Luogo di ritrovamento: dal Campo Verano, nei pressi di S.
Lorenzo fuori le Mura, a Roma.Edizioni: CIL I2, 607; CIL VI, 284; H. Dessau, Inscriptiones Latinae Selectae, Berlin 1892-1916 (=ILS), n°11; A. Degrassi, Inscriptiones Latinae liberae rei publicae, Firenze 1957-1963 (=ILLRP), n°118; V. Pisani, Testi latini arcaici e volgari con commento glottologico, Torino 19602, A 18 bis; A. de Rosalia, Iscrizioni latine arcaiche, Palermo 1972, n°18; A.E. Gordon, Illustrated Introduction to Latin Epigraphy, Berkeley - Los Angeles - London 1983, p. 82, n°6.
Hercolei / sacrom / M(arcus) Minuci(us), G(ai) f(ilius), / dictator, vov/it.
Fotografie dell'iscrizione: A. Degrassi, ILLRP, Imagines, Berlin 1965, n°59; Gordon, op. cit., pl. 5.
Traduzione:
"Ad Ercole sacro. Marco Minucio, figlio di Gaio, dittatore, consacrò"
Passi paralleli:
1. Liv., XXII, 25, 10: Quas ob res, si antiquus animus plebei Romanae esset, audaciter se laturum fuisse de abrogando Q. Fabi imperio; nunc modicam rogationem promulgaturum de aequando magistri equitum et dictatoris iure.
Trad.: Per questi motivi, se la plebe romana possedesse lo spirito di una volta, egli senza esitare presenterebbe la proposta di togliere il comando a Q. Fabio, ora però porterà davanti al popolo la proposta moderata di rendere pari il diritto del maestro di cavalleria e del dittatore.
2. Pol., III, 103, 1-4: Quando giunse a Roma, ingrandita rispetto al vero, la notizia dell'accaduto, tutti ne furono molto lieti, prima di tutto perché, mentre erano ormai caduti nella più completa disperazione, le circostanze parevano volgere al meglio, secondariamente perché si vedeva ora che la precedente inattività e inerzia dell'esercito non derivava da viltà delle truppe, ma dalla eccessiva prudenza del comandante. Perciò tutti accusavano Fabio e lo rimproveravano di lasciarsi sfuggire, per viltà, le occasioni propizie, celebravano invece a tal punto Marco per il successo ottenuto, che adottarono in quell'occasione un provvedimento mai preso prima: proclamarono cioè dittatore anche lui, convinti che ben presto egli avrebbe posto termine alla guerra: si ebbero dunque, fatto mai verificatosi in Roma, due dittatori per la stessa campagna.
Commento
Nella crisi che fece seguito al disastro del Trasimeno del 217 d.C. i Romani fecero ricorso alla tradizionale misura di emergenza dell'elezione di un dittatore. Un console, C. Flaminio, era morto in battaglia, l'altro, Cn. Servilio Gemino, era stato tagliato fuori da Roma dall'esercito di Annibale. La consueta pratica costituzionale della nomina fatta da un console era perciò impossibile e il Senato decise che il dittatore venisse eletto dai comizi centuriati: le elezioni vennero vinte da Quinto Fabio Massimo, un patrizio di provata esperienza che era stato console già nel 243 e nel 228 a.C. Contemporaneamente, invece di seguire la pratica costituzionale e permettere al dittatore di nominare il suo magister equitum, il popolo elesse a questa carica Marco Minucio Rufo, console del 221 a.C. L'elezione separata del comandante in seconda, dovuta alla diffidenza del partito popolare che desiderava avere un proprio rappresentante nei posti di comando, finiva tuttavia per limitare i poteri assoluti del dittatore. Anche se in posizione inferiore, Minucio Rufo, in quanto eletto dal popolo, godeva di una certa indipendenza: si trattava di un compromesso tra comando unico e comando doppio, che finiva per assommare le debolezze di entrambe le sistemazioni.
Le campagne seguenti ci mostrano Fabio Massimo tallonare con prudenza Annibale in Campania e in Apulia, evitando lo scontro campale e cercando di attirare l'esercito cartaginese in una trappola, tuttavia senza successo. A Roma il malcontento popolare nei confronti dell'attendismo del dittatore montava sempre più. Ad un certo punto Fabio venne richiamato a Roma col pretesto di dover tenere cerimonie religiose: in realtà il Senato voleva chiedere chiarimenti sulla strategia adottata, che non sembrava portare buoni frutti. Nel frattempo Minucio riusciva a battere un piccolo reparto cartaginese che si era allontanato dal grosso dell'esercito di Annibale per raccogliere rifornimenti. Il successo venne ingigantito dalla propaganda popolare, tanto che, sull'onda dell'entusiasmo, vennero presi provvedimenti in favore di Minucio Rufo che contrastavano con la pratica costituzionale romana: limitandoci alle due fonti più importanti per la ricostruzione degli avvenimenti della II guerra punica, in Polibio III, 103, 1-5 leggiamo che Minucio Rufo fu proclamato dittatore al pari di Fabio Massimo, fatto mai accaduto prima di allora a Roma; leggermente diverso il racconto di Livio, XXII, 25, 10, secondo il quale un tribuno della plebe presentò una proposta di legge in base alla quale i poteri del magister equitum Rufo dovevano essere equiparati a quelli del dictator Massimo.
L'iscrizione di cui ci occupiamo consente di optare piuttosto per la ricostruzione proposta da Polibio. Il nostro testo venne ritrovato nel 1862 a Roma, nei pressi della Chiesa di S. Lorenzo fuori le Mura. Notiamo innanzitutto alcune caratteristiche del latino arcaico: il dativo Hercolei per Hercoli e l'accusativo sacrom per sacrum, mentre MINUCI è semplicemente una forma abbreviata del consueto nominativo Minuci(us). Rintracciamo facilmente alcuni degli elementi fondamentali delle iscrizioni sacre che abbiamo visto in precedenza: il nome della divinità alla quale viene posta la dedica, in caso dativo, in questo frangente Ercole (Hercolei) e l'oggetto dedicato, in caso accusativo: in questo caso per la verità l'oggetto è sottinteso, si afferma solamente che esso era sacer ad Ercole, ma il riferimento doveva essere o alla stessa iscrizione oppure ad una statua che sorgeva su questa base iscritta; infine troviamo il nome del dedicante, M. Minuci(us) C.f., il quale ricorda anche la sua carica di dictator; l'iscrizione conferma dunque quanto afferma Polibio: Minucio Rufo non rimase magister equitum, pur con poteri pari a quelli del dittatore, come sostiene Livio, ma venne in effetti eletto codittatore di Fabio Massimo.
È opportuno seguire ancora per un poco le vicende di Minucio Rufo e di Fabio Massimo: i due si divisero l'esercito e si rimisero all'inseguimento di Annibale, il quale, conscio della discordia che regnava fra i due comandanti romani, riuscì ad attirare Minucio Rufo in una trappola; per l'esercito romano sarebbe stata la fine se non fosse accorso in aiuto Fabio Massimo con le sue truppe. In seguito a questo episodio Minucio Rufo si scusò con il dittatore e lasciò prudentemente a lui la direzione della guerra, ritornando nella sua posizione subordinata di magister equitum.
© Alessandro Cristofori 1998-2002