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Le iscrizioni latine come fonte per la ricostruzione storica

Le iscrizioni sepolcrali e il nome dei Romani: Introduzione

Nella vaste classe delle iscrizioni sepolcrali comprendiamo non solo gli epitaffi veri e propri, ma anche le iscrizioni accessorie, per esempio quelle sui cippi che delimitavano le aree sepolcrali, oppure le indicazioni che appaiono all'ingresso di sepolture collettive. Un esempio è dato da una interessante iscrizione di Aquileia, pubblicata in AE 1931, 36: Loca/ vestiariorum / in fr(onte) p(edes) L, in agr(o) p(edes) LXIV; in questo testo si segnala l'esistenza di un'area riservata ai sepolcri (loca) della corporazione (collegium) dei vestiarii di Aquileia, fornendone anche le misure; quello dei vestiarii era uno dei tanti collegia artigianali che possiamo incontrare nel mondo romano; in particolare riuniva gli artigiani impegnati nella confezione di abiti. A differenza delle corporazioni di mestiere medievali, che avevano principalmente finalità economiche, i collegia romani erano associazioni di prevalente carattere sociale: tra i loro fini vi era anche quello di assicurare una degna sepoltura ai loro membri e non è dunque insolito trovarsi davanti ad aree sepolcrali riservate appunto agli appartenenti ad uno di questi collegia.

Devo comunque rilevare che la grandissima maggioranza delle epigrafi appartenenti a questa classe è costituta dagli epitafi, che segnavano il luogo di sepoltura del defunto e ne ricordavano il nome.

Come nelle altre classi di iscrizioni, anche per quanto riguarda le sepolcrali è di fondamentale importanza considerare il testo in rapporto col contesto monumentale che ne costituisce il supporto e con l'apparato iconografico che lo accompagna. L'iscrizione sepolcrale può essere stata incisa direttamente sul ricettacolo che contiene la salma o le ceneri del defunto, oppure sul monumento che contiene il sepolcro stesso; d'altra parte l'iscrizione sepolcrale può apparire anche su una tavoletta che veniva applicata al monumento stesso.

Per quanto concerne l'apparato figurativo, è abbastanza frequente il caso di iscrizioni sepolcrali accompagnate dal ritratto del defunto; talvolta possono anche comparire scene caratteristiche del mestiere da lui esercitato: un caso noto e singolare è quello dell'epitaffio del fornaio Eurisace (CIL VI, 1958 = ILS 7560), il cui monumento sepolcrale riproduce addirittura un forno. Oltre a queste raffigurazioni di valore ben definito ne troviamo spesso altre di valore semplicemente simbolico, come per esempio l'ascia.


Il contenuto delle iscrizioni sepolcrali

- Il nome del defunto o dei defunti costituisce naturalmente l'elemento fondamentale nell'iscrizione sepolcrale. Può apparire in nominativo o in genitivo, ma in età imperiale diviene molto comune il dativo, quando l'iscrizione sepolcrale assume la forma di una dedica al defunto. Vedremo in seguito quali diversi elementi compongono il nome dei Romani.

- L'età del defunto. Non viene costantemente indicata e quando lo è, viene quasi sempre espressa non con la data di nascita e di morte ma con gli anni vissuti, talvolta anche i mesi, i giorni e le ore; nell'indicazione degli anni di vita sono frequenti i numeri multipli di 5 o di 10, che indicano un ricordo solo approssimativo dell'età del defunto; a volte questa incertezza è segnalata anche da formule come plus minus o circiter.

- Altre notizie biografiche. In primo luogo le cariche eventualmente esercitate, il mestiere (in particolare per i militari sono ricordati il grado del defunto, la formazione nella quale aveva militato, gli anni di servizio, le eventuali decorazioni), a volte le modalità della morte, in particolare se era avvenuta in circostanze singolari o se era stata prematura.

- Formule. Da ricordare in particolar modo la dedica Dis Manibus, "agli dei degli Inferi", una formula frequentemente abbreviata D M che ricorda come il sepolcro sia divenuto proprietà degli Dei Mani e da loro sia protetto da eventuali profanazioni. Questa protezione sacrale tuttavia non doveva essere sufficiente se in molte iscrizioni sepolcrali gli eventuali trasgressori venivano, più prosaicamente, minacciati di multa.

- Meditazioni sulla morte: talvolta brevi frasi, talvolta invece veri e propri componimenti poetici. Non è raro trovare da un capo all'altro dell'Impero le stesse espressioni, si è pensato dunque che le botteghe dei lapicidi utilizzassero apposite raccolte di frasi di circostanza.

- Disposizioni relative al sepolcro. A volte nelle iscrizioni funerarie troviamo un'allusione a talune clausole del testamento del defunto, in particolar modo quelle che facevano riferimento all'erezione del sepolcro. In altre occasioni semplicemente il dedicante della tomba si dichiara heres del defunto: infatti uno dei compiti specifici degli eredi era proprio quello di assicurare al defunto un'adeguata sepoltura.

- Imprecazioni o multe contro i violatori del sepolcro. Possiamo trovare semplici preghiere, come rogo ni noceas di un'iscrizione di Roma (CIL VI, 6825 = ILS 8172), ma anche maledizioni più elaborate, come opto ei cum dolore corporis longo tempore vivat et cum mortuus fuerit, inferi eum non recipiant di CIL VI, 29945.


Il nome dei Romani

Il nome dei Romani mutò la sua struttura nel corso del tempo: se agli inizi della storia di Roma il singolo era noto con il solo praenomen, ben presto a questo si aggiunse il nomen, poi, in età tardorepubblicana e altoimperiale anche il cognomen; nel momento centrale della storia romana dunque l'individuo è noto attraverso tre elementi onomastici, i cosiddetti tria nomina. A partire dalla fine del II sec. d.C. tuttavia l'onomastica dei Romani tende di nuovo a semplificarsi: il primo elemento a cadere è il praenomen, poi anche il nomen decade nell'uso, finché, in età tardoantica, una persona è nuovamente identificata con un solo nome, il cognomen.

Accanto ai tre elementi fondamentali dell'onomastica romana ne sussistono altri in grado di fornirci informazioni di grande interesse. Analizziamo dunque i singoli elementi del nome dei Romani, nell'ordine in cui solitamente compaiono nelle iscrizioni.

- Il praenomen. Come si è detto fu originariamente il nome unico dei cittadini romani: ricordiamo il testo della fibula Praenestina, in cui compaiono due personaggi che si qualificano semplicemente come Manios e Numasios. I praenomina già in origine non erano molti e con l'andare del tempo alcuni caddero in disuso o si trasformarono in nomina o cognomina. Il prenome era imposto ai bambini il nono giorno dalla nascita; si deve notare che l'uso del prenome da parte delle donne è limitato al periodo arcaico ed è comunque rarissimo. Si ricordi inoltre che i praenomina solitamente nelle epigrafi compaiono abbreviati con la sola lettera iniziale o con le prime due o tre lettere. Nell'età classica in pratica i praenomina sono limitati ai seguenti: A(ulus), C(aius), Cn(aeus), D(ecimus), L(ucius), M(arcus), P(ublius), Q(uintus), Sex(tus), Ti(berius), T(itus); più rari Ap(pius), K(aeso), Mam(ercus), Manius (nelle epigrafi abbreviato con una M a 5 aste, per distinguerlo da M(arcus); nella trascrizione delle iscrizioni questa sigla viene resa con M'.), N(umerius), Ser(vius), Sp(urius).

- Il nomen. Questo elemento onomastico viene detto anche gentilizio, in quanto indicava appunto la gens di appartenenza dell'individuo e veniva trasmesso di padre in figlio; le ragazze, quando si sposavano, continuavano a portare il nomen paterno: un caso famoso è quello di Cornelia, figlia di P. Cornelio Scipione Africano, moglie di un Ti. Sempronio Gracco e madre dei due Gracchi.

- Il patronimico. Indicava il nome del padre ed era espresso appunto dal praenomen paterno, come di consueto abbreviato, in caso genitivo, seguito da filius, generalmente abbreviato con f. In qualche caso viene segnalato anche il prenome del nonno, seguito da n(epos).

- La tribù. Ogni cittadino romano era iscritto in una delle 35 tribù che costituivano le unità di voto dei comizi tributi, la principale delle assemblee popolari della Roma della media e tarda repubblica. Anche la tribù compare solitamente abbreviata, con le prime tre lettere, e va in caso ablativo, sottintendendo la parola tribu.

- Il cognomen. È il più recente degli elementi che compongono il classico sistema dei tria nomina. Compare già in talune epigrafi del III sec. a.C., ma solo in riferimento a personaggi della più alta aristocrazia, prendendo spunto da una caratteristica fisica (per esempio Longus), dal luogo di provenienza (Sabinus), dall'attività (Pictor). Il cognomen tende poi a divenire ereditario fra gli aristocratici, distinguendo le varie famiglie appartenenti ad una stessa gens. Nel corso del I sec. a.C. ma ancora di più nel I sec. d.C. il cognomen si diffonde anche al di fuori delle classi aristocratiche. I cognomina degli strati inferiori della popolazione non sono però ereditari: un esempio si ha nella prima iscrizione che esamineremo, in cui il padre porta il nome di P. Albius Threptus, mentre il figlio si chiama P. Albius Memor.

- Il secondo cognomen. Già in età repubblicana abbiamo esempi di più cognomina per uno stesso personaggio. Il secondo cognome poteva trarre origine da:
- Adozione: l'adottato prendeva i tria nomina del padre adottivo, trasformando il proprio gentilizio originale in un secondo cognome, con l'aggiunta del suffisso -anus. L'esempio classico è quello di P. Cornelius Scipio Aemilianus, figlio naturale di L. Aemilius Paullus e figlio adottivo di un P. Cornelius Scipio.
- Una campagna militare vittoriosa: si tratta dei cosiddetti cognomina ex virtute, formati sulla base del nome del popolo o del paese sottomesso. Ancora una volta l'esempio più famoso ci viene dalla famiglia degli Scipioni, con il celebre P. Cornelius Scipio Africanus, che nella propria onomastica ricordò la sua vittoria in Africa contro i Cartaginesi di Annibale.
- Un soprannome: come per esempio nel caso di Q. Caecilius Metellus Celer.

La polinomia, cioè l'uso di nomi composti da moltissimi elementi, divenne una vera e propria moda in età imperiale: vengono spesso ripresi da ogni singolo personaggio anche i nomi caratteristici degli avi materni o della famiglia adottante, fino a formare nomi lunghissimi, come per esempio A. Platorius A.f. Sergia (tribu) Nepos Aponius Italicus Manilianus C. Licinius Pollio di un'iscrizione da Aquileia degli inizi del II sec. d.C. che esamineremo nella prossima lezione.

- Il supernomen. Si tratta di un soprannome, elemento che appare in due diverse tipologie:
L'agnomen, che è introdotto da formule come qui et, qui et vocatur o sive, come per esempio nel caso di Q. Letinius Lupus qui et vocatur Caucadio.
- Il signum, che è introdotto dalla formula signo, come per esempio nel caso di P. Aelius Apollinaris signo Arlenius.

Fino a questo momento abbiamo parlato del nome dei cittadini romani di nascita libera. Un discorso a parte merita l'onomastica dei liberti, gli ex-schiavi manomessi che insieme alla libertà ricevevano a Roma anche la cittadinanza romana. I liberti, al momento del loro affrancamento, ricevono generalmente il prenome e il gentilizio dei loro ex-padroni, che ora assumono la funzione di patroni; a partire dal I sec. a.C. il liberto assume anche un cognomen, solitamente il suo vecchio nome unico da schiavo: per esempio un ipotetico schiavo di nome Felix, di proprietà di M. Tullio Cicerone, al momento della sua liberazione avrebbe assunto il nome di M. Tullius Felix. Esistevano anche degli schiavi pubblici, che, al momento della manomissione, assumevano il gentilizio Publicius o un altro nomen formato sul nome della città che li aveva liberati. Gli ex-schiavi dei collegi di mestiere potevano alle volte assumere un nomen formato da quello della corporazione: per esempio un liberto del collegium dei fabri poteva prendere il gentilizio Fabricius. Nell'onomastica dei liberti, al posto del patronimico troviamo l'indicazione del patronato, nella forma che prevede il prenome del patrono, come di consueto abbreviato, in caso genitivo, seguito dall'espressione libertus, frequentemente abbreviata l.: il nome completo del nostro ipotetico liberto Felice sarebbe dunque stato M. Tullius M(arci) l(ibertus) Felix. L'indicazione del patronato, distintiva dei liberti, tende ad essere tralasciata col passare del tempo: in effetti non poteva far piacere a nessuno l'essere riconosciuto come un ex-schiavo dal solo nome.

Esempi di iscrizioni sepolcrali



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