lapidarie romane di Assisi, Perugia 1987 [E IV 3 Ass/1]. Su Fanum Fortunae si segnala R. Bernardelli Calavalle, Le iscrizioni romane del Museo civico di Fano, Fano 1983 [E IV 3 Fan/1]; l'ampia documentazione epigrafica di Pisaurum è raccolta da G. Cresci Marrone - G. Mennella, Pisaurum I. Le iscrizioni della colonia, Pisa 1984 [E IV.3 Pes/1]; su Sestinum F. Galli, La raccolta epigrafica sestinate, Urbino 1978 [E IV.3 Sest/1].

Per il testo e le riproduzioni delle tavole Iguvine si veda A. Prosdocimi, Le tavole Iguvine, Firenze 1984 [E IV. 3 Gub/3]; una traduzione italiana del testo si deve a G. Devoto, Le tavole di Gubbio, Firenze 1977 [E IV. 3 Gub/2].

Riguardo alle città della sesta regione, in particolare su Asisium da ricordare M.J. Strazzulla, Assisi romana, Assisi 1985 [ITALIA II Ass/1]. I materiali di Iguvium romana e preromana sono raccolti in Museo Comunale di Gubbio. Materiali archeologici, Perugia 1995 [ITALIA II Gub/1]. Riguardo a Pisaurum l'opera di riferimento è Pesaro nell'antichità, Venezia 1984 [ITALIA II Pes/3]; su aspetti squisitamente topografici ed archeologici si sofferma P. Campagnoli, La bassa valle del Foglia e il territorio di Pisaurum in età romana, Bologna 1999 [ITALIA II Pes].

Sulle vie di comunicazione segnalo il volumetto di H. Herzig, Le réseau routier des régions VI et VIII d'Italie, Bologna 1970 [ITALIA I Cis/3]. In particolare sulla via Flaminia G. Messineo, La Via Flaminia da Porta del Popolo a Malborghetto, Roma 1991 [ANT IX 2090]; L. Bonomi Ponzi, La via Flaminia e l'Umbria, «Viae publicae romanae», Roma 1991, pp. 195-202 [ANT IX 2087]; il contributo di M. Luni, Nuovi documenti sulla Flaminia dall'Appennino alla costa Adriatica, originariamente incluso nella miscellanea Le strade nelle Marche. Il problema nel tempo. Atti del convegno. Fano, Fabriano, Pesaro, Ancona, 11-14 ottobre 1984, Ancona 1987, è apparso anche come monografia, edita ad Urbino nel 1989 [ITALIA I Marc/3].

Per quanto concerne le risorse economiche e, in particolare le forme di occupazione del territorio, molto tecnica la miscellanea Ville e insediamenti rustici di età romana in Umbria, Perugia 1983 [ITALIA I Umb/6].


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© Alessandro Cristofori 2002