Vitruvio afferma che gli edifici pubblici si dividono in tre categorie:
- Le opere di difesa, moenia, portae, turres.
- Le opere della religio.
- Le opere compiute per la opportunitas, per la comodità,
potremmo tradurre. Si tratta certamente del gruppo più vasto, che
comprende:
Opere per l'igiene, come acquedotti (aquae), fognature (cloacae),
bagni (balnea), fontane (lacus, fontes).
Opere per la circolazione, come strade (viae, clivi), e ponti
(pontes).
Opere per la vita economica, come piazze per mercati e incontri (fora),
luoghi coperti, che assolvevano al medesimo scopo (porticus, atria,
basilicae), botteghe (tavernae), mercati e magazzini (horrea,
emporia, macella).
Opere per la vita politica, come sedi del Senato o dei consigli municipali
(curiae), archivi (tabularia).
Opere per gli spettacoli, come teatri (theatra), anfiteatri
(amphitheatra), circhi (circi).
Opere per la cultura, come biblioteche (bibliothecae).
Opere di arredamento urbano, come statue (statuae), archi
(arcus), orologi (horologia), obelischi (obelisci),
giardini (horti), fontane decorative (nymphea).
La costruzione di un'opera pubblica da parte di un magistrato era considerato un atto importante, alla stregua di una proposta di legge; per questo le opere pubbliche, e in particolare le strade, in età repubblicana prendevano il magistrato che ne aveva curato la costruzione.
Nel primo periodo repubblicano la cura delle opere pubbliche era affidata ai consoli; più tardi i consoli vennero almeno parzialmente sostituiti in questo compito dai censori e dagli edili; rimase tuttavia prerogativa dei consoli l'edificazione dei templi, che spesso avevano fatto voto di costruire nella loro qualità di comandanti dell'esercito, come ex voto per l'aiuto concesso da un dio in guerra. Alle volte in età repubblicana potevano essere eletti dei magistrati straordinari incaricati della costruzione di singole opere pubbliche: così il curator viarum e lege Visellia menzionato come collaudatore di un'opera pubblica tra il 72 e il 68 a.C., o ancora il curator viarum L. Fabricius C.f. che curò la costruzione del ponte Fabricio a Roma, che appunto da lui prese il nome. Altri magistrati straordinari creati per la dedica di aedes sacrae furono i IIviri aedi dedicandae.
Le iscrizioni di opere pubbliche sono naturalmente numerose non solo a Roma, ma anche nelle città provinciali, dove spesso, in mancanza di fonti letterarie, costituiscono le uniche testimonianze scritte per seguire l'evoluzione monumentale e urbanistica. Alle volte l'erezione di opere pubbliche in colonie e municipi dell'Italia e delle province era finanziata dagli stessi magistrati locali in sostituzione, parziale o integrale, della summa honoraria che essi erano tenuti a pagare al momento di entrare in carica.
In età imperiale la costruzione delle opere pubbliche nelle città dell'Italia e delle province poteva essere affidata alle autorità locali come a quelle centrali; si ricorre spesso all'espediente di trasformare l'iscrizione di un'opera pubblica in una dedica all'imperatore.
D'altra parte il diritto di iscrivere il proprio nome su un'opera pubblica era rigidamente regolato; nel Digesto un intero capitolo (L, 10) è dedicato alla regolamentazione della materia; ricordiamo particolarmente L, 10, 3, 2, in cui si afferma che non era lecito iscrivere su un'opera pubblica un nome diverso da quello dell'imperatore o di colui che aveva effettivamente finanziato la costruzione dell'opera stessa.
La struttura delle iscrizioni su opere pubbliche
Le iscrizioni su opere pubbliche si differenziano nettamente tra di loro per posizione e per grandezza: celeberrima è la bella iscrizione sulla facciata del Pantheon, che ricorda l'erezione dell'edificio a cura di Agrippa. Altre iscrizioni, spesso relative a rifacimenti solo parziali dell'opera, appaiono in posizione secondaria e sono di minori proporzioni.
Alcune opere pubbliche condizionano con la loro natura il tipo di iscrizione: per esempio le strade, la cui epigrafe commemorativa è il milliario, che tuttavia ha la funzione primaria di segnare le distanze; o i fori, la cui iscrizione commemorativa può apparire sulla pavimentazione stessa della piazza; o ancora le porte che si aprono nelle mura, che hanno spesso la stessa iscrizione ripetuta all'interno e all'esterno della porta.
Gli elementi fondamentali delle iscrizioni di questa classe sono:
- Il nome della persona che ha curato l'opera, in nominativo.
- Dipendente da questo soggetto un verbo che indica l'esecuzione dell'opera (fecit, faciundum curavit), il restauro (restituit, refecit), il collaudo (probavit), l'offerta (dedit, in particolare nel caso di privati), la dedica (dedicavit, in particolare nel caso di opere erette da magistrati ex voto).
- Il nome della costruzione, in accusativo, che può essere specifico oppure generico (opus).
- Il motivo della costruzione.
- Lo stato giuridico del terreno sul quale sorgeva l'opera pubblica e eventualmente l'autorità che aveva dato il permesso di eseguire i lavori.
- La somma spesa e la provenienza del denaro.
- Nel caso di restauri, il grado di scadimento dell'opera e il motivo del degrado che avevano reso necessario l'intervento.
- A proposito dei templi può apparire, in caso dativo, il nome della divinità alla quale l'edificio sacro era dedicato, oppure il nome dell'imperatore: in tal caso l'iscrizione assume piuttosto un carattere sacro o onorario.
Da ricordare che in genere nelle iscrizioni di opere pubbliche non appare il nome dell'architetto che materialmente si è incaricato dell'esecuzione dell'opera. I pochi casi in cui il nome è ricordato è ipotizzabile un'influenza greca; non è un caso che molti degli esempi noti di "firma" da parte dell'architetto provengano da Pompei ed Ercolano, città nelle quali l'influenza culturale ellenica fu forte.
Il nome e la titolatura imperiale
Si è detto che gli imperatori compaiono spesso nelle iscrizioni di opere pubbliche, sia che essi si incaricassero del finanziamento dei lavori, sia che l'edificio di nuova costruzione venisse dedicato loro. Questa circostanza ci offre l'occasione di analizzare brevemente il nome e la titolatura degli imperatori così come appaiono nella documentazione epigrafica.
Dobbiamo innanzitutto rilevare come l'imperatore non fosse designato sempre e comunque con gli stessi nomi e gli stessi titoli: questi potevano variare a seconda del carattere del iscrizione, ufficiale o privato.
Gli elementi fondamentali del nome e della titolatura del princeps sono i seguenti:
- Imperator. Il titolo funge da prenome ed è frequente nelle iscrizioni di Augusto e di Nerone; compare regolarmente da Vespasiano in poi ed è solitamente abbreviato Imp.
- Caesar. Il cognome di C. Giulio Cesare nella titolatura e nell'onomastica imperiale assume la funzione di gentilizio e compare generalmente al secondo posto. Può designare anche figli e nipoti dell'imperatore regnante e nel corso del tempo diventerà caratteristico degli eredi designati all'Impero.
- Patronimico. Viene espresso con il nome del padre al genitivo (anche del padre adottivo, nel caso di successione per adozione). Nel patronimico spesso incontriamo l'espressione divi f(ilius), con riferimento all'imperatore divinizzato dopo la sua morte.
- Cognomina. Oltre ai cognomi personali dell'imperatore, che egli portava anche quando era un semplice privato (per esempio Vespasianus, Traianus, Hadrianus), spiccano il cognomen Augustus, che sta quasi sempre all'ultimo posto. Può esser tuttavia seguito dai cognomina ex virtute, in ricordo delle campagne vittoriose condotte dall'imperatore personalmente (è il caso per esempio di Traiano Parthicus e Dacicus), sia da uno dei suoi generali, sotto gli auspici dell'imperatore stesso (è per esempio il caso di Claudio Britannicus). I cognomi ex virtute potevano essere assegnati all'imperatore anche in riconoscimento di una loro particolare qualità, come per esempio Optimus per Traiano.
- Pontifex maximus. Dopo gli elementi onomastici, la funzione di pontifex maximus è generalmente la prima ad essere ricordata nella titolatura imperiale. Gli imperatori furono regolarmente pontefici massimi a partire dal 12 a.C., con Augusto, fino al 377 d.C., quando l'imperatore cristiano Graziano depose questo titolo strettamente legato al culto pagano.
- Tribunicia potestas. L'indicazione della potestà tribunizia, generalmente abbreviata trib. pot., seguita da un numero, è l'elemento che generalmente segue il ricordo del pontificato massimo. La tribunicia potestas, come indica il nome stesso, era il potere del tribuno della plebe, potere che l'imperatore assumeva pur non rivestendo il tribunato della plebe. Il motivo di questa assunzione va ricercato da un lato nella sacrosanctitas propria di chi era investito dei poteri tribunizi; dall'altro nella possibilità che il detentore dei poteri tribunizi aveva di farsi promotore di una iniziativa di legge. La tribunicia potestas assicurava dunque all'imperatore l'inviolabilità (così potremmo infatti tradurre in questo caso il termine sacrosanctitas): chi attentava alla incolumità del tribuno della plebe diveniva infatti sacer, poteva cioè essere impunemente messo a morte dalla plebe che aveva giurato di proteggere il tribuno. Il tribuno della plebe poteva inoltre convocare i concilia plebis tributa, l'assemblea popolare della plebe, e sottoporre le sue proposte di legge, che, se approvate, divenivano plebiscita. Assumendo la tribunicia potestas l'imperatore diveniva dunque inviolabile e, nello stesso tempo, aveva la possibilità di condurre a piacimento la sua attività legislativa. La tribunicia potestas era rinnovata di anno in anno e costituisce dunque uno degli indizi migliori per datare un'iscrizione. Ci sono tuttavia alcune avvertenze da fare a questo proposito: in primo luogo si deve ricordare che i tribuni della plebe non entravano in carica il 1 gennaio come i consoli, ma il 10 dicembre; generalmente gli imperatori rinnovavano la propria tribunicia potestas proprio in questo giorno, anche se inizialmente il giorno del rinnovo corrispondeva a quello dell'assunzione dell'Impero. Inoltre si deve rilevare che alcuni imperatori avevano assunto la tribunicia potestas quando ancora erano solamente coreggenti o eredi designati al trono; quando diventavano effettivamente imperatori non riprendevano da zero il computo delle tribuniciae potestates, ma proseguivano il calcolo (Vd. per esempio l'iscrizione relativa al rifacimento di tre acquedotti, a proposito di Tito).
- Imperator. Dopo la tribunicia potestas si incontra spesso una seconda volta il termine imperator, quasi sempre seguito da un numero: si tratta delle acclamazioni imperatorie riportate dall'imperatore stesso o dai suoi legati, che combattevano sotto i suoi auspici, in seguito ad una campagna militare vittoriosa. La prima salutazione imperatoria avveniva sempre al momento della proclamazione del principe.
- Consul. Segue l'indicazione dei consolati rivestiti dall'imperatore; alle volte possiamo trovare l'espressione co(n)s(ul) des(ignatus), seguito da un numero maggiore di un'unità rispetto al numero dei consolati: con tale espressione si indicava che l'imperatore avrebbe rivestito il consolato anche nell'anno successivo.
- Censor. La censura fu rivestita da Claudio, Vespasiano, Tito (Vd. l'iscrizione relativa al rifacimento di tre acquedotti, testo B) e Domiziano; quest'ultimo nell'84 d.C. assunse la censura a vita e la magistratura quindi decadde: gli imperatori successivi ne conservarono le funzioni ma non ne portarono più il titolo.
- Proconsul. Il titolo appare nelle iscrizioni di Traiano e degli imperatori successivi.
- Pater Patriae. Questo titolo venne offerto ad Augusto dal Senato e dal popolo nel 2 d.C. e venne talvolta votato agli imperatori successivi qualche tempo dopo la loro accessione al trono. Il titolo venne rifiutato da Tiberio, in un primo tempo da Nerone, da Vespasiano e Adriano; non lo ebbero Galba, Otone e Vitellio.
- Dominus. Con Adriano inizia ad apparire questo titolo, attestato nelle fonti letterarie sin da Domiziano, anche su iscrizioni e monete. Si alterna in prima posizione con imperator e col tempo andò a sostituirlo.
Esempi di iscrizioni di opere pubbliche
© Alessandro Cristofori 1998-2002